26/01/2020
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Le cinque Giornate di Milano
La ricerca di un adolescente... del centenario dell'Unità d'Italia

L’Italia e la sua unità: 1861 – 1911 – 1961 – 2011

Riprendendo il filo di quanto scrissi su ‘La bella Gigogin’, le 5 Giornate di Milano del 1848 e l’Unità di Italia, quella del 1861, e da qui la celebrazione del centenario, a suo tempo da me, adolescente, vissuto in maniera particolare, e nell’attuale cento cinquantenario, che tutti abbiamo ricordato in modi vari e variopinti, è per me cosa emozionante e curiosa inviarvi questa mia ricerca (scritta a mano con penna stilografica blu) da studente delle scuole medie inferiori, come allora si chiamavano, riguardante, per l’appunto, le 5 Giornate di  Milano, che tanto hanno dato nella storia del nostro Risorgimento e che furono uno dei momenti più emblematici di quei movimenti insurrezionali, rivoluzionarti o come li volete chiamare e/o interpretare che tanto sconvolsero la penisola italica e l’Europa in quei decenni a metà del XIX secolo.
Questo vuol essere un ulteriore contributo, permeato dalla nostalgia della memoria, per ricordare l’Unità d’Italia nel 2011 attraverso un frammento legato a quella del 1961 che vissi ben diversamente, frammento di una delle numerose storie che messe insieme hanno costituto quello che tutti abbiamo imparato essere, ed essere stato, il cosiddetto nostro Risorgimento; una farfalla, in altre parole e per utilizzare un simbolismo a me caro, un a farfalla tra la miriade di farfalle che raccolte insieme, nello spazio e nel tempo, ben possono rappresentare il percorso che fu fatto per conquistare prima e salvaguardare poi questo nostro ‘fatiscente’ Paese.


LE 5 GIORNATE DI MILANO

Daniele Crotti
Scuola Media Statale ‘Angelo Bascapè’, Saronno (VA), Classe III D, anno scolastico 1961

