20/01/2019
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Siamo tutti Emiliani
Rielaborare il lutto per la propria casa perduta è una cosa che non si può fare da soli

Quelle immagini della torre campanaria spezzata a metà a Novi, un piccolo centro dell'Emilia, le conosciamo bene. Ci ricordano quella pencolante di Foligno, le piccole chiese dai muri cadenti della Valnerina, le vele spezzate di Cimabue ad Assisi. Ci ricordano tanti nostri terremoti, uno ogni decennio, o quasi, sul finire del Novecento, da quelli del '74 e '79 in Valnerina a quello del 1984 a Perugia e Gubbio e poi l'ultimo, il 26 settembre del '97 ad Assisi, Foligno, Nocera, per non dire di quello del 2009 di Marsciano, circoscritto ma decisamente trascurato. Nel Settecento ce ne furono ben nove, nell'Ottocento solo uno in meno, per restare a quelli più pesanti. Il primo, di cui si ha memoria storica a partire dal medioevo, è del 1279 e colpì, manco a dirlo, Nocera, Foligno e Spello. Sono stati talmente tanti da aver in qualche modo segnato profondamente, con le loro rovine, l'identità dell'Umbria delle montagne che formano l'Appennino, i suoi paesi, i monumenti, soprattutto quelli minori, a migliaia. Per questo ora ci sentiamo tutti un po' emiliani, vicini alle famiglie che cercano un riparo sotto una tenda e agli operai che sono finiti sotto le volte dei capannoni industriali nello stesso identico modo di quei tecnici che tornarono troppo presto, dopo le scosse del giorno prima, dentro la basilica di Assisi, quindici anni fa. Già, sono trascorsi tre lustri e non si può dire che sembra ieri perché tutte le famiglie che hanno atteso la ricostruzione dentro i container per non poco tempo, davvero, hanno visto passare il tempo in modo lentissimo. Il terremoto non cambia soltanto i paesi, le case e le chiese, ma le persone, la stessa struttura sociale. Oggi, dopo gli anni passati, Foligno, Nocera o la piccola Annifo non sono più le stesse anche se la ricostruzione si pone sempre il compito di restituirci il tempo passato e la sua immagine. Il terremoto lascia ferite che non si aprono soltanto sulle croste dei muri delle case ma molto più in profondità. Ricostruire, anche se è una cosa molto difficile e terribilmente costosa, non basta mai perché nel frattempo la comunità è cambiata, sono cambiati i rapporti tra le persone, il tessuto preziosissimo delle relazioni sociali.

Il terremoto, come tutte le grandi calamità naturali, attiva sempre un moto di solidarietà collettiva. Per questo l'Umbria, forte della sua esperienza, corre con i suoi tecnici in aiuto dei paesi colpiti. Così è in questi giorni in Emilia, come avvenne in Irpinia trent'anni fa o di recente in Abruzzo. Rielaborare il lutto per la propria casa perduta è una cosa che non si può fare da soli. Serve la vicinanza delle famiglie e la presenza attiva delle istituzioni. Per questo resta davvero inaccettabile l'idea di sottoscrivere un'assicurazione e poi sbrigarsela con le carte bollate. Questa novità che il governo vorrebbe introdurre risponde ad una filosofia sbagliata e, alla fine, difficilmente praticabile, anche se coerente con le politiche che si seguono in giro per l'Europa. Certo, ogni governo ha il suo modo di vedere le cose.

Al tempo del terremoto dell'Umbria e delle Marche Romano Prodi si assunse le sue responsabilità e la Regione fece la sua parte. Magari non tutto funzionò alla perfezione, ma vedere la Basilica di Assisi rimessa in sesto con un'azione di torsione nelle sue strutture portanti sotto la guida di un grande sovrintendente come Antonio Paolucci fu come assistere in diretta all'ultimo miracolo di San Francesco. Poi arrivò Silvio Berlusconi con la sua idea delle new towns e, sinceramente, l'abbiamo scampata bella. Oggi abbiamo l'Umbria dell'Appennino rimessa a nuovo nei suoi centri storici. Quello della ricostruzione è stato per l'Umbria un cantiere permanente, decennio dopo decennio, da qui a quasi quaranta anni fa. Forse è ora di tirare un bilancio, non solo delle case ricostruite ma del modello seguito e dei risultati ottenuti. Abbiamo lavorato mentre la montagna si è andata sempre più spopolando, così come i bellissimi centri della Valnerina. Ci possiamo chiedere se sono state rimesse in piedi seconde case o, al contrario, proposto all'Italia l'esempio virtuoso di uno sviluppo sostenibile dove la natura non è stata umiliata ma, anche, purtroppo, dove il segno della presenza dell'uomo è sempre più flebile sino a perdersi nel silenzio dei boschi dell'Appennino.

  




Renzo Massarelli - renzo.massarelli@alice.it

Inserito lunedì 4 giugno 2012


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