23/01/2021
direttore Renzo Zuccherini

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Cinquanta anni dopo
Ricordando come questa festa faccia ormai parte della identità più profonda di questa regione, non possiamo dimenticare che la pace tra gli uomini non è soltanto il contrario della guerra ma anche il volto di una comunità che coltiva i valori della fratellanza e dell'uguaglianza

La foto è un po' ingiallita e gli attori principali non ci sono più. 50 anni sono cinquanta anni, due generazioni, mezzo secolo. Anche la qualità di quelle immagini è quella che è.  Si vede che tutto è organizzato con pochi mezzi e senza l'intenzione di apparire tanto per apparire. E' un corteo  serio e pensoso come non sarebbe di certo nel tempo nostro. Altro stile, ma si tratta della prima volta e la prima volta è sempre una cosa speciale. Chi girava qualche spezzone di pellicola non pensava, e questo si vede, di passare alla storia. Documentava un corteo di persone con poche bandiere e pochi slogan, senza nessuna velleità iconografica. Non è quella, insomma, la mano di un professionista dei cinegiornali. Tutto è così semplice e, proprio per questo, profondamente vero. La cosa che più colpisce è proprio questo andare lungo la valle umbra come si farebbe per una scampagnata tra amici ma, nello stesso tempo, con discrezione. In quegli anni, soprattutto, le manifestazioni politiche erano tutta un'altra cosa. Si doveva comunicare un sentimento di protesta e affermare l' appartenenza a un'idea collettiva. Dunque, c'erano le bandiere e i cartelli che dovevano parlare a tutti gli altri, a coloro che guardavano dalle finestre e a chi, dal ciglio della strada, aspettava incerto il momento per partecipare anch'esso e poi c'erano gli slogan e i canti e c'era un nemico contro il quale si doveva necessariamente protestare.
La marcia della pace di Aldo Capitini del '61 fu proprio una cosa diversa, unica per quei tempi. Fu la nascita o almeno il manifestarsi di un linguaggio nuovo e non  soltanto per i pensieri già noti dell'inquilino della torre campanaria del comune di Perugia e delle sue esperienze sociali sbocciate col rinascere della democrazia. C'era un'Italia che voleva parlare nel tempo del disgelo, quando cioè la guerra fredda aveva esaurito la sua carica più aggressiva e la logica dei blocchi si poteva guardare con più capacità di discernimento e oltre le ideologie e il settarismo e per quello che era stata e cioè la minaccia della fine del mondo, della distruzione della civiltà dell'uomo. Per questo la pace e per questo, di conseguenza, la non violenza. Questa è stata la grande rivoluzione di Aldo Capitini e di quella sua marcia da Perugia ad Assisi così popolare e così fortemente elitaria. L'Italia che camminava dietro lo striscione bianco era l'Italia che aveva lasciato a casa le sue certezze antiche e si incontrava in Umbria per parlarsi e per cercare strade nuove in un tempo in cui sembrava ancora tutto possibile, persino la pace nel mondo. C'era il popolo della sinistra e quello cattolico, indipendenti, laici, moderati e progressisti e c'erano gli intellettuali di allora, non tutti, forse neanche tanti, ma i più popolari e prestigiosi di quel tempo. Non era l'Italia tutta intera ma solo una sua parte, magari la migliore, ma certamente minoritaria. Fu la cultura a guidare quella marcia e non la politica, almeno non i partiti, per questo gli intellettuali stavano in prima fila, accanto a Capitini. Poi c'erano anche i partiti e i loro rappresentanti, ma non era questa la cosa importante. Era la bandiera arcobaleno che rappresentava tutti, la bellissima bandiera sintesi della luce, lo spettro che occorre attraversare per tornare a vivere dopo la tempesta.
Nel '61 l'Italia compiva i suoi primi cento anni e si avviava con qualche affanno oltre la stagione del suo miracolo economico. In Umbria si stava esaurendo la grande epopea mezzadrile e la fuga dalle campagne cominciava ad aprire nuovi orizzonti di sviluppo. Quella marcia restò l'unica per molti anni e Capitini non ne vide altre.
