21/05/2019
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25 aprile 2012: Ora e sempre Resistenza
Parlare di guerra civile, non solo è improprio in termini politici, ma è pure falso in termini storici. Fu una rivolta corale e unitaria per dare una svolta radicale alla vita sociale e politica della Penisola


Ritorniamo a ricordare il giorno storico fondamentale del nostro Stato, quando, dopo 20 anni di dittatura e una guerra mondiale scatenata dal fascismo, in Italia si ebbe il ritorno della libertà di pensiero, di lavoro, di espressione, di educazione, di movimento. Il 25 aprile 1945, a Milano, alcuni capi del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia, il generale Raffaele Cadorna e i politici Riccardo Lombardi, Sandro Pertini, Achille Marazza, Giustino Arpesani, chiesero a Mussolini di arrendersi. Egli non diede alcuna risposta, ma, mentre in città c’era la sollevazione popolare ed entravano le prime formazioni partigiane, dopo aver sciolto il suo governo e sollevato dal giuramento alla RSI i suoi militi, fuggì verso Como. In questa data, che è stata istituita come festa nazionale nel 1949, si è voluto e si vuole celebrare la Resistenza, i Partigiani, la caduta del fascismo e la nascita di un nuovo patto sociale. La guerra durò ancora qualche giorno: i tedeschi firmarono la resa incondizionata nel quartier generale alleato, alloggiato nella reggia di Caserta il giorno 29 aprile. Alla guerra di Liberazione parteciparono 250.000 Partigiani in armi e 45.000 caddero sul campo, 600.000 militari fatti prigionieri e internati, che rifiutarono di collaborare e di aggregarsi alla RSI e dei quali 50.000 perirono nei campi di concentramento. Le formazioni dell’esercito, che erano in Albania, in Jugoslavia, in Grecia, dopo l’8 settembre, ebbero delle risposte diverse, ma sempre contro i tedeschi: alcune si unirono ai partigiani locali, altre, per non consegnare le armi e arrendersi, furono trucidate. Emblematico l’esempio della Divisione Acqui che ebbe oltre 9.000 morti nelle isole di Corfù e Cefalonia. Facendo riferimento all’Umbria, abbiamo il 129° reggimento della divisione “Perugia” che, dopo lo scontro a fuoco con i tedeschi, subì la ritorsione di successive fucilazioni e la deportazione di tutti i superstiti. Fra le vittime occorre ricordare il perugino Rodolfo Betti, decorato con medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Ugualmente venne onorato della stessa decorazione il folignate capitano di fregata Vittorio Meneghini, fucilato, perché con tutto il suo equipaggio si oppose alla resa, alla consegna del cacciatorpediniere che comandava e allo sbarco dei tedeschi nell’isola di Lero, che presidiava, nel Dodecaneso.
La liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista e dalla dittatura fascista si poté acquisire grazie al sacrificio di tanti ragazzi e ragazze che salirono sulle montagne, all’aiuto che ad essi diedero le popolazioni delle città e delle campagne, alla non adesione delle Forze Armate alla Repubblica di Mussolini, tutti eventi che hanno dimostrato come l’antifascismo fosse ormai penetrato nella coscienza della Nazione. La storiografia negazionista vuole paragonare i militi di Salò ai Partigiani, non considerando che gli anni 1943/45 furono gli anni della campagna d’Italia per gli Alleati, da un lato, e per i Tedeschi dall’altro. Agli eserciti stranieri che si fronteggiavano, si unirono i Partigiani e la milizia repubblicana. Da un lato si combatteva per la libertà e la democrazia, dall’altro per mantenere lo spazio vitale alla Germania nazista; da un lato vi fu la ribellione contro l’occupazione tedesca che si subiva, dall’altro il tradimento ai legittimi governi Badoglio e Bonomi. Ma non vi fu sovvertimento dello Stato, perché si ebbe sempre la continuità della monarchia Sabauda e dello stesso Re, depositario del potere, Vittorio Emanuele III, che abdicò solo un anno dopo la fine della guerra, il 9 maggio 1946. Parlare di guerra civile, non solo è improprio in termini politici, ma è pure falso in termini storici. I Partigiani combatterono contro l’invasore, ma anche con ideali di fondare uno Stato diverso, nel quale non vi fossero più servi, né privilegi di nascita, ma cittadini di uguali diritti e dignità, non più silenzio, soggezione e servilismo, ma, per tutto il popolo, diritto alla parola nella stampa, nel voto, nella rappresentanza delle assemblee elettive. Alla Resistenza aderirono cittadini di ogni tendenza politica, socialisti, azionisti, repubblicani, comunisti, democristiani, atei, ebrei, cattolici e preti, e vi confluirono le espressioni di tutte le classi sociali, economiche, culturali e di età.
Fu una rivolta corale e unitaria per dare una svolta radicale alla vita sociale e politica della Penisola, pensando ad uno stato parlamentare democratico, ad una giustizia economica più equilibrata, nella continuità culturale delle aspirazioni rivoluzionarie del 1789 e del Risorgimento. Sotto questo aspetto, la Resistenza è da considerarsi non solo come un evento bellico, ma soprattutto come un evento rivoluzionario. Quel tempo fu il tempo delle certezze e delle speranze e la memoria fa rivivere gli avvenimenti e ripropone i valori. Oggi il ricordo, che cade in un periodo di crisi epocale, che potrebbe portare allo sconvolgimento del patto sociale sorto allora, che potrebbe schiacciare i diritti di uguaglianza, libertà e rappresentanza, che potrebbe disconoscere le esigenze e i bisogni popolari, che potrebbe cancellare l’istruzione e la sanità pubbliche, invita a riprendere l’incitamento e il grande messaggio del professore Piero Calamandrei, giorno dopo giorno,  ORA E SEMPRE RESISTENZA!   ANPI di Perugia. g.s

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Ora e sempre Resistenza



Anpi Perugia

Inserito martedì 24 aprile 2012


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