17/04/2021
direttore Renzo Zuccherini

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Effetto stazione
L'era dei nostri borghi d'oro e d'argento è finita dopo sette secoli. Comincia anche per noi la globalizzazione che era nata tanto tempo fa, non nei grattacieli americani della grande finanza, ma nelle nostre stazioni, lì dove la paura della città ha forgiato i suoi nuovi conquistatori

                                                    

La sera Piazza Grimana sembra di un altro mondo. In un angolo, nel campo di canestro, giocano in silenzio ragazzi cinesi, corrono spensierati e leggeri avanti e indietro. Più in là, escono da un bar con i loro vistosi cellulari in mano tre giovani nordafricani, aspettano, e loro sono sicuri che qualcuno chiamerà. Non c'è nessun altro in giro a quell'ora che non è ancora di cena ma è già la fine di una giornata. Ormai, in quel versante di Perugia colonizzato dagli studenti e popolato da volti di ogni continente, è come se i tradizionali abitanti della città siano scomparsi e non si sa se perché trasferiti ormai da tempo o se rintanati nelle loro case silenziose di via Pinturicchio o di Corso Garibaldi. Il quartiere, ormai, è di altri. Sono loro, i giovani cinesi con il pallone in mano o i tanti stranieri presi da traffici oscuri, i padroni del quartiere, gli unici, almeno, che lo vivono con un tranquillo senso di padronanza. E' curioso, ma sono le sconosciute figure di questi figli del nuovo mondo a sentirsi, tra i tanti e più di altri, esattamente a casa loro. Almeno così pare a noi che li guardiamo con distacco e una qualche diffidenza.
E' in questo modo che le nostre città si trasformano e finiscono tutte con il somigliarsi un po'. Più tardi, dopo cena, Corso Garibaldi torna a rianimarsi con le sue pizzerie dimesse, i negozi etnici sempre aperti, le piccole birrerie davanti alle quali si fa vedere qualche giovane con il bicchiere in mano, gli odori della carne arrosto e indecifrabili sonorità musicali. La sciatta banalità, simile a quella di una periferia indefinita e un po' levantina, cancella il volto austero di un quartiere storico, i suoi vicoli bui e gli archi a sesto acuto.
E' con la contaminazione di culture diverse o, semplicemente, del modo di vivere, una sera, per la strada di Porta Sant'Angelo, che una media città italiana tocca il sapore del grande cambiamento che stiamo vivendo e che non sappiamo se appartenga alla modernità che è già il futuro o, più semplicemente, al nostro tempo presente. Una volta erano i mezzadri della provincia a fermarsi ai margini della città, lungo la stessa strada. Così che a Porta Sant'Angelo si fermavano coloro che venivano dal nord della provincia e a Porta San Pietro quelli del sud. Oggi la dinamica è sempre la stessa, solo che nel passato la città accoglieva i nuovi arrivati e diventava più grande, ora è il vuoto che attira le nuove presenze e determina nuove e sorprendenti colonizzazioni.
Si tratta di un fenomeno che somiglia all'effetto stazione. Uno arriva e, spaventato dalla città sconosciuta, appena sceso dal treno, si ferma prima che può. Le nostre città avranno sempre di più l'aspetto di quartieri di passaggio, l'aria disincantata di residenti provvisori, la monotonia di negozi tutti uguali. Per questo non dobbiamo stupirci se la vecchia e gloriosa Upim scompare dal panorama delle nostre città. Succede. Solo che quella di Fontivegge, proprio vicino alla stazione, era arrivata negli anni ottanta, presenza quasi scontata, insieme alla Coop, in un pezzo di città nuovo di zecca e di una modernità quasi sfacciata, ai piedi del colle etrusco e appena fuori dalle mura medievali. La sua chiusura ha posto una sentenza senza appello sul fallimento del progetto più importante di modernizzazione alta che Perugia abbia mai immaginato nel Novecento. Più di Piazza dell'unità d'Italia e del suo condominio borghese progettato da Calderini, o di Monteluce con il nuovo ospedale. Anche Fontivegge, la nuova città, si svuota esattamente come il vecchio borgo d'oro, ai piedi del Cassero. E' la città diffusa che vince, quella dei quartieri lontani e delle casette a schiera nelle colline intorno che inseguono i supermercati e poi dai supermercati vengono inseguite come in un gioco infantile. A Fontivegge, alla Upim, arrivano i cinesi perché loro, depositari di una civiltà antichissima e unica, si adattano in ogni luogo. Loro ci copiano ma noi non possiamo copiarli. Per questo, e non perché siano così numerosi, conquistano territori e potere. Dunque, i genitori dei ragazzi che giocano a canestro in piazza Grimana entrano da padroni nei locali vuoti della Upim e con loro cambia un'epoca. L'era dei nostri borghi d'oro e d'argento è finita dopo sette secoli. Comincia anche per noi la globalizzazione che era nata tanto tempo fa, non nei grattacieli americani della grande finanza, ma nelle nostre stazioni, lì dove la paura della città ha forgiato i suoi nuovi conquistatori. 
                                                                                         (Per il Corriere dell'Umbria, sabato 5 novembre 2011)



Renzo Massarelli

Inserito mercoledì 9 novembre 2011


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