29/05/2020
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Basta consumo del territorio
Appello di Umbria24 e Valigiablu: «L’Umbria resti il cuore verde d’Italia»

riprendiamo volentieri da:
http://www.umbria24.it/consumo-territorio-appello-umbria24-valigiablu-%c2%ablumbria-resti-cuore-verde-ditalia%c2%bb/79139.html


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Valigiablu e Umbria24 lanciano insieme un appello contro il consumo di territorio che limita gli spazi fisici cementificando e gli spazi della democrazia orientando le scelte verso interessi che non sono quelli dei cittadini. «L’Umbria resti il cuore verde d’Italia» perché qui sta il suo valore aggiunto. Da Brufa alla Valnerina, dalle frazioni di Perugia all’Altotevere, dal Trasimeno alla Conca ternana.

La variante del Piano Regolatore di Brufa, che permette di edificare laddove fino ad oggi non era possibile (all’interno del locale parco delle sculture), è solo l’ultimo di tanti casi in cui le ragioni dell’amministrare vanno in collisione (e contemporaneamente scavano un abisso) con le ragioni dell’abitare. Da un lato ci sono gli amministratori, che intravedono negli ampi spazi pubblici aree da ritagliare e da far fruttare; dall’altro ci sono gli abitanti che conoscono quegli stessi spazi attraverso l’uso quasi quotidiano che ne fanno. Per gli uni quelle aree sono metri quadri con un valore catastale, per gli altri sono spazi di vita, sono dei luoghi.

Leggi l’appello sul sito di Valigiablu

Il caso di Brufa, purtroppo, non è isolato. Esso rientra nel quadro europeo di politiche degli spazi pubblici (che considera le regioni urbane e rurali come motori della crescita, luoghi dove investire e attirare capitali, aree sulla cui previsione d’uso si giocano strategie e iniziative di sviluppo economico) e italiano di consumo sempre più intensivo di territorio. In Umbria, come in tutta Italia, non si punta sul recupero dell’esistente, ma sulla trasformazione di nuove aree, come evidenziato anche dai dati pubblicati da Linkiesta.

Sottrarre aree verdi al parco delle sculture pone almeno tre questioni: una ambientale, una culturale e una di regole della democrazia.

Come si legge nel comunicato stampa di presentazione del rapporto Ambiente Italia 2011, «il 4,1% del territorio dell’Umbria è occupato da superfici urbanizzate. In pratica 350 chilometri quadrati, tanto quanto l’intero comune di Spoleto.

Un dato, quello del 4,1%, comunque rassicurante rispetto al 14% della Lombardia, che si trova in testa alla classifica, o all’11% del Veneto e della Campania. Dati che però fanno dire a Legambiente che l’Umbria è sempre meno il cuore verde d’Italia». Se ci si sposta, infatti, dai termini in percentuale ai valori assoluti, ci accorgiamo che i metri quadri occupati da edilizia residenziale e non sono quasi undici milioni: ogni umbro ha a disposizione qualcosa come 330 metri quadri. Quasi come i veneti e più dei lombardi, tutte regioni con percentuali di consumo di suolo molto superiori a quelle umbre. E, nonostante oltre un milione di case risultino vuote perché economicamente irraggiungibili da chi ne avrebbe bisogno, (nella sola Perugia, ad esempio, nel 2009 ci sono stati 678 sfratti e sono rimaste vuote circa 35616 abitazioni), si continua a costruire. Situazione paradossale, ma fino a un certo punto, perché ogni abitazione costruita garantisce oneri edilizi ai comuni. Per cui è economicamente più redditizio avere case vuote che spazi non edificati.

La questione ambientale apre poi a una culturale. L’edificazione di aree come parchi porta a una drastica riduzione di spazi di socialità e a un impoverimento del tessuto connettivo sociale e culturale. Come si legge ancora nel rapporto Ambiente 2011 di Legambiente, «il suolo è un bene limitato, una risorsa finita e come tale va tutelata. Consumando il suolo si modifica il territorio. E siccome il territorio è un sistema di relazioni in cui l’abitazione, il lavoro, la mobilità, le relazioni sociali, la qualità ambientale, la biodiversità, gli equilibri ecologici, la partecipazione, l’intreccio tra culture si confrontano e si evolvono, l’uso del suolo entra a pieno titolo nei processi di trasformazione, li condiziona e, per alcuni versi, li determina. L’uso del suolo, quindi non è solo un atto economico, che riguarda l’industria delle costruzioni, ma è un atto sociale, culturale, ecologico e ambientale di preminente interesse pubblico. La gestione del suolo e quindi la capacità di contenerne il consumo, diviene specchio fedele della società che lo usa, ne riverbera valori e meccanismi».

Infine, a essere messe in gioco sono le regole della democrazia. Gli abitanti sono sempre più tenuti lontano dalla gestione dei beni pubblici e dalla formulazione di ipotesi del loro uso. Temi come la qualità del vivere, la cura dei luoghi, l’abitare non possono essere materia esclusiva delle procedure della democrazia. Che la variante al progetto iniziale sia stata approvata dal consiglio comunale, dopo un accordo con il clero, non è garanzia di qualità. Sarebbe stato più opportuno avviare una discussione preliminare sul PRG con i cittadini per mettere in primo piano i criteri possibilmente condivisi di usi del parco e di qualità degli spazi pubblici e per porre come priorità il controllo del consumo del suolo e il miglioramento dell’ambiente urbano.

E’ questo il senso dell’inchiesta partecipata “Salviamo il paesaggio” promossa da Altraeconomia e Fondazione Ahref su timu.it. Cittadini di tutta Italia sono invitati a inviare video, documenti e immagini che testimonino il consumo del suolo e progetti e buone pratiche di amministrazioni comunali, associazioni e abitanti che si oppongono alla «colata di cemento che sta sconvolgendo il nostro territorio». L’inchiesta, avviata il 29 dicembre scorso, si concluderà il 29 febbraio 2012.

 



Angelo Romano – Valigiablu

Inserito domenica 5 febbraio 2012


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