La rivoluzione che nelle tre giornate di febbraio abbatté a Parigi il trono di Luigi Filippo d’Orleans e determinò la proclamazione della repubblica, della quale il poeta Lamartine in un primo momento, e il generale Cavaignac in un momento successivo furono gli esponenti, scosse l’Europa fin nel profondo delle sue viscere. Il moto si propagò rapidamente al di là dei Vosgi e del Reno, cosicché in breve da Francoforte ad Amburgo, da Lubecca a Darmstadt, da Stoccarda a Monaco e a Berlino, tutta la Germania fu in tumulto. Vienna, la patriarcale Vienna degli Asburgo, non si sottrasse a quell’uragano di passioni, che scrollava i popoli più pacifici: ond’è che dopo il 10 marzo gli studenti e gli operai viennesi scesero in piazza, reclamando ad una voce l’allontanamento del principe Metternich dal potere, la sollecita convocazione delle diete degli stati che componevano la monarchia, la libertà di stampa, la guardia civica e finalmente la Costituzione.
Il principe Metternich, che da quasi quaranta anni era il personaggio più importante dell’Austria, fu costretto a dimettersi e quindi, abbandonato pressoché da tutti i cortigiani del giorno prima, dovette fuggire dalla città che per tanti anni aveva avuto, si può dire, ai suoi piedi. Infine l’imperatore Ferdinando I concedeva tutto quello che i viennesi avevano chiesto: Costituzione, libertà di stampa, e la convocazione delle Assemblee degli Stati, e perciò anche delle Congregazioni centrali della Lombardia e del Veneto, che, secondo la promessa, si sarebbero dovute riunire al più tardi il 3 luglio.
La notizia dei rivolgimenti viennesi non tardò a diffondersi in tutto il Lombardo – Veneto, che ne fu vivamente commosso. In verità, Lombardia e Venezia, come l’Italia tutta, trovavansi in stato latente di rivolta ormai da gran tempo, e principalmente da quando Pio IX era salito al trono pontificio. Le passioni nazionali degli Italiani erano ancor più arroventate dopo la insurrezione di Sicilia e la concessione di uno statuto costituzionale a Napoli, concessione che aveva costretto anche il Re di Sardegna, il Granduca di Toscana e il Papa stesso a non mostrarsi da meno del Borbone napoletano a far ugualmente dono ai loro sudditi di una Carta costituzionale. In modo particolare, Veneziani e Milanesi si manifestarono con la loro intolleranza della dominazione austriaca, Venezia negando il sollecito applauso all’Arciduca – Viceré nell’ultima seduta del Congresso dei dotti, Milano tributando prolungate ovazioni al nuovo Arcivescovo italiano e predisponendo quello sciopero dei fumatori che aveva offerto alla soldatesca del Maresciallo Radetzky la desiderata occasione di maneggiare la sciabola contro la inerme cittadinanza. Avvenne così che quando sopraggiunse a Milano, in ora avanzata del 17 marzo 1848, la notizia della rivoluzione di Vienna, i più risoluti del patriottismo lombardo erano già pronti a intraprendere quell’azione decisiva che essi erano andati predisponendo, con mente presaga, nelle frequenti conventicole segrete.
Il mattino seguente, gran quantità di popolo era dinanzi al palazzo municipale del Broletto, e altra si andava raccogliendo nei pressi di S. Babila. Sollecitato dalle voci  che s’alzavano dalla via, le quali reclamavano armi, libertà, Italia, il Podestà conte Gabrio Casati, unitamente ad alcuni assessori, acconsentì a uscire dal Municipio, per andare al Palazzo del Governo a chiedere al Vice – Governatore O’Donell, che sedeva in assenza del Governatore, di essere autorizzato ad aprire i ruoli della Guardia Civica, alla quale avrebbero dovuto fornire armi l’autorità militare o la polizia. Dietro ai membri della Municipalità si compose un lungo corteo di popolo, che sfilò per le vie della operosa città, fatto segno ai saluti e agli applausi della popolazione affacciata alle finestre.
