07/08/2020
direttore Renzo Zuccherini

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Tutto avvenne nella notte di Capodanno
Una poesiola di Marfrutto, con gli auguri della Tramontana per il nuovo anno

C’era una volta una grande nazione
che quanto ad efficienza
ed organizzazione
praticava tutti i mezzi della scienza.
C’erano aerei senza pilota,
motori a reazione,
cuori artificiali,
bombe al neutrone.
Gli spazi sconfinati della volta stellata
te li potevi ammirare con una passeggiata,
volendo
anche col biglietto d’andata e ritorno
valido per un solo giorno.
Ma qui il mio somaro raglia,
non lo sentite?
che c’è?
oh!, già, c'è il risvolto della medaglia!
Si dice che la gente,
nonostante tutto,
non era poi tanto felice
e aveva sempre il viso
parato a lutto.
Vivere in quelle megalopoli
costruite giocando a monopoli
da poche persone
per milioni di abitanti
racchiusi in casermoni deliranti
portava tutti alla disperazione.
La gente dentro di sé soffriva
perché con tutto quel progresso
tutta quell‘abbondanza
ognuno s accorgeva di essere più solo,
prigioniero in una stanza.
Ognuno pensava solo a se stesso,
a far soldi per aver successo,
a scalare per primo
l’albero della cuccagna
infischiandosi della natura e della campagna.
E per arrampicarsi ogni mezzo era un diritto:
dalla menzogna all’imbroglio alla violenza al delitto.
In quelle città mancava
persino l’aria.
Non c’era persona o un cane o una rosa
che non soffrisse di qualche cosa.
E non bastavano cure e compresse,
le malattie eran per tutti le stesse,
malinconia, depressione,
problemi di peso e di circolazione.
Ogni giorno spuntava
un nuovo male
più terribile ed incurabile
di quello che già imperversava.
L’umanità era in coma,
trionfavano il robot e l ‘automa.

Inaspettatamente,
però,
quando sembrava tutto perduto
irrimediabilmente,
arrivarono i nostri... salvatori,
i petali degli ultimi fiori.
Essi nacquero in pochi vasi sui balconi
di  quei palazzoni popolari
tipo alveari
dove
rubando un raggio al sole e un soffio al vento
eran riusciti
con grande stento
a darsi due pennellate di colori.
Tutto avvenne nella notte di Capodanno.
Disgustati da tutto quel rumore,
da tutto quel vuoto interiore,
decisero a un tratto
di tornare in campagna
e fu subito detto e fatto.
Rifecero al contrario
il viaggio dei loro antenati
che se n’erano andati in città
poveri ed imbrogliati
convinti che bastasse cambiare padrone
per cambiar la società.

“Ritorniamo alle radici,
riscopriamo i veri amici, 
la terra sarà nostra
e lì sopra costruiremo
un modo nuovo
di vivere insieme e di volerci bene.”
Qui passavano tutto il giorno
nei campi e nelle stalle,
cuocevano il pane nel forno,
bevevano latte di giornata,
mangiavano torte uova ortaggi
marmellate frutta e formaggi.
Coltivavano i campi col sudore
con mille cose da fare a tutte l’ore,
Non c’eran dischi né televisione,
la musica
se la facevan da soli la sera
cantando d’inverno vicino all’ultimo tizzone.
Gli animali
non li uccidevano:
erano amici, erano soci
che davano latte uova e lana,
davan la gioia d’una galoppata
nei giorni di festa
tra le bellezze della foresta.
Lavoravano a turno nell’officina
e qui costruivano il necessario,
arnesi mobili trattori e macchinario.
Celebravano insieme
la fioritura, la vendemmia, la battitura.
I petali dei fiori
qui scoprirono la cosa più sensazionale,
che il progresso
non era un marchingegno
sempre più complesso e artificiale,
non era un’astronave
né il raggio della morte
né il calcolo infinitesimale,
ma era lo spartirsi con giustizia tra di loro
i frutti del lavoro.
I bambini crescevano
alla scuola della natura,
senza il ricatto della bocciatura,
aiutavano i grandi a lavorare,
stavano ore a parlare e giocare.
Lì non c’era vecchiaia,
la vita fino all’ultimo scorreva semplice e gaia.
E quando un’esistenza si spegneva
veniva sepolta nei pubblici giardini,
dove tra fiori belli e rari
seguitava a parlare coi suoi cari.
Questo era il mondo,
questa era la vita
dei petali dei fiori,
ultimi salvatori dell‘umanità.
Quanti di voi ci vogliono andare
si facciano sotto,
l’ultima carrozza
partirà a Capodanno alle otto.



Marfrutto

Inserito sabato 31 dicembre 2011


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