25/01/2020
direttore Renzo Zuccherini

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Gennaio tra Pasquella e S. Antonio
Con i Folia fluctuantia di gennaio

A tutti i lettori....

 Ecco i Folia fluctuantia di gennaio.

 FFOP gennaio 2012.pdf

Ecco, a breve, la Pasqua di Epifania.

E' / sarà tempo di pasquelle e pasquarelle...

 

La Pasquella di Gualdo

 

Buona notte noi vi diamo

nel principio del nostro arrivo,

per lodare Gesù Bambino

e per cantarvi questa novella

 

e giunti siamo alla Pasquella

e per cantarvi questa novella

e giunti siamo alla Pasquella

 

la la la la la la la la la la la la

la la la la la la la la la la la la

la la la la la la la la la la

San Giuseppe Vecchierello

sta mirando il Redentore

che sofftì per nostro amore

e nel presepio la capannella

e giunti siamo alla Pasquella

e per cantarvi questa novella

e giunti siamo alla Pasquella

 

Se avete da regalacce

fate presto in cortesia

che la notte se ne va via

e si nasconde in ogni stella

 

 

e giunti siamo alla Pasquella

e per cantarvi questa novella

e giunti siamo alla Pasquella

 

 

Ma non soltanto pasquelle che in tanti ormai conoscerete.

 

In: “L’UMBRIA CANTATA. Musica  e rito in una cultura popolare”. Valentino Paparelli, squi[libri] Editore, Roma, 2008


 


Pagine 42 – 43:


 


Canto per la festa di Sant’Antonio Abate

La qualifica di protettore degli animali e di simbolo, insieme a San Martino, dell’abbondanza ha sempre garantito a Sant’Antonio Abate (detto anche “del porcello”, per distinguerlo dall’omonimo santo di Padova, per via della costante presenza nell’iconografia tradizionale dell’animale ai suoi piedi) un forte radicamento nelle devozione popolare contadina non soltanto italiana e, di conseguenza, alla sua festa un posto di tutto rilievo nel calendario rituale agricolo. Col tempo, la festa ha inevitabilmente perduto i ricchi apparati extraliturgici ed anche extrareligiosi che l’hanno sempre caratterizzata: dalle rappresentazioni, generalmente incentrate sulla lotta di Sant’Antonio col diavolo, che in alcune regioni, in Abruzzo per esempio, accompagnavano il canto di questua; al banchetto notturno del 16 gennaio, giorno della vigilia; alla distribuzione gratuita del cibo.

Di difficile soluzione è il problema posto dalla distanza tra le credenze popolari fiorite, numerosissime, intorno al santo e la tradizione agiografica colta, rappresentata in particolare dalla Vita Antonii di Sant’Atanasio, suo discepolo, nel IV secolo. Non si capisce come questo monaco egiziano, vissuto molto a lungo tra il III e il IV secolo d. C., simbolo di un ascetismo elitario e, a suo modo,  perfino aristocratico, possa essere diventato il sante bonaccione a “alla mano” che tutti conosciamo. Come si sia potuto passare dall’anacoreta, che ha rinunciato a qualsiasi contatto col mondo reale, al nume tutelare di quanto di più reale e concreto possa essere immaginato, gli animali e i frutti della terra; dal campione dell’ascetismo più rigoroso alla figura giocherellona, che in alcuni canti si diletta con la fionda e fa sassaiole; dalla figura terrifica, che dispensa
punizioni tremende a coloro che infrangono la sua legge, alla macchietta fissata in altri canti (Sant’Antonio che nella lotta col demonio si fa rubare i bottoni mentre si cuce i calzoni o che si fa rubare la forchetta mentre mangia), non è dato sapere.

La stessa caratteristica che lo identifica come protettore degli animali desta perplessità, se rapportata alla tradizione colta. Nella Vita, una delle opere agiografiche più diffuse, tradotte e lette di tutta la Cristianità, fonte di ispirazione per secoli di artisti e letterati, Atanasio non si limita, infatti, a parlare delle componenti di intransigenza e di radicalità della scelta ascetica dell’anacoreta di Coma – la sua totale indifferenza al mondo, il rifiuto della scrittura come possibile strumento di contaminazione e il disprezzo per la cultura -, ma riferisce anche del collegamento degli animali al demonio che appare al santo di volta in volta nelle sembianze di serpenti, orsi, scorpioni, leopardi, iene e lupi. Non solo, ma nell’episodio dell’invasione del suo orto da parte di alcune belve la loro cacciata non sembra improntata a sentimenti di grande trasporto e benevolenza.

