13/12/2019
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Demolizione di case a Gerusalemme est
Una associazione di ebrei e palestinesi si impegna a ricostruirle

RICEVO DA UN AMICO QUANTO SEGUE E COME TALE LO INVIO A VOI TUTTI

Arrivano di notte, con i bulldozer, e poco importa che a Gerusalemme piova e faccia freddo.
E’ inverno anche in Terra Santa, ma lasciare la popolazione a dormire nelle tende dopo avergli distrutto la casa non sembra una preoccupazione dell’esercito israeliano, alla cui base sta un codice di condotta celebrato come “il più etico del mondo”.
Tra i redattori il filosofo Asa Kasher, che pone due valori fondamentali alla sua base: la priorità della vita umana e l’etica degli armamenti.
Ad essere colpito dalle demolizioni arbitrarie che è impossibile fermare, il piccolo centro urbano di Anata, quasi un sobborgo di Gerusalemme, data la sua prossimità con la città. Qui vivono migliaia di palestinesi che resistono ammassati nelle loro case, tra vicoli e strade sul punto di esplodere.

La notte del 23 gennaio le ruspe dell’esercito 'più etico del mondo' sono entrate in azione, demolendo 7 abitazioni e lasciando per strada, costretti a dormire in tende di fortuna, 52 persone, di cui 29 bambini.
È la strategia del “Price Tag”, far “pagare il prezzo” alla popolazione palestinese per la sua presenza sul territorio, così come a quelle organizzazioni umanitarie che scelgono di schierarsi dalla loro parte.
Colpita dalle demolizioni anche Beit Arabiya, un simbolo vivente di resistenza all’occupazione, appartenente alla famiglia Shawamreh e demolita già quattro volte negli ultimi anni.
E' stata ricostruita anche grazie all’aiuto dell’Icahd (Israeli committee against house demolitions), l’associazione guidata dal pacifista ebreo Jeff Halper, composta da israeliani, palestinesi ed internazionali che, con le proprie forze, ricostruiscono ogni casa palestinese che viene demolita dalle forze di occupazione.
“Queste demolizioni rappresentano il chiaro tentativo di scoraggiare la ricostruzione da parte di Icahd delle abitazioni palestinesi”, sostiene Halper, che ha invitato il coordinatore Onu per gli affari umanitari nei Territori Palestinesi, Maxwell Gaylard, a far visita proprio al sobborgo di Anata.

La denuncia e il racconto di quanto accaduto sono contenute nel rapporto stilato da Gaylard, che ha chiesto l’immediata cessazione delle demolizioni: “Israele come potenza occupante ha la responsabilità di proteggere la popolazione civile palestinese sotto il suo controllo – ha affermato –, la politica di demolizione delle case causa un’enorme sofferenza alla popolazione e deve cessare”.
Nel suo rapporto si legge che, solo nel corso del 2011, sono state distrutte oltre 600 abitazioni palestinesi, con la conseguenza che ora ci sono almeno un centinaio di persone “sfollate”, di cui almeno la metà sono bambini.
Una pratica, quella delle demolizioni, che cela un piano ancora più sinistro: non è infatti casuale che la maggior parte delle ruspe abbiano preso di mira alcune zone intorno a Gerusalemme, strategiche per la loro collocazione geografica.
Il sobborgo di Anata è situato nell'Area C, a nord-est di Gerusalemme. A ovest confina con il quartiere-campo profughi di Shu’fat mentre, dal lato opposto, è serrato da una base militare israeliana.
E se a sud sopravvive e resiste il villaggio palestinese di Issawiya, minacciato dalla costruzione di un’area verde israeliana, a nord Anata è stretta dalla presenza di due fra gli insediamenti più popolosi dei dintorni, Pisgat Zeev e Neve Yacov, talmente vicini da poter essere considerati ormai un’unità territoriale unica.
Una bypass road - strada riservata all’utilizzo dei soli israeliani come da apartheid che si rispetti - dovrebbe attraversare il territorio di Anata per collegare le colonie alla parte israeliana di Gerusalemme e agli altri insediamenti (tutti illegali secondo il diritto internazionale).
Stessa sorte che sta toccando ad altri quartieri palestinesi, questa volta all’ interno di Gerusalemme Est, come Silwan e Sheik Jarrah, espropriati da Israele e occupati dai coloni.
L’intento è duplice: se da una parte all’interno della città santa sono in azione i coloni che occupano case palestinesi costringendo la popolazione al trasferimento forzato per “liberare” il territorio dalla presenza araba, nei dintorni di Gerusalemme, sul lato est che confina con i Territori Occupati della West Bank, è in atto la costruzione di un vero e proprio anello, fatto di insediamenti, aree verdi e strade riservate di collegamento.
Costruzioni israeliane e demolizioni palestinesi che proseguono a ritmo incessante per raggiungere il doppio obiettivo di separare la popolazione araba di Gerusalemme Est dai Territori Occupati e di creare una continuità territoriale tra Gerusalemme Ovest (israeliana) e le sue colonie, al fine di impedire la divisione in due della città in futuro, come previsto dagli accordi internazionali.
Agire de facto, pratica israeliana consolidata sin dal ’48, per rendere Gerusalemme “capitale unica e indivisibile dello Stato di Israele”.
Jeff Halper e la sua organizzazione, da sempre in prima linea contro la demolizione di case, fanno adesso appello alla società civile perché esprima come può la propria solidarietà.

(segnalato da Daniele Crotti)




Inserito mercoledì 8 febbraio 2012


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