23/04/2021
direttore Renzo Zuccherini

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Una regione all'opposizione
Adesso tutti si stupiscono, dietro le finestre del Palazzo, per questa presenza in Umbria e soprattutto a Perugia di clan della camorra. Sono almeno dieci anni che questa regione rappresenta una base fredda per poteri non proprio trasparenti


                                              

Dopo aver tanto parlato di federalismo ci ritroviamo in un paese dove decide tutto il governo centrale. Alcune misure sembrano ordinanze papali, cioè impregnate di cultura ottocentesca. Le regioni e i comuni, per non parlare delle province, vengono trattate come scolari all'asilo e guidate dall'alto, al suono della campanella. Fanno bene i comuni a protestare. Del resto, cos'altro potrebbero fare? Non sempre il progresso ci porta lontano, qualche volta ci porta terribilmente indietro, anche se le autonomie locali sono riconosciute dalla Costituzione e come tali tutelate. Questa storia dell'abolizione delle province, per esempio, che pure trova consensi e anche una qualche ragione obiettiva, non nasce da una cultura progressiva, e cioè all'interno di una nuova idea del potere locale, ma da una semplice operazione contabile e, forse, anche da qualcosa di peggio, da una minaccia più che da una promessa, e cioè dal desiderio di imporre un primo passo verso una semplificazione  centralista. Con questi ultimi provvedimenti ci stanno dicendo che comandano loro, quelli che stanno in alto, e che la straordinaria varietà culturale dell'Italia dai mille campanili dovrà mettersi da parte, che il potere diffuso è un lusso e, va da sé, uno spreco.
 I tagli ai bilanci di Regione ed enti locali rischiano di produrre effetti, in Umbria e nelle altre regioni centrali, molto più profondi che altrove perché è qui che lo Stato sociale ha prodotto, nella storia repubblicana, i risultati migliori. Quindi, avremo meno servizi collettivi, asili, trasporti, assistenza, sanità. Tutto questo renderà necessario, se non avremo un cambiamento di rotta al momento difficilmente ipotizzabile, un ripensamento di questo modello perché l'Umbria che abbiamo conosciuto, nel bene e nel male, non c'è già più. E' vero che, sia pure lentamente, la regione sta cercando rimedi per conservare almeno la rete di protezione sociale, i servizi, la cultura del welfare, ma il ciclone che la sta investendo non mette in discussione solo il tessuto pregiato del sistema umbro, ma anche l'osso più duro e cioè la ragione stessa di un ente locale, i servizi essenziali, la sua stessa identità.
L'Umbria è stata, sin dal dopoguerra, sempre all'opposizione rispetto ai governi centrali, orgogliosa e forse anche un po' vittima della sua diversità. Regione piccola, arretrata, isolata. Questo era o, almeno, sembrava essere. Anche questa sua appartenenza al triangolo delle regioni rosse è stata in larga parte frutto di una semplificazione politica. Rossa lo era di sicuro, ma a modo suo. Non c'era in Umbria la cultura e soprattutto la pratica riformista dell'Emilia e tanto meno la presenza associativa delle cooperative e così anche la capacità e la forza dell'organizzazione politica nel territorio. Quella umbra era una sinistra con una sua identità e un sacco di difetti perché somigliava inevitabilmente a questa regione così piccola ma anche così diversa, divisa in tanti territori che non comunicavano, forte nelle campagne e debole nelle città, a parte la Terni operaia. L'Umbria all'opposizione non era però prigioniera della propria diversità. Qui è nata l'idea della programmazione regionale e il primo piano di sviluppo, negli anni sessanta, quando le regioni non c'erano ancora. Terra non povera di idee e di proposte, non chiusa in se stessa, però all'opposizione, se non altro per necessità.
Le più grandi produttrici di ricchezza sociale e materiale non sono state solo le fabbriche ma anche gli enti locali, i comuni e le province e poi, certo, la Regione. Un paradosso? mica tanto. E i grandi manager? beh, sono stati i sindaci, i grandi sindaci degli anni cinquanta e sessanta. E' attorno alle autonomie locali che è nata l'Umbria moderna o, comunque, quella che ha cancellato l'isolamento e l'antica povertà. Con tutti i limiti e le contraddizioni che si possono vedere ancora oggi, si capisce.
