21/05/2019
direttore Renzo Zuccherini

Home >> L'Italia che brucia

L'Italia che brucia
Abbiamo perso non solo secolari boschi di lecci e pini d'Aleppo, ma ulivi, declivi coltivati, orti. Se n'è andato, in pratica, il segno della mano dell'uomo sull'ambiente

                                            

Il pino marittimo della Toscana non è la stessa cosa del pino d'Aleppo che brucia nelle montagne umbre. Diversa la forma e diversa la storia che hanno raccontato all'uomo nel corso dei secoli la pineta di Tombolo lungo il Tirreno e i monti Martani al centro dell'Appennino. Il fuoco devasta la pianura, le colline e le montagne, i luoghi solitari e i luoghi vissuti. Non si può dire brucia la terra del sud che è riarsa e abbandonata perché brucia anche la Valnerina  dove c'è acqua ovunque ed è ampia la presenza dell'uomo. Se è colpa, come si dice sempre, dei piromani, bisogna ammettere che ognuno deve avere tante diverse motivazioni, una in Calabria e un'altra in Toscana e un'altra ancora da qualche altra parte. Il fuoco è un gioco criminale ovunque ma è sempre difficile capirne, quando ci sono, gli interessi che lo alimentano. Chissà, magari ce n'è uno per ogni territorio, al nord e al sud, in pianura e in montagna. Del resto per creare un disastro basta un fiammifero e quindi tra la causa e l'effetto la distanza è enorme. Per questo non si gioca con il fuoco. Neanche con l'acqua, in verità, però provocare un'alluvione non è così semplice e le responsabilità dell'uomo in questo caso sono molto più complesse. Dal fuoco e dall'acqua non ci si può difendere, però gli animali, che non possono chiamare i pompieri, hanno più timore del fuoco.
Adesso che il peggio è passato e che gli ultimi tizzoni ormai innocui e dimenticati continuano a fumare tra le sterpaglie nere, perché in mezzo alla terra bruciata non c'è altro che terra bruciata, non si può che guardare il disastro e fare i conti con il tempo che ci vorrà per tornare allo stato delle cose presenti. L'uomo ha con la natura questo strano potere. Può fermare il tempo o farlo correre o rallentarlo. Cioè può distruggere e può creare, può far respirare i boschi o soffocarli, far nascere nuove piante o non farle crescere mai più. Qualche volta può capitare che il gioco diventi più grande dell'uomo e che la natura chieda il conto, che è sempre amarissimo e senza sconti.
Facevano uno strano effetto nei giorni scorsi gli aerei e gli elicotteri che si rincorrevano nel cielo, dopo aver prelevato l'acqua del lago Piediluco, verso i vari incendi che stavano devastando i monti attorno alla conca ternana, dalla Valnerina alla Flaminia, con al centro la cascata delle Marmore, il monumento all'acqua e all'energia che segna con la sua presenza tutto il territorio. La città conserva nella sua memoria una speciale sensibilità quando dal cielo arriva il suono di questi motori. Ma a terra, questa volta, non cadevano bombe ma ettolitri d'acqua che si polverizzavano nell'aria, sopra il fumo minaccioso che saliva dai boschi. Le montagne tra la valle del Nera e le ultime propaggini dei monti Martani non sono selvagge. La presenza dell'uomo è visibile e molto forte. Ci sono gli impianti idroelettrici e una ragnatela imponente  di pali e tralicci e poi piccoli paesi, case sparse, villette, orti, bianche strade di campagna e vie di comunicazione nazionali come la Flaminia o la statale della Valnerina. Non in un posto come questo dovrebbero scatenarsi gli incendi. Eppure abbiamo perso non solo secolari boschi di lecci e pini d'Aleppo, ma ulivi, declivi coltivati, orti. Se n'è andato, in pratica, il segno della mano dell'uomo sull'ambiente. Vecchie case dai muri anneriti dal fumo, dossi, prati rinsecchiti, cartelloni stradali, capanne e rimesse. Il fuoco ci è arrivato sulla porta di casa, come succedeva una volta, nei tempi antichi. Queste ferite che resteranno per molti decenni ci parlano della follia di quelle persone che distruggono la natura, dei mille interessi che attraversano le frastagliate proprietà territoriali, di questo assurdo tornaconto che suggerisce di privatizzare persino le montagne, gli investimenti sempre più insufficienti che si riservano alla difesa del suolo, per tagliare gli sprechi, si dice, salvo poi ripagarli con gli interessi e, soprattutto, il sempre pessimo rapporto che  continuiamo ad avere con l'ambiente. E con il fratello e la sorella più preziosi che abbiamo. L'acqua e il fuoco. 
                                                                                                                                                                                                     renzo.massarelli@alice.it
(per sabato 25 agosto 2012)



Renzo Massarelli

Inserito lunedì 27 agosto 2012


Redazione "La Tramontana"- e-mail info@latramontanaperugia.it
Sei la visitatrice / il visitatore n: 4648128