14/04/2021
direttore Renzo Zuccherini

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Tornando a casa
Nel tempo del mestiere fai da te e del lavoratore tornato solo e senza garanzie anche la sicurezza è un problema personale. Ognuno è solo nel campo della competizione selvaggia e senza regole

                                                    

Tornando a casa, la sera, dopo il lavoro, non si sta tanto a pensare se sia stata una giornata fortunata semplicemente perché si torna sani e salvi. Oggi i rischi del passato sono, in teoria, ridotti se non altro perché ci sono meno fabbriche e più uffici, meno manualità e più automazione. Ma sul lavoro si continua a morire, come sempre. Tre vittime in quattro giorni, sette in poco più di un mese. Due giovani ventenni, a Narni e a Papiano, un albanese e un romeno, e poi ancora operai di mezza età o anziani, e persino una donna alle prese con una macinatrice di granturco. C'è di tutto in questo bollettino di guerra, italiani e stranieri, operai, soprattutto, dell'edilizia o anche, e per l'Umbria è una dolorosissima tradizione, dell'agricoltura.
Per Maringlen, il giovane albanese caduto a Narni da un capannone mentre stava montando pannelli solari, c'era martedì mattina all'obitorio dell'ospedale di Terni un gruppo di connazionali e tante storie di gente sconosciuta, che talvolta guardiamo con indifferenza se non con sospetto. E' una delle tante comunità di extracomunitari, così come vengono definiti, che cercano un lavoro in Italia nei settori più marginali come l'edilizia e nelle piccole aziende del subappalto. Stavano lì, gli amici di Maringlen, seduti all'aperto su una panchina, in silenzio e senza piangere come se non sapessero se potevano farlo, così, in casa d'altri e in terra straniera. Soffriva, questa comunità albanese, questa famiglia venuta, in fondo, da così vicino, ma con discrezione, esclusa la madre che aveva perso il proprio figlio perché, in questo caso, il dolore è troppo grande e non si può né reprimere né nascondere.
 Può capitare di andarsene da questo mondo in tanti modi diversi, anche di sera, tornando a casa, per un banale incidente stradale. Capita, e si tratta di tragedie personali altrettanto grandi e assurde, ma quelle del lavoro non sono personali perché riguardano ognuno di noi e la società nella quale viviamo, le sue regole e le sue tante imperfezioni, ci toccano come comunità e impongono a tutti riflessioni amare sulla civiltà del lavoro e sul suo declino.
Tutte questa insopportabili tragedie appartengono a storie molto diverse ma hanno, ognuna, un segno che si ripete con assurda semplicità. Nelle fabbriche, nei cantieri, nelle campagne, in ogni luogo della regione. Tutto questo può aiutarci, almeno, a capire meglio. A capire, intanto, che il rischio più alto si corre in quella zona grigia dove il lavoro non è una professione tutelata e riconosciuta per quello che vale. Si muore nei cantieri del subappalto, nei campi e nel rapporto con macchine che non si conoscono e che dovrebbero aiutare l'uomo nei mestieri più pesanti. Il mestiere non si impara più, si fa e basta così che scompare il tempo che forma l'esperienza e l'approccio graduale ai misteri della tecnica. Certo, si può perdere la vita, come è successo più che in qualsiasi altro posto, in una grande fabbrica come le acciaierie di Terni o alla Umbria Oli dove morirono quattro operai, la tragedia più grande della nostra regione e della quale si è parlato eri a Campello. Il problema centrale è che un lavoro che vale ormai quattro soldi non ha più maestri e non c'è più nessuno che possa insegnarlo a qualcun altro. E' così che vengono buttati nei cantieri e spediti dieci metri in alto, in piccole aziende anch'esse in balia della logica del massimo ribasso e delle regole feroci della concorrenza, i giovani immigrati, nostri, ormai, vicini di casa. E poi, c'è davvero un posto dove il lavoro è tutelato davvero? Difficile che succeda, e per una ragione molto semplice, qualche volta a prescindere dalle responsabilità dell'impresa. E' che non c'è più l'uomo al centro del processo di sviluppo e, soprattutto, dei valori e della cultura del nostro tempo. Detto questo, si dovrà pur fare in questa regione una riflessione più impegnativa di quella del giorno dopo e delle solite dichiarazioni di circostanza. Succederà, alla fine, di non poter più usare neanche le parole se l'elenco dei caduti diventa incalzante come un bollettino di guerra.
 L'Umbria ha avuto per decenni il primato degli incidenti mortali in agricoltura. Il trattore che si ribalta in una regione così piena di asperità collinari in mano ad agricoltori in pensione alle prese con macchine sempre più indispensabili e sempre poco famigliari. Ora i problemi si nascondono nel debole tessuto produttivo delle piccole imprese senza strumenti per poter affrontare un tema così complicato e, alla fin fine, irrisolvibile. Nel tempo del mestiere fai da te e del lavoratore tornato solo e senza garanzie anche la sicurezza è un problema personale. Ognuno è solo nel campo della competizione selvaggia e senza regole. Che ci pensi da sé.
Ecco, tornando a casa, ognuno non dovrebbe più pensare di aver chiuso una giornata fortunata ma di aver, semplicemente, approfittato di un diritto elementare. Quello fondato, come la Repubblica, sul lavoro.
                                                                                                                                                                                         renzo.massarelli@alice.it 
(per sabato 26 novembre)



Renzo Massarelli

Inserito giovedì 1 dicembre 2011


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