Ora le cose sono un po' diverse, anche perché il sistema delle autonomie locali non è più quello dei grandi sindaci ma di un personale politico figlio del suo tempo, inevitabilmente, che amministra quel che può e senza un grande disegno politico. Tutto è grigio nell'epoca nostra, ne' rosso ne' bianco, ne' di quei colori che girano ora. Meglio così, meno ideologie e più fatti concreti? Può darsi, ma i fatti concreti non si vedono, non si vede almeno la loro forza innovativa. Prendiamo l'occasione del terremoto e l'enorme massa di finanziamenti che ha miracolato mezza Umbria. La ricostruzione è stata, considerato che siamo in Italia, un mezzo miracolo. Niente scandali, ritardi nella norma, o quasi, paesi rimessi in piedi come, del resto, in altre occasioni e in altri precedenti terremoti. Tutto bene? perché no. Solo che questa occasione storica ha lasciato dietro di sé quasi nulla nel settore delle costruzioni. Le società arrivano, vincono gli appalti, lavorano più o meno bene e ripartono. La grande cultura del costruire e del restaurare è svanita dietro le ruspe, il destino dei centri storici dell'Appennino è lì a rimirare la grande occasione persa. Ricostruire le case non è bastato.  Rivitalizzare, dunque, e non solo costruire, perché le case non bastano se non c'è una comunità, occasioni per crescere e per lavorare. Abbiamo avuto in questi anni una classe dirigente brava a correre dietro le grandi opere, i grandi appalti, i grandi finanziamenti pubblici e poi una nuova classe dirigente orfana di tutte quelle grandi opere che non si sono fatte e che ora non sa più quale sia il suo mestiere. Abbiamo atteso per anni i finanziamenti per il nodo di Perugia mentre si discuteva già della nuova autostrada che avrebbe cancellato le magagne della E45 e l'equilibrio ecologico e territoriale di mezza Umbria. Intanto, a distanza di un paio di anni, non sappiamo chi potrà darci i fondi per il piano dei trasporti pubblici e quelli per gli asili.
Adesso che gli enti locali sono sotto tiro si ricomincia a parlare della necessità di ripensare il sistema istituzionale. Comuni, Province, enti intermedi, Asl, Comunità montane, ambiti territoriali. Prepariamola questa riforma, ma per fare che cosa? Ecco, prima decidiamo cosa dobbiamo fare, qual è il progetto per l'Umbria e poi, dopo, potremo parlare degli enti che ci servono.
Così, se oggi ci guardiamo attorno, abbiamo l'impressione di essere governati da  classi dirigenti  che hanno smarrito persino l'ambizione di progettare il futuro seguendo la strada dell'interesse collettivo. Il fatto è che un comune non è un'agenzia che fornisce semplicemente servizi ma il centro di una comunità, la casa di tutti, e allora se non è capace di trasmettere questo senso di appartenenza finisce inevitabilmente con l'apparire non solo lontano ma persino inutile e comunque sempre troppo costoso . Se un comune perde questo prestigio politico non gli resta nessun'altra difesa. Adesso tutti si stupiscono, dietro le finestre del Palazzo, per questa presenza in Umbria e soprattutto a Perugia di clan della camorra. Sono almeno dieci anni che questa regione rappresenta una base fredda per poteri non proprio trasparenti. Va bene, per queste cose c'è la polizia, ma se le istituzioni e le stesse forze sociali appaiono così deboli e indifese, così inconsapevoli, così irrilevanti, allora c'è da preoccuparsi davvero perché a tutto si può rinunciare ma non a sentirsi cittadini liberi nella terra dove si è nati.
                                                                                                                                                                                    renzo.massarelli@alice.it
(per il Corriere dell'Umbria, sabato 17 settembre 2011)



Renzo Massarelli

Inserito martedì 20 settembre 2011


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