21/03/2019
direttore Renzo Zuccherini

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Amare Perugia
Mentre la città cresce e perde per strada pezzi della propria identità lungo le sue vie regali e verso la campagna e le colline, si avvia un processo di rimozione del luogo dove si abita e dove si acquisisce il diritto alla cittadinanza. Abbiamo per troppo tempo dimenticato di curarla questa città, di farcene carico, di rispettarla persino

                                                       AMARE PERUGIA

Ha detto una cosa molto bella la signora Giovanna Benedetti, imprenditrice, alla sala dei Notari dopo aver ricevuto dal sindaco un riconoscimento importante, l'iscrizione nell'albo d'oro del comune. "Si deve amare questa città come fosse un figlio, soprattutto quando questo figlio è in difficoltà". E' ciò che la città voleva sentire in questo momento e le parole sono arrivate come il vento leggero della primavera che regala il suo ultimo soffio profumato al cambio della stagione, il 20 di giugno, il giorno della festa civile che ci racconta la storia tragica del 1859 e anche quella festosa della liberazione dal fascismo e della fine della guerra nel 1944.
Amare Perugia vuol dire riscoprire la propria città, tornare a guardarla, tuffarcisi dentro, e non da soli, ma insieme agli altri, per chiedersi ancora una volta cos'è cambiato in questi anni e dove possiamo ritrovare il senso perduto di una comunità. Con la sua bella frase Giovanna Benedetti ha rovesciato anche un paradigma consolidato. Non è la città la pallida madre che tutti accoglie e tutti protegge e che poi vede crescere dall'alto delle sue mura senza tempo i suoi figli, ma siamo noi, noi tutti, padri e madri della città, noi i protagonisti del passato, del presente e del futuro. Nei giorni del XX giugno possiamo tornare a pensare Perugia come una patria prima ancora che il luogo dove, semplicemente, abitiamo perché dopo il XX giugno Perugia è uscita dal grigio vivere di tre secoli di silenzio e ha ripreso nelle sue mani l'idea del futuro. Da quel giorno è diventata di nuovo una delle capitali di questo paese e ha regalato ai suoi cittadini e, diciamolo ancora una volta, ai suoi figli, un passaporto per andare oltre i confini delle sue mura e poi del suo contado e poi dello staterello del Papa offrendo a tutti noi la visione del mondo e della nostra identità senza la quale non si è nulla, comunque non cittadini ma poveri sudditi.
Tuttavia la città, che ha tanti figli, è anche figlia nostra, anche se i figli, secondo le regole della biologia, possono essere tanti e la madre una sola. E' anche figlia nostra perché siamo noi che la facciamo crescere o, più semplicemente, ne prendiamo cura. Di questo impegno abbiamo per troppo tempo perso il senso. La città è diventata il luogo dei vantaggi, il grande lievito della nostra ricchezza che può crescere sfruttando con grande furbizia le opportunità giuste, nel tempo giusto e nel posto giusto. La città come luogo dei conflitti, com'è naturale, ma anche dell'interesse privato e nient'altro che questo. Così, mentre la città cresce e perde per strada pezzi della propria identità lungo le sue vie regali e verso la campagna e le colline, si avvia un processo di rimozione del luogo dove si abita e dove si acquisisce il diritto alla cittadinanza. Abbiamo per troppo tempo dimenticato di curarla questa città, di farcene carico, di rispettarla persino. Crescendo, abbiamo visto arrivare tante persone da lontano, ma più che accoglierle le abbiamo accumulate, sperando che non dessero fastidio.
In questi giorni la città ha cercato di godersela questa festa più che ha potuto, o almeno ci ha provato con le sue iniziative, qualche volta più da circondario che da provincia, e dietro questo divertimento un po' forzoso abbiamo avvertito un altro tentativo di rimozione, come se si stesse consumando un rito propiziatorio che ci possa allontanare dai nostri tanti problemi che sono e resteranno lì se non ci accingiamo a ragionarci un po' su. Passata la festa ci accorgeremo di essere ancora ciò che eravamo, e cioè una comunità divisa e con tanti interessi in conflitto. Ma non è questo il problema, il problema è di capirla questa città e di costringerla a esprimersi senza pensare che chi dissente è uno che rema contro. Scriveva così Indro Montanelli nel 1950:" Non è vero che la Patria la si difende senza discutere; la si difende discutendola, così come è discutendo la nostra società borghese e denunziandone noi stessi i difetti e le debolezze che la si puntella. Questo della protesta è l'unico coraggio veramente difficile e meritorio in una nazione e in una società gregaria e ortodossa come la nostra, l'unica manifestazione veramente producente di patriottismo e di solidarietà". 
                                                                                                                                                                                                            renzo.massarelli@alice. it
(per il Corriere dell'Umbria,  sabato 23 giugno 2012)



