19/01/2019
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I Giorni cantati della Valnerina ternana
Per ripensare il lungo sogno di una città nel corso del Novecento, le vicende di così tanta persone che in un secolo fanno un salto di mille anni

 

Aprire la piccola scatola, un cofanetto, dove sono custoditi due Cd e un libro è come ritrovare immagini addormentate nella memoria, suoni lontani che tornano, non solo dalle montagne ternane, ma da più lontano ancora. Valentino Paparelli ripropone, con Alessandro Portelli, il suo tesoro nascosto con "La Valnerina ternana", editore Squilibri di Roma, dopo "L'Umbria cantata" del 2009. Si tratta dei canti popolari nati in  un tratto della valle del Nera, quella che si apre tra le gole di Ferentillo e scivola accanto al fiume e alla cascata, sino a Terni, davanti alle acciaierie. La Valnerina ternana non è solo un'espressione geografica, cioè un angolo della Provincia di Terni, ma molto di più. E' il luogo dove nasce l'idea dell'industria e la grande rivoluzione sociale di un territorio ai margini dell'Umbria e del Lazio che pesa nella storia italiana e segna il Novecento con i suoi grandi manufatti di acciaio per l'industria bellica e poi per quella degli anni della pace. E' qui che la straordinaria vitalità del movimento operaio si verrà formando sul finire dell'Ottocento e poi nei decenni successivi sino al fascismo, la guerra, la resistenza, la ricostruzione, la guerra fredda e l'autunno caldo e poi dentro la crisi e il declino che continua ancora oggi ma sul quale non si può scrivere la parola fine. La storia, nonostante tutto, continua.
La Valnerina ternana ha al centro un piccolo comune che si chiama Arrone ma più in alto, sulla montagna, c'è Polino che è davvero un puntino nell'universo del verde senza fine dell'Appennino. E' a Polino, che si inizia la storia che ci raccontano Valentino Paparelli e Alessandro Portelli autore, tra l'altro, di quel libro straordinario che è "Autobiografia di una città", la memoria lunga un secolo di Terni e dei suoi figli. Perché Polino? Perché è tra le case di un paese piccolissimo che fiorisce una forma di comunicazione e, quindi, una cultura che viene dalla pastorizia e poi, lontano dalla solitudine della montagna, si incontra con i mestieri della città, prima l'edilizia e poi la grande fabbrica siderurgica, quindi con le vicende del mondo e della politica. Gli attori di questa storia vengono quasi tutti da Polino come il sindaco Amerigo Matteucci, e poi Pompilio Pileri, Luigi Metteucci, ma non Dante Bartolini che è di Arrone, il più grande di questa brigata che porterà le sue canzoni a Roma e a Francoforte. Da Polino, comunque dalla Valnerina ternana.
Chissà se tutto si sarebbe perso nel tempo se non ci fosse stato Valentino e il suo registratore nei primi anni settanta. In ogni caso questo patrimonio di storia orale e di musica popolare c'è, conservato nell'archivio sonoro  "Franco Coggiola" del circolo Gianni Bosio nella Casa della memoria a Roma.
Nel primo disco ci sono ventinove registrazioni originali che si possono ascoltare tutte d'un fiato, come fossero tanti paragrafi di una stessa novella. In realtà la sua struttura è un po' più complessa e viaggia nel tempo e nello spazio.  Stornelli improvvisati ("e prima di canta' chiedo permesso/ se in questo loco se ci può cantare") dove la protesta non è però nascosta ("dormo tra le pecore e li cani/ pe' fa' magna' l'agnelli a stì padroni"), filastrocche, canti di lavoro, novelle narrative, l'inno dei lavoratori, l'8 settembre del '43 e la nascita del movimento partigiano raccontato per una scuola ( "La Valnerina è il centro della lotta/ che al nemico gli fa strada interrotta"). Poi c'è la questua in musica per le anime del purgatorio, i canti rituali per la pasqua, la ballata contro la guerra ("Cosa piangi mia cara Gemma") dove l'amore e la voglia di vivere cercano di rimuovere la paura del sangue e della morte. Sacro e profano. E poi ancora la storia della città operaia, i licenziamenti, la morte di Luigi Trastulli, gli scioperi. Un testo da Bertolt Brecht viene cantato in coro da una settantina di operai delle acciaierie accompagnati da una fisarmonica e un clarinetto a conclusione del famoso seminario teatrale organizzato dal consiglio di fabbrica. Da brivido, almeno per chi ha conosciuto quell'esperienza straordinaria, i pensieri e i sogni di quegli anni. Nel brano successivo la politica e la durezza delle lezioni della storia si sciolgono in un breve suono di campane. La registrazione è del 2008 e questa musica senza tempo viene da Arrone ad un anno dal terremoto, il giorno della festa di San Giovanni. Le campane non si suonano tutte allo stesso modo, ci sono modi diversi. Quelle di Arrone, restaurate, sono nelle mani dei giovani di Arrone e di Ferentillo accanto a maestri di lungo corso che vengono da Gubbio. La passione per la morte di Cristo si incontra a primavera con la festa del Cantamaggio e la canzone più famosa, quella di Furio Miselli ("Oggigiorno a piglià moglie"), quando a Terni la popolazione raddoppiava ogni venti anni e non c'erano case per tutti.
