22/04/2021
direttore Renzo Zuccherini

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La più grande e più bella Perugia
C'è qualcosa da fare oltre che impastare sabbia, calce e cemento per l'edilizia privata, centri commerciali, strade, sottopassi e rotonde.

                          LA PIU' GRANDE E PIU' BELLA PERUGIA

Perugia da almeno una ventina d'anni non è più una città ma un grande territorio urbanizzato, non più soltanto un capoluogo, uno dei tanti, ma la più piccola delle metropoli o, se si preferisce, il più grande dei centri meno grandi. 160 mila abitanti ma, tra studenti e immigrati, siamo vicini a duecentomila o forse già oltre. Sta lì, dispersa tra colline e valli e tra tanti quartieri ormai autonomi e, in qualche modo, separati. La cosiddetta città diffusa. In realtà Perugia sembra, a pensarci bene, la sintesi dell'Umbria, così varia e diversa, somma di tanti territori che non si somigliano e che non usano nemmeno la stessa lingua, cioè lo stesso accento. Per meritarsi il titolo di capitale dell'Umbria, Perugia è cresciuta caricandosi sulle spalle le contraddizioni di questa piccola e complicata regione, cercando di somigliarle il più possibile, nel bene e nel male, così che, alla fine, fatica a riconoscersi e a ritrovare le ragioni della sua stessa identità.
Il confronto con Roma non è ovviamente proponibile ma, per dire, basta provare a mettersi in viaggio e andare da Fontignano al Pianello e poi, al netto del traffico, raggiungere il quartiere Salario partendo da Monteverde. Siamo lì, o quasi. Governare una comunità come questa non è così semplice ed è, in ogni caso, piuttosto costoso. Non solo per i servizi e i trasporti, ma per la difficoltà a capirla questa comunità e a comunicare con tante sensibilità e aspirazioni diverse. Però, qui è Rodi e qui dobbiamo saltare.
 La più grande e più bella Perugia non è uno slogan recente, come si potrebbe credere, ma una scelta degli anni settanta, forse una aspirazione, perché Perugia è innegabilmente più grande ma che sia anche più bella, beh, su questo, non c'è molto da scommettere. Del resto, le città nuove, soprattutto in Italia, non lo sono quasi mai. Terni, per restare in Umbria, ci ha almeno provato, con qualche risultato non disprezzabile, partendo dalle macerie della guerra e inseguendo lo stesso sogno. Diventare più grandi e, nelle stesso tempo, più belli, non è facile nel tempo del cemento armato e della rendita immobiliare. Il cemento armato ha liberato i costruttori dalla necessità di fare i conti con le regole della statica perché si può andare molto in alto e anche un po' di traverso e si resta sempre in piedi. Il cemento è una grande trovata. Ci si può giocare come con l'argilla e consente grandi e fantasiose soluzioni, però poi ci sono le esigenze della rendita e i costi del suolo dove si vuol costruire e così, alla fine, i risultati non sono sempre il massimo. Oggi viviamo in quartieri nuovi ma quasi sempre poco attraenti dove non c'è spazio per le relazioni sociali e un rapporto irrisolto con il territorio. I nostri centri storici sono stati costruiti dovendo fare i conti con la statica e con le mura tutte portanti e ben piantate in terra e con l'esigenza, per questo, di rispettare il territorio e le sue asperità. Per questo sono così belli, non tanto per i monumenti e le opere d'arte, ma perché fanno parte del paesaggio e, in qualche modo, sono essi stessi il paesaggio.
Dobbiamo allora rassegnarci a vivere in città dall'aspetto anonimo e seriale e considerare l'espansione edilizia sempre come un danno al territorio e uno sgarbo pesante al paesaggio? Forse si, ma niente è obbligatorio. Perugia, in tutti questi anni, è cresciuta dentro queste contraddizioni senza porsi troppi interrogativi sul suo sviluppo, non sempre virtuoso. L'annuncio di una revisione del piano regolatore, vecchio di un decennio e di molte varianti, non ha suscitato ancora troppa attenzione ma almeno una domanda. Si tratta di una minaccia o di una promessa? Cioè, si pensa di aprire finalmente una discussione franca e coraggiosa sui risultati raggiunti dopo una fortissima espansione edilizia, un po' ovunque, oppure si vuol semplicemente rendere possibile un'altra spolverata di cemento su un territorio già pesantemente compromesso? oppure, ancora, dare solo una sistematina, operare piccoli aggiustamenti per poi continuare come sempre?