Quando i Municipali e la gente che li seguiva giunsero in Borgo Monforte, il Palazzo del Governo era già stato invaso da altro popolo che aveva preso le mosse da San Babila, e fra questa avanguardia della città insorgente e i pochi soldati di fazione s’era svolto un conflitto, nel quale il primo sangue della giornata era stato sparso. Il Palazzo era stato invaso furiosamente, e le sue stanze devastate; impiegati e inservienti erano fuggiti o s’erano nascosti. Il Vice – Governatore O’Donell era stato scoperto, tutto spaurito e tremante, e trovavasi alle prese coi dimostranti quando sopraggiunsero prima il podestà Casati e gli assessori, quindi anche l’Arcivescovo Romilli accompagnato da qualche sacerdote. O’Donell s’affrettò a chiedere la protezione del Casati, vedendosi ormai perduto. Ma la moltitudine della prima e della seconda ondata si faceva sempre più rumorosa e impaziente reclamando che il Vive – Governatore decretasse senz’altro la formazione della Guardi Civica, il disarmo della vecchia polizia, il conferimento alla Municipalità dei poteri necessari per la formazione di una nuova polizia. O’Donell tentò di resistere, dicendosi non autorizzato a concedere tanto, ma ecco il giovane Enrico Cernuschi farsi innanzi con piglio risoluto, armato di carta, penna e calamaio, e imporre allo spaurito funzionario austriaco di scrivere egli stesso i decreti relativi alle volute concessioni, ciò che l’ O’ Donell, pur tra esitazioni e proteste, acconsentì di fare. Poiché s’era, nel frattempo, diffusa la voce che stava per arrivare a Borgo Monforte una colonna di soldati austriaci, tutti abbandonarono il Palazzo del Governo, e con la moltitudine anche il Casati e l’O’ Donell, che raggiunta la via del Monte miravano a proseguire fino al Broletto. Se nonché una pattuglia di soldati austriaci non esitò ad affrontare quella massa di gente rumorosa (molti portavano sul petto o sul cappello vistose coccarde tricolori e anche O’ Donell, ormai prigioniero della città insorta, era stato costretto a fregiarsene), quindi a far fuoco su di essa, costringendo i più a trovare scampo in una fuga precipitosa, mentre il Podestà, gli Assessori, il Vice – Governatore, il Cernuschi e pochi altri riparavano nella casa Vidiserti, nella medesima via del Monte, il cui portone era aperto.
Era intanto arrivata fino al Maresciallo Radetzky la notizia di quel gran disordine. L’autorità militare non s’era mossa fino a quel momento perché aspettava le disposizioni dell’autorità civile: quest’ultima dapprima aveva esitato a chiedere l’intervento di quella, poi, con la cattura dell’O’ Donell, non era stata più in grado di provvedere. Allora il Radetzky decise senz’altro di agire. Lasciò Casa Cagnola, nei pressi di Brera, e si trasferì al Castello, dove ordinò che fosse sparato il cannone di allarme. Mandò quindi ad occupare dalla truppa alcuni punti strategici, tra i quali il Palazzo reale e le sovrastrutture del Duomo, nel centro della città. Intanto il campanile di S. Damiano aveva cominciato a fare sentire il rintocco furioso dei suoi bronzi, imitato ben presto da altri campanili vicini e lontani. Nei pressi del Palazzo del Governo, nel Corso di Porta Orientale, nel Corso di Porta Nuova, nella Corsia del Giardino erano sorte le prime barricate, e altre se ne costruirono febbrilmente quella sera e durante la notte e il giorno seguente, in ogni via della città. Erano formate coi più diversi oggetti, cosicché avevano aspetto diverso a seconda dei luoghi ove sorgevano, dele attività degli abitanti e dei mezzi a loro disposizione. Così erano state usate le carrozze di Corte  Porta Romana; le sedie della Scala e gli attrezzi teatrali a Santa Margherita e in Coso di Porta Nuova; gli attrezzi ch’erano serviti nel 1838 per la incoronazione dell’imperatore, nella Corsia del Giardino; alcune centinaia di libri – bollettari presi in ufficio daziario, al Cordusio; mobili e confessionali tratti dalle chiese, un po’ dappertutto; perfino il carro destinato alle esecuzioni capitali, nei pressi di San Zeno. Non meno di mille e cinquecento barricate sorsero in Milano nei giorni di quella lotta epica e cruenta: tutte le vie della città ne erano intersecate. La rivoluzione era cominciata quando i cittadini mancavano d’armi. Quelle promesse dal Piemonte non erano arrivate, e in tutta Milano i combattenti volontari potevano disporre di appena un seicento fucili. Perciò essi dovettero approfittare di quelle che trovarono nelle botteghe di armaioli, che svuotarono di ogni arma da taglio e da fuoco; e anche nelle armerie, principalmente in quella preziosa di Ubaldo degli Ubaldi, dalla quale asportarono ogni sorta di armi antiche e antichissime, brandi, pugnali, stocchi, spadoni, scimitarre; persino nel deposito d’armi della Scala, dove trovavansi pochi fucili arrugginiti e pressoché inservibili.  