22/07/2019
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La pseudo-partecipazione che ci fa male
Per poter partecipare si deve essere informati, consultati, garantiti da organi imparziali
A leggere le cronache – locali e non - sembra che cittadini e rappresentanti politici non facciano altro: partecipare, e mostrare di avere a cuore il bene comune.
I cittadini si mobilitano e, pur restando a margine del sistema politico, pretendono un controllo della cosa pubblica esprimendo punti di vista necessariamente parziali.

I rappresentanti politici si attivano e, pur nella consapevolezza della crisi che colpisce i sistemi di rappresentanza, faticano a praticare l’ascolto dei punti di vista divergenti come formula di confronto creativo, e rinunciano ad accogliere le obiezioni come contributi.
In tal modo i processi decisionali non migliorano, ed i cattivi processi decisionali indeboliscono le reti già presenti perché sono incapaci di trasformare in risorsa la diversità e temono la trasparenza, cosicché una metastasi di “caste” piccole e grandi a tutti i livelli (ai vertici come alla base della struttura sociale ed amministrativa) sostituisce ed occupa gli spazi della vita pubblica (Marianella Sclavi).

A nulla valgono le chiamate ad una partecipazione apparente: volta unicamente a pubblicizzare i programmi dell’amministrazione ed a persuadere i potenziali elettori della bontà e dell’utilità degli interventi programmati, senza confrontarsi con i cittadini sulla reale necessità dell’intervento; fatta di interventi di facciata, che trascurano totalmente gli strumenti partecipativi e le garanzie effettive che li assistono, e che strumentalizzano i principi per evitare il confronto su questioni concrete relative, non di rado, alla cattiva gestione della cosa pubblica.

A nulla valgono le chiamate ad una partecipazione che è solo simbolicamente concessa: tokenismo, lo chiamano gli studiosi anglofoni.
E confonde la partecipazione con l’informazione: il flusso di comunicazioni istituzionali ed unidirezionali – dall’amministrazione ai cittadini – senza prevedere canali di feedback o potere di negoziato. Se fosse attività informativa corretta e completa sulle motivazioni delle scelte, sui contenuti progettuali e sulle possibili opzioni alternative sarebbe un utile presupposto dei processi partecipativi. Ma occorre riconoscere che, nel pretendere di far coincidere la partecipazione con l’informazione erogata, le tanto utilizzate assemblee cittadine possono facilmente divenire veicolo di comunicazione unidirezionale, utile solo a fornire delucidazioni superficiali, scoraggiare le domande, dare risposte irrilevanti in un contesto che favorisce la polarizzazione.

Confonde la partecipazione con la consultazione: l’ascolto passivo delle opinioni e delle proposte espresse tramite pubbliche audizioni, forum, consulte, sondaggi, questionari, interviste, ecc. non assicura che le preoccupazioni e le idee delle persone vengano prese in considerazione, soprattutto se i presunti strumenti di ascolto sono inficiati da finalità unidirezionali ed asimmetrie forti che ne impediscono la trasformazione in discorso tra le parti.

Confonde la partecipazione con la rassicurazione, spesso concessa prevedendo l’inserimento, in numero limitato, di alcuni rappresentanti della comunità locale all’interno di organismi consultivi istituiti dalla pubblica amministrazione, in modo da poter sostenere che la loro voce è espressa anche dentro i gruppi che programmano. Tali elementi di rappresentanza possono arrivare a costituire un punto ricettivo che suggerisce problemi e questioni, ma il potere orientante effettivo non sta di certo nelle loro mani; possono essere rassicurati mediante la collocazione e la presenza dentro organismi ufficiali di cui possono seguire i lavori, ma restano lontani dall’esprimere influenza tangibile.

Informazione, consultazione, rassicurazione : sarebbero formule accettabili se utilizzate per creare le condizioni di esercizio dei diritti di partecipazione, visto che per poter partecipare si deve essere informati, consultati, garantiti da organi imparziali.
Ma, se praticate entro una cultura di dirigismo politico che non è in grado di attivare efficaci politiche di ascolto, contribuiscono a far percepire le scelte pubbliche come cariche di arroganza, e a lungo andare svelano una modalità di pseudo-partecipazione che fa male a tutti, a chi la sbandiera e a chi la subisce.
La partecipazione che ci fa bene, invece, è quella che si legittima comprendendo caratteri di rappresentatività e rappresentanza, resta fuori dal regno e dall’auto-selezione dei “soliti noti” e degli esperti adottando approcci realmente inclusivi, porta un valore aggiunto promuovendo la co-decisionalità e la co-progettazione.


Fabiola De Toffol – project manager indipendente e facilitatore di processo

Inserito lunedì 26 marzo 2012


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Commenti

Nome: Maria Pia Battista
Commento: "La partecipazione non è uno strumento rispetto ad un obiettivo, ma è essa stessa un obiettivo. Un modo di essere per raggiungere un risultato di piena occupazione, di efficienza dei servizi erogati, di concorso reale dei cittadini alla elaborazione, alla verifica e al controllo, non solo del bilancio, ma dei programmi e delle scelte. Partecipazione ed efficienza, che qualcuno può intendere quasi in termini antitetici, ma che pure occorre portare avanti con coerenza, perché se noi privilegiassimo soltanto il momento dell'efficienza, correremo il rischio di arrivare a soluzioni di tipo tecnocratico e burocratico, di arrivare cioè ad un Comune ove tutto funziona ma niente vive". (Dall'intervento svolto in Consiglio Comunale, il 27 luglio del 1975 da Carlo Gubbini, appena rieletto Sindaco di Gualdo Tadino).Maria Pia Battista

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