Per capire le storie che canta il gruppo della Valnerina si deve leggere necessariamente il libro di Portelli e ripensare il lungo sogno di una città nel corso del Novecento, le vicende di così tanta persone che in un secolo fanno un salto di mille anni, dagli altipiani dell'Appennino alla valle del Nera portandosi dietro questi canti improvvisati che tutto spiegano e tutto rimescolano, storia e leggende, amore e violenza e soprattutto speranza, la speranza infinita e senza ombre dei giovani del secolo dal quale ci stiamo allontanando.
Il secondo disco contiene sedici brani interpretati da musicisti che avevano incontrato il gruppo della Valnerina negli anni settanta. Giovanna Marini, Lucilla Galeazzi, Piero Brega, Sara Modigliani, gruppi come il Canzoniere del Lazio, gli Almamegretta, La Piazza. Questi incontri che si ripeteranno nel tempo in Valnerina, insieme a Valentino Paparelli e Alessandro Portelli, faranno crescere un'esperienza che non resterà confinata in Umbria e nemmeno in Italia e cambierà la vita a molti. Per la prima volta nella storia della canzone popolare i giovani interpreti di brani che venivano da un mondo lontano e sconosciuto entravano nella foresta vergine, nei territori che erano di Dante Bartolini, Americo Matteucci e di tutti gli altri, nella cultura chiusa in se stessa da chissà quanto tempo. Avevano risalito il fiume ed erano arrivati alla fonte. "Abbiamo scelto di riproporre materiali contenuti nel primo Cd - ricorda Valentino Paparelli - per far vedere la strada che queste canzoni hanno percorso nel tempo, da quando i cantori della Valnerina le avevano insegnate ad altri e il lavoro creativo dei musicisti che da loro le avevano imparate". Questo non è comunque un incontro tra mondi sconosciuti. Lucilla Galeazzi, per dire, quando canta "Il 12 dicembre a mattina" che è il giorno dei settecento licenziamenti dalle acciaierie, nel '52, canta la storia della sua stessa famiglia, il dramma di suo padre che perde il lavoro ("settecento famiglie in miseria/ abbandonate nel cuor dell'inverno/ questo regalo ci ha fatto il governo/ i bisognosi ha voluto colpì").
Il cofanetto di Paparelli e Portelli in vendita a Terni da Alterocca e in altre librerie della regione mostra su un lato una foto vecchia almeno un secolo, un operaio con la sua tuta troppo grande all'interno e al centro di una turbina. Sembra lui il padrone, mentre si mostra davanti al fotografo, non solo di un enorme manufatto e del reparto caldareria, ma di tutta la fabbrica e il simbolo di una cultura industriale irripetibile. Dentro il buco nero della turbina non c'è soltanto la sapienza operaia dei primi anni del vecchio secolo ma ancor di più l'impasto irrisolto delle grandi utopie del Novecento e il futuro ancora aperto e ancora in discussione sulla dignità del lavoro dell'uomo. E' questa la risposta che aspetteranno chissà ancora per quanto tempo i cantori della Valnerina che in silenzio e un po' alla volta se ne sono già andati. Non tutti, però. Firpo Matteucci e Luigi Matteucci, nati a Polino, guardano il mondo dall'alto delle loro montagne e, chissà, forse aspettano. Questo cofanetto con l'operaio e la turbina, in fondo, è per loro. Per il resto, la grande allegria popolare e la fiducia in un mondo migliore che impazzavano nelle serate dei canti di maggio è ancora in giro per il mondo grazie ad artisti straordinari e ad una musica che non va mai in televisione e forse, anche per questo, non finisce mai di stupirci. Resta fresca e limpida, come l'aria della Valnerina ternana.
                                                                                                                                                                                                 renzo.massarelli@alice.it
(per il Corriere dell'Umbria, sabato 4 febbraio 2012)   



Renzo Massarelli

Inserito martedì 7 febbraio 2012


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Commenti

Nome: Daniele
Commento: Mi complimento per quanto ha scritto Massarelli. Mi fa piacere che conosca tutta questa lunga storia che, partendo dall'esperienza di Cantacronache a Torino e non soltanto, arriva ad oggi col rinnovato Nuovo Canzoniere Italiano (vedi Roma, 29 gennaio 2012 e Piadena 23-25 marzo p. v.), passando anche per l'Umbria ed in particolare per la Valnerina, in primis quella ternana. Grazie e ad majora.

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