22/08/2019
direttore Renzo Zuccherini

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La lezione del Mercato coperto
Davanti alla facciata meno nobile del sopramuro si è giocata l'ennesima partita sul centro e ancora una volta si è visto che i poteri che governano questa città, quello politico e quelli economici, non capiscono

Dai pochi spazi ancora occupati del mercato coperto gli ultimi esercenti che continuano a presidiare come tanti giapponesi i loro box in lamiera guardano il Pincetto e la stazione del minimetrò e non capiscono. Perché lì è tutto finito da un bel pezzo e qui da noi tutto è rimasto fermo agli anni Trenta? C'è il solito odore di baccalà e di verdure fresche lungo il corridoio che porta al box del macellaio e del fruttivendolo, il solito silenzio, un'aria di smarrimento ancor più indelebile delle macchie di grasso e di umido che testimoniano un'aria di transizione e di attesa che non finisce mai. Il glorioso manufatto, in una città tutta di pietra, in ferro e cemento di Giuseppe Grossi, ingegnere capo del comune di Perugia dagli anni venti agli anni cinquanta, è ancora lì, com'è sempre stato, ma più vecchio e malandato mentre tutto muta alle spalle del sopramuro e davanti ai tre arconi anch'essi incompiuti e impacchettati dentro le loro reti metalliche. Il sogno del grande cambiamento del Pincetto si è fermato a metà, tra i sambuchi che rinascono e la tettoia metallizzata della stazione. L'ultima brochure che illustrava le meraviglie e le tante illusioni del progetto di recupero, dava il benvenuto "nel mondo dello shopping".  A Perugia "sta per nascere un progetto nuovo, moderno, in grado di rispondere alle esigenze del consumatore valorizzando un'area di assoluto valore storico". C'era proprio tutto, "la vocazione commerciale dell'area, la sua collocazione geografica, la densità abitativa", il traffico pedonale, il centro storico a ridosso, persino i parcheggi delle auto. Invece qualcosa non ha funzionato e non si è trovato nessuno disposto a rischiare una quarantina di milioni. Sarà per il clima ostile, come dicono a palazzo dei Priori, creato delle associazioni ambientaliste e dai vari comitati sempre così allergici ai centri commerciali, la crisi economica e, forse, le mille ambiguità di un progetto a corto di finanza e di finanziatori dove i costruttori sono sempre pronti a costruire a patto però che qualcuno, comune di Perugia compreso, copra le spese, il fatto è che tutti questi problemi hanno spento l'idea forte che avrebbe dovuto salvare lo storico mercato perugino e con esso tutto il centro storico. Era già da lungo tempo che il Comune di Perugia e la "Nova Oberdan" si scambiavano il cerino acceso sperando che restasse nelle mani dell'altro. Alla fine è stato il Comune a dire basta alle continue e sempre meno motivate richieste di rinvio della società che doveva vendere il progetto a qualche munifico investitore che non si è mai materializzato.
Come mai la città delle grandi opere ha sbattuto il muso sul manufatto di Giuseppe Grossi? E' vero, sono passati sei anni da quando il disegno di un nuovo mercato coperto venne illustrato alla sala dei Notari. Nel frattempo c'è stata, anzi, c'è ancora, la crisi economica, ma un'opera come quella disegnata dall'architetto Massimo Ciuffini dovrebbe vivere almeno quanto quella di Giuseppe Grossi, non certo qualche annetto. Il fatto è che quel progetto e la filosofia tutta commerciale che lo sorreggeva sulla scarpata fragile del Pincetto non poteva segnare una nuova fase nello sviluppo economico e sociale della città ma semmai chiudere quella vecchia perché vecchia e superata era già allora questa filosofia se solo la politica, mica gli architetti soltanto, avesse la capacità di capire dove va il mondo e qualcosa di più del futuro che ci aspetta.
La storia del mercato coperto ci insegna che le città non si possono progettare privilegiando le convenienze delle corporazioni ma la forza del potere pubblico e degli interessi collettivi. Davanti alla facciata meno nobile del sopramuro si è giocata l'ennesima partita sul centro e ancora una volta si è visto che i poteri che governano questa città, quello politico e quelli economici, non capiscono. I problemi della città, di tutta la città, quella alta e quella che cresce così tumultuosamente in basso, stanno dentro questo groviglio inestricabile di miopie e di banali interessi di bottega. Non sarà facile venirne fuori. Nonostante i mea culpa recitati sempre a tempo scaduto. 
                                                                                                                                                                                renzo.massarelli@alice.it
(per il Corriere dell'Umbria, sabato 14 aprile 2012)



Renzo Massarelli

Inserito lunedì 16 aprile 2012


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