Poi, ogni volta, ci fu un motivo nuovo per rifarla in un palcoscenico sempre diverso in Italia e nel mondo. In fondo, quel lunghissimo nastro colorato come la bandiera arcobaleno ci ha raccontato la storia del nostro paese e anche qualcosa di più. C'è chi le ha fatte tutte come Ilvano Rasimelli, presidente della provincia di Perugia negli anni sessanta, e poi senatore e fortunato allievo di Capitini. C'è chi ha visto l'Italia cambiare attraverso i volti delle persone che scendevano sorridendo per San Girolamo, di prima mattina, prima di arrivare a Ponte San Giovanni e guardare come una chimera lontana la rocca di Assisi oltre le nebbie leggere della pianura. E c'è chi ha visto i giovani di tante generazioni diverse, i movimenti, i gruppi, le associazioni del volontariato, l'Italia del sud e quella del nord, l'Italia e le altre nazioni, i giovani figli del mondo, i costumi e i diversi dialetti. Così, con il tempo, la marcia della pace è diventata il grande sogno, il nostro mondo desiderabile, una grande comunità che si riconosce in tanti valori comuni, dove chi va più veloce lo fa con le proprie gambe e chi resta più indietro sa che, comunque, arriverà lo stesso e sempre con le proprie gambe. Dove non c'è competizione ma amicizia, curiosità e rispetto per chi è diverso. Camminare verso un obiettivo. La marcia Perugia-Assisi è, in questo senso, la metafora della nostra vita.
Ora, dopo mezzo secolo, non c'è solo da festeggiare un compleanno e neppure celebrare una data importante, ma chiedersi semplicemente qual è la lezione che così tante e diverse generazioni hanno ascoltato camminando da Perugia ad Assisi. Non è facile oggi chiedersi se viviamo in un mondo migliore e se, dunque, si è realizzata una delle grandi speranze della marcia. Lo possiamo fare, ma non è questo che conta. Ciò che conta è che la marcia ci sia e che continui a esserci. La sua ragione non sta nel raggiungere gli obiettivi che propone ma semplicemente nel proporli, nel far diventare desideri comuni la lotta alle miserie (marcia del 2005), la difesa dei diritti umani (marcia del 2007), un'altra cultura (marcia del 2010), e, va da sé, la pace e la fratellanza tra i popoli, tema della marcia di domani uguale a quella del '61. Come si può vedere, la marcia ripropone lo stesso titolo degli inizi perché, semplicemente, la pace non è una cosa che si può comprare sui grandi mercati del mondo ma la condizione primaria della nostra vita, la più grande utopia che non possiamo che inseguire senza soste e per sempre.
C'è chi osserva che alla marcia di domani non ci sono più in prima fila gli intellettuali come nel '61. Può darsi, ma anche questo strano mestiere è cambiato con il tempo. Gli intellettuali di oggi sono le moltitudini di giovani senza lavoro arrivati molto avanti nello spazio del sapere e che non sanno quale sarà il loro futuro. I veri protagonisti della marcia di domani sono loro e anche per questo l'idea di Capitini non invecchia mai. Ci sono sempre i giovani in prima fila, ogni volta, e da cinquant'anni.
Adesso, ricordando con orgoglio come questa festa di venticinque chilometri faccia ormai parte della identità più profonda di questa regione, non possiamo dimenticare che la pace tra gli uomini non è soltanto il contrario della guerra ma anche il volto di una comunità che coltiva ed esalta i grandi valori della fratellanza e dell'uguaglianza. Vivere in pace, appunto. Allora, dietro i gonfaloni delle nostre città non possiamo nascondere alcuna ipocrisia. C'è ancora molto cammino da fare, un cammino che non finisce la sera, alla fine di una lunga marcia, sulla rocca di Assisi. L'obiettivo da raggiungere è molto grande e molto lontano. In mezzo secolo non abbiamo compiuto che un piccolo passo.
                                                                                                                                                                                              renzo.massarelli@alice.it
(per sabato 24 settembre 2011)
    



Renzo Massarelli

Inserito martedì 27 settembre 2011


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