La vocazione della città verso la rendita immobiliare è stata sempre molto forte per non coltivare ora, dopo questo annuncio buttato là dal Palazzo senza troppi particolari, una qualche preoccupazione. Eppure ci sarebbe davvero la necessità di una riflessione su trenta, facciamo quaranta?, anni di urbanistica a Perugia. Se non ora, quando? ora che il ciclo dell'edilizia sembra indirizzato verso un evidente rallentamento e servono idee e scelte nuove a favore del riuso e del recupero. Questa storia della necessità di rispondere positivamente a ben 1.800 famiglie in attesa di poter costruire non si sa bene cosa dovrebbe essere chiarita dalla nostra amministrazione comunale un po' meglio di quanto non sia stato fatto sino ad ora. Una cifra come questa non è uno scherzo, considerato l'interesse quasi nullo dimostrato dagli umbri nei confronti del piano casa, e cioè della possibilità di operare modesti ampliamenti della propria abitazione. I conti, evidentemente, non tornano. Poi ci sarebbe San Sisto e le aspettative dei proprietari delle aree vicine all'ospedale. Altri palazzi e altre lottizzazioni? e come la mettiamo con i condomini invenduti un po' ovunque?
La fortuna, e una non trascurabile quota di ricchezza, in questa città, è caduta benevolmente in tutti questi anni sulle braccia di proprietari terrieri, qualche costruttore particolarmente avveduto, mediatori e procacciatori di opportunità immobiliari. Sarebbe ora di finirla perché così Perugia si avvia verso un vicolo cieco e perde di vista il proprio futuro. C'è qualcosa da fare oltre che impastare sabbia, calce e cemento per l'edilizia privata, centri commerciali, strade, sottopassi e rotonde. Cos'altro hanno in mente per lo sviluppo della città, imprenditori, politici, istituzioni pubbliche e private? E' possibile un altro mondo oltre l'industria del mattone? Per carità, nessuna demonizzazione, ma è ora di cercare un'altra strada cambiando, possibilmente in meglio, non solo un piano regolatore ma il modo di produrre ricchezza in questo posto sempre così affezionato alla cara e dolce rendita.
Rivedere le regole dello sviluppo edilizio della città, ripensare l'urbanistica, cercare di salvare il salvabile evitando di ripetere gli errori del passato. Il passato è responsabile della morte della campagna e della sua marginalità, buona solo quando cambia la sua destinazione d'uso, come a San Martino in Campo, delle periferie che non diventano mai città, della privatizzazione del territorio per fini speculativi. Questo dovrebbe essere il compito di una classe dirigente, degli amministratori, dei partiti che si rinnovano sempre per restare inevitabilmente quelli di una volta, maggioranza e opposizione. Cambiare. Scommettere sul futuro significa inevitabilmente non puntare ancora sulla città più grande ma, semmai, su quella più bella, nella parte nuova e in quella antica. Questa opera non spetta ai costruttori e nemmeno, in gran parte, agli architetti o agli ingegneri, ma alla politica. Riqualificare significa immettere socialità, cultura, servizi nei quartieri, senso di appartenenza. Ripensare, insieme al piano regolatore, la città e il suo futuro ponendosi dalla parte degli interessi generali e non da quella della rendita. E' questa la città più bella e questo sarebbe il compito della politica. E un po' anche di tutti noi. Della società civile, insomma, ammesso che esista e che ne abbia voglia, si capisce. 
                                                                                                                                                  renzo.massarelli@alice.it
(per il Corriere dell'Umbria, sabato 9 settembre 2011)
     



Renzo Massarelli

Inserito lunedì 12 settembre 2011


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Commenti

Nome: rosamaria lattanzi
Commento: ma !!!....sempre delegare alla POLITICA divenuto ente supremo di un deus ex machina... è il pensiero politico di sinistra che ha creato la cementificazione.. gli stessi abitanti complici non si sono ribellati, anzi se ne sono andati contenti di andare nelle villette a schiera... mi chiedo ... ma quando coloro che fanno politica penseranno ai cittadini come fine ultimo di un progetto?

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