Sant’Antonio è inequivocabilmente frutto di un fenomeno di sincretismo religioso, per il quale sulla sua figura convergono istanze di tutela magico-protettiva di origine pagana. Ciò che risulta difficile da capire è su quale componente della sua figura, quando e, soprattutto, perché si innesta il processo di trasfigurazione che farà di Antonio di Coma il santo con il porcello.

Dell’apparato culturale della festa, in Umbria sono sopravvissuti soltanto il canto di questua e la benedizione degli animali e delle ciambelle (che in alcune regioni vengono fatte mangiare anche agli animali in funzione protettiva). E’ pure sopravvissuta la
credenza che la notte del 16 gennaio gli animali parlino e che sia vietato ascoltarli, perché di cattivo auspicio. Del canto, abbiamo registrato due varianti della stessa versione: una è quella qui pubblicata, l’altra è stata registrata a Caroci (Arrone) il 12 gennaio 1974. In entrambe il canto è incentrato sulla scelta del santo che abbandona le ricchezze della famiglia e si ritira nel deserto e sul suo potere protettivo. Mancano, invece, riferimenti alla lotta con il diavolo, elemento costantemente presente nelle versioni rilevate in altre regioni dell’Italia centrale, area nella quale il canto è particolarmente diffuso. Probabilmente si tratta di una componente caduta col tempo dall’uso.

Pagine 212 – 214


 
Ecco il nostro Sant’Antonio (2’34”)

 01 - sant'antonio a lu deserto.mp3

Canto rituale di questua per la festa di Sant’Antonio Abate


Buonacquisto (Arrone, TR), 13 gennaio 1980

Come quasi tutti i canti rituali umbri, anche quello dedicato alla festa di sant’Antonio Abate (17 gennaio) è un canto di questua. L’offerta propiziatoria – i soliti generi alimentari con una prevalenza, vista la concomitanza col periodo nel quale si uccideva il maiale, di carni suine – era finalizzata all’ottenimento da parte del santo della protezione degli animali e alla propiziazione della loro fertilità e dell’abbondanza. Coerentemente con quanto evidenziato nella parte introduttiva sull’argomento, anche in questa versione colpisce la discrasia esistente tra l’immagine dell’anacoreta affidata all’agiografia ufficiale, e incentrata sull’ascesi elitaria e radicale da lui praticata, e il santo sollecito riparatore delle disgrazie e che “si diverte coi pastori”.

Questa versione, anche se eseguita da un gruppo laziale proveniente da Labro (Rieti), un paese ai confini con l’Umbria e a pochi chilometri da Buonacquisto, è identica a quella che veniva cantata in tutta l’area della Valnerina ternana. Del resto, uno degli esecutori, anzi il leader del gruppo dei questuanti, è Trento Pittotti, originario proprio della Valnerina e trasferitosi a Labro in età piuttosto avanzata.  Su iniziativa dello stesso Pittotti, il merito di questo gruppo è stato quello di riprendere il rito dopo un’interruzione durata sei anni. Una caratteristica peculiare di questa versione, a suo modo una forma di rifunzionalizzazione del rito, consiste nel fatto che l’offerta richiesta non erano più i generi alimentari soliti, ma il denaro, che però non era destinato ai questuanti, ma all’organizzazione della festa. Del resto, uno di loro, Renato Sabatini, era uno dei priori (organizzatori) della festa stessa. Accompagnano il canto una fisarmonica (Marco Moretti), che ha sostituito l’originario organetto, e un clarinetto (Alberto Moretti) che rappresenta evidentemente un’aggiunta “posticcia”..

Voce cantante anche di Renato Ratini ed un gruppo di questuanti di Arrone.

Il testo:

 


Ecco il nostro Sant’Antonio


e protetto e sia secondo


nominato per tutto il mondo


ma per la sua gran santità


nominato per tutto il mondo


ma per la sua gran santità

[tra li bovi e le cavalle


le disgrazie discacciava


e dal cielo li moderava


li gran castighi del Signo’


e dal cielo li moderava


li gran castighi del Signo’]

 

Sant’Antonio fraticello


si diverte coi pastori


ogni momento e a tutte l’ore

ma le disgrazie a ripara’


ogni momento e a tutte l’ore


ma le disgrazie a ripara’

 

Ecco l’angelo che viene


è Maria che ce lo manda


e venite tutti quanti


ma Sant’Antonio a festeggia’

e venite tutti quanti


ma Sant’Antonio a festeggia’

 

e per quanto noi diciamo


più di questo non ci resta


e di fargliela una gran festa


e di onorarlo sempre più


e di fargliela una gran festa


e di onorarlo sempre più


Ulteriori ragguagli in:

SANT’ANTONIO (17 gennaio), Francesco Porzi, Porziquaderni n° 8, Porzi editoriali, Perugia 2011


A cura di



Daniele Crotti

Inserito giovedì 29 dicembre 2011


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