Renzo Massarelli

Inserito domenica 24 giugno 2012


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Commenti

Nome: Rosa
Commento: Evento, lo dice il nome, è un fatto che accade ogni morte di Papa. A Perugia ce n'è uno al giorno, sembra che abbia bisogno di drogarsi anche di questi. E poi facciamola finita di pensare che chi non condivide l'attuale modo di vedere la città ce l'abbia con gli amministratori che, tra l'altro, di tutto hanno bisogno meno che di uomini si (yes men) o donne si (yes women) visto che se ne sono circondati

Nome: marinella
Commento: Come sempre, i commenti sono in negativo...Chi scrive non vede altro che malessere, confusione,squallore: io, che sono una vecchia perugina, continuo ad amare la mia città, benché sia diventata così diversa da quella della mia fanciullezza e non mi sembra che oggi sia tutto da buttare.,anche perché sono le persone che fanno la città: quanto di ciò che rimproveriamo alle amministrazioni, agli organizzatori di feste, ai frequentatori notturni del centro è colpa di ognuno di noi? A me piace (perfino!) il minimetrò, gli incontri di qualunque tipo: tutto serve per rendere viva Perugia e per chi la ama veramente continua ad essere, sempre, una delle più belle città italiane....Basta con i continui piagnistei dei perugini e applausi incoraggianti e doverosi alle organizzazioni di quartiere....

Nome: Andrea
Commento: Se ci si ama lo si capisce stando insieme a casa, non alle feste. Se i nostri assessori organizzassero meno baccani ci vorremmo più bene

Nome: Paola
Commento: In questa città sembra che tutto debba servire per non pensare. E' per questo che la mandano tutto in feste. L'essenziale è che consumino se poi consumiamo anche Perugia... pazienza

Nome: stefano
Commento: Ben vengano i festeggiamenti per il XX Giugno, il profluvio di belle parole, la retorica pomposa di certi oratori.. Perugia il giorno dopo torna ad essere un'acropoli vuota, un'area fatta apposta per soddisfare alcuni interessi e basta. "Non è un paese per vecchi" diceva il titolo di un film, ma neanche per giovani.. E' una città che ha perso la bussola, dove la maggior parte fa finta di niente oppure s'indora di bei propositi o peggio ancora è connivente; piano piano si scivola sempre più giù, ci sono aree della città proibite a certe ore come nei più tetri sobborghi metropolitani. E i politici che governano questo piccolo mondo provinciale a rassicurare che tutto va bene, in fin dei conti...

Nome: Claudio
Commento: Possibile che in questa città si pensi che si possa stare insieme solo organizzando baldorie? Sto pensando al pomeriggio del XX Giugno ed al Perugia Open? Possibile che nessuno pensi a chi è aperta la città, di chi favorisce l'afflusso eccetera?

Nome: Società operaia
Commento: Quando abbiamo insistito tanto nel chiedere ai perugini ed alle loro associazioni di venire al XX Giugno è perché volevamo che riscoprissero il "sentimento civile" di Capitini o, per dirla come Binni, che può esser bello essere perugini. Il civismo viene alimentato anche dalla Memoria. Certamente più dalla Memoria che dalle feste.

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