Ma l’arma di cui non era d’uopo far ricerca era l’entusiasmo e la risolutezza dei cittadini scesi nelle vie a costruire e difendere le barricate: c’era in tutti la più decisa volontà di resistere e di vincere, e tutti si moltiplicavano per essere pari al bisogno. In quei giorni la popolazione milanese aveva una sola volontà, un’anima sola; tutte le case, anche quelle dei ricchi, erano aperte per il conforto e il soccorso dei combattenti, che in esse trovavano una benda per medicare una ferita, un pane e un bicchiere di vino per sostenere le forze dei più stanchi, un letto per accogliere coloro che avevano bisogno di qualche momento di riposo. E oltre quelli che combattevano alle barricate, v’erano quelli che stavano appostati sui tetti, e con sassi, con tegole e con olio bollente sgominavano le pattuglie nemiche che si spostavano da un punto all’altro della città. Fra i combattenti v’erano alcune donne, che si mostrarono tra le più ardite e impetuose. E anche i ragazzi erano della partita, sia per lanciarsi sulle palle da cannone, di cui il nemico era pur generoso, e strappar loro la miccia, onde non esplodessero, sia come portatori di ordini e comunicazioni tra le barricate e il centro della resistenza, che s’era frattanto costituito. E come portatori d’ordini si distinsero principalmente i giovinetti dell’Orfanotrofio, i bravi ed audaci Martinitt, che il Cernuschi aveva mobilitato a questo scopo.
Il podestà Casati, prima di riparare in Casa Vidiserti, aveva mandato un suo incaricato al Broletto, ad iniziare le operazioni di arruolamento della Guardia Civica, in conformità di uno dei tre decreti strappati  all’O’ Donell. Ma ecco, nel frattempo, sopraggiungere una colonna di truppa austriaca, provveduta di cannoni, la quale s’accinse a dar l’assalto al Broletto. Era stata mandata dal Radetzsky a catturare il Casati e gli altri della Municipalità, ch’egli giudicava essere i capi del sommovimento, per recidere fin da quella prima ora il nerbo bella rivolta. Dopo qualche resistenza, il Palazzo Municipale fu preso dalla soldatesca, e quanti v’erano dentro fatti prigionieri e trascinati al Castello. Si illudeva il Maresciallo di avere in tal modo soffocata la rivoluzione fin dal suo nascere, perché questo riuscito colpo di mano s’era verificato la stessa sera del 18, quando l’insurrezione era ai suoi primi passi. Ma s’ingannava, perché intanto la rivoluzione, ch’era propagata per impulso spontaneo, proprio a questo punto si andava organizzando, e acquistava un suo centro direttivo. Era parso a Carlo Cattaneo – che ben presto s’era unito, benché dapprima riluttante e incredulo, ai promotori della rivoluzione – che la Casa Vidiserti fosse troppo esposta a un eventuale colpo di mano: venne pertanto deciso di trasferire quel gruppo di uomini ormai destinati a guidare il moto popolare, nella Casa Taverna Antica, in via de’ Bigli, più stretta e più facilmente difendibile. Durante la notte del 19 marzo si portarono nella nuova sede il Casati, gli assessori rimasti a lui, e tutti coloro ch’erano accorsi a condividere con essi o pericoli di quell’ora decisiva, compreso, suo malgrado, l’O’ Donell. Fu in Casa Taverna che il mattino del 20 si costituì, per suggerimento del Cattaneo, quel consiglio di guerra che divenne il propulsore fervido e risoluto della lotta fierissima che ormai aveva guadagnato l’intera città. Fu pur qui che il Casati chiamò a sé un gruppo di uomini fervidi di patriottismo, che elesse a sostituire gli assessori assenti e ai quali attribuì diversi incarichi per la miglior riuscita dell’impresa liberatrice. E poiché la lotta era intanto divampata ardente e irresistibile, tanto che i quattordicimila soldati austriaci del presidio si trovarono smarriti – eran privi di viveri e scarseggiavano di munizioni, perché le pattuglie incaricate di portarle, sorprese dai cittadini, venivano poste in fuga, disperse o catturate -, e tutti i campanili della città continuavano senza posa a suonare a stormo le loro campane, e qualche cannone conquistato dai cittadini a viva forza veniva usato contro gli austriaci stessi, il Radetzky si piegò a far qualche tentativo per giungere a un’intesa con gli insorti. Un maggiore, Ettinghausen, si presentò il 20 a Casa Taverna a proporre una tregua di armi, ma la parola maschia e stringente del Cattaneo indusse tutti a respingere la proposta insidiosa. I consoli di Francia, di Svizzera, d’Inghilterra, di Roma fecero uguale pressante proposta d’armistizio l’indomani, dopo aver conferito col maresciallo, ma non ottennero risposta diversa. Ormai la decisione spettava alla forza. E la forza pendeva ormai a favore dei cittadini. Il maresciallo fece sgombrare a uno a uno gli edifici centrali che aveva in un primo tempo occupati: abbandonò il Palazzo Reale, il Duomo, qualche caserma, qualche altro edificio militare. E altri ne conquistarono di slancio i cittadini, compreso il Palazzo del genio prossimo  al Monte di Pietà, dove cadde il prode Augusto Anfossi nizzardo, e dove Pasquale Sottocorno fece mostra di non comune intrepidezza. Il nemico presidiava tutte le porte e la linea dei bastioni: ma il 22 Porta Tosa fu conquistata da una mano di prodi guidati d Luciano Manara, dopo un aspro combattimento.
Tutta la regione lombarda, a quella veneta altresì, s’erano ormai levate in armi. I palloni di carta preparati dai seminaristi, sospinti dal vento, avevano portato lontano i proclami e gli appelli del Consiglio di Guerra, incitando all’azione anche le popolazioni del contado. Radetzky non poteva ricevere aiuti dal di fuori, perché barricate, trincee, impedimenti di diversa foggia erano stati eretti dappertutto, nelle vicine e lontane contrade: i suoi corrieri erano catturati dalle popolazioni, i cariaggi con viveri e munizioni avviati su Milano cadevano in mano dei sollevati, i messaggi dell’Arciduca – Viceré riparato a Verona non giungevano al maresciallo, quelli del maresciallo a lui diretti andavano a finire sul tavolo del Consiglio di Guerra a Casa Taverna.
Tutto contribuiva ad assicurare la vittoria popolare, e il maresciallo poteva temere che ben presto l’esercito sardo si sarebbe deciso a varcare il Ticino. Perciò tra il 21 e il 22 egli prese l’angosciosa decisione di abbandonare Milano e di riparare al di là dell’Adda, accorrendo nel quadrilatero. Il 22 completò il concentramento dei suoi dispersi battaglioni, e quella sera, mentre il cannone austriaco continuava a tuonare e a distruggere, la ritirata dell’intero esercito imperiale si effettuò nel più gran disordine, essendo tutti gli uomini stanchi, affamati, e soprattutto spaventati e disanimati. Se qualche battaglione di truppa fresca e ordinata fosse piombato in mezzo a queste soldatesche smarrite, confuse e spossate, non v’ha dubbio che l’esercito del Radewtzky sarebbe stato rapidamente e definitivamente annientato. Ma le prime poche truppe del Re di Sardegna giunsero a Milano da Novara solo il 26 marzo, quando il maresciallo Radetzky era ormai lontano; e il grosso dell’esercito sardo pervenne a Pavia solo il 29, quando l’altro era ormai prossimo a Verona.
Tuttavia il 23 marzo poterono esultare i milanesi, quando appresero che lo straniero aveva abbandonatola loro città: e il Governo provvisorio, che s’era costituito tra il 21 e il 22 e a capo del quale era stato posto il podestà Gabrio Casati, poté annunciare ai vicini e ai lontani che Milano, dopo cinque giornate di strenua lotta, era libera per la concorde virtù dei suoi animosi e valenti cittadini.

Ecco, questo è quanto ho ‘ritrovato’. Codesta breve ricerca, corredata di alcune ritagli di foto o disegni, si conclude con il ritaglio di un francobollo della Repubblica Italiana di 6 lire, emesso nel I centenario dello storico evento.



Daniele Crotti

Inserito domenica 25 settembre 2011


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