19/09/2019
direttore Renzo Zuccherini

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Se questo concorso s’ha da fare…
Sembra, dalle prove proposte, che si voglia andare a un concorso innovativo, che invece è saldamente incentrato soprattutto sulla rilevazione delle conoscenze di dati contenuti! di fatto il nostro Miur propone ai suoi insegnanti la didattica delle prove oggettive e della lezione frontale

Il Cidi Roma e Cidi Milano stanno organizzando corsi in rete e in presenza per il concorso a cattedre.
Potete contattarci.
Il Presidente del Cidi Perugia
Alba Cavicchi
 
alba.cavicchi@gmail.com
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In attesta del bando per il concorso a cattedre vi invio una prima puntuale riflessione dell'ispettore Maurizio Tiriticco.
 
 
 
 

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Se questo concorso s’ha da fare…

…che le prove siano ben fatte!!! Dopo tanti anni ecco finalmente il concorso! La polemica divampa su più fronti e non voglio entrare nel merito della scelta effettuata e delle finalità perseguite. Mi limito soltanto alle modalità operative come emergono dalle bozze in circolazione, ufficiose, ma non più di tanto, quindi sui contenuti delle prove e le modalità delle correzioni e delle valutazioni. E’ chiaro che le prove concorsuali che io stesso affrontai molti anni fa, oggi, stante l’avanzamento della ricerca in merito sia della professionalità docente (fattore sociopolitico e istituzionale) che del concreto comportamento insegnante (come operare in aula con alunni e colleghi), non sarebbero più proponibili. E’ chiaro che bisogna andare oltre, perché è cambiata la scuola, sono cambiati i giovani, per non dire dell’incremento che c’è stato nella ricerca e nei saperi. Occorre andare oltre e perseguire altre strade per reclutare gli insegnanti, ma… ed è su questo “ma”, o meglio sui tanti interrogativi che emergono da una prima lettura delle bozze in circolazione che intendo intervenire e avanzare alcune riflessioni critiche e propositive. Il tutto con brevissime schede illustrative


La prova preselettiva

Stando alle recenti informazioni, la prova preselettiva del prossimo concorso a cattedre consta di 50 quesiti a risposta multipla così ripartiti:

a) capacità logiche, 15 domande;

b) capacità di comprensione verbale del testo, 15 domande;

c) competenze informatiche, 10 domande;

d) conoscenza della lingua straniera, 10 domande

Il totale è di 50 quesiti. Il tempo massimo per rispondere è di 50 minuti. Alla risposta corretta viene attribuito un punto, alla risposta non data zero punti; alla risposta errata meno 0,5 punti. Ne consegue che, nell’incertezza, è meglio non rispondere piuttosto che perdere mezzo punto errando. Il limite di accettabilità è di punti 35 su 50. Seguono le seguenti considerazioni.

Sub a) Non si comprende perché e come possano essere proposti quesiti di questo tipo, in considerazione del fatto che i concorrenti da “testare” sono soggetti laureati i quali, dopo anni e anni di studio e di elaborazione intellettuale, non possono non possedere abilità logiche. Dubitarne è folle! Il Miur che ha la governanza della scuola e dell’università dubita dei loro prodotti? A meno che non vengano proposti i “giochini” della Settimana enigmistica o quelli che ritroviamo in centinaia di pubblicazioni dedicate. In effetti, le librerie sono piene di manualetti finalizzati a misurare le proprie capacità intellettive, in cui si propongono quesiti a volte cervellotici, “indovinelli”, cerchietti e triangolini, disegnini vari, tutti stralciati dai test che in genere si adottano per misurare il Qi, sempre ammesso che sia possibile misurare l’intelligenza, se è poi vero che non ne esiste una sola. Sono “giochini” che, com’è noto, creano sempre mille difficoltà anche a un severo e preparatissimo professionista. Io non ne azzecco mai uno, quindi… se mi presentassi alla prima prova preselettiva, sarei rigorosamente bocciato!

Sub b) Anche questa prova lascia perplessi! Non si comprende come e perché un laureato non debba essere in grado di comprendere un testo, a meno che non si tratti di un testo di settore estremamente specialistico! Io stesso avrei mille difficoltà di fronte a un testo di alta matematica, come le ho quando il mio medico mi affida la ricetta da spedire in farmacia! Solo lui e il farmacista sono in grado di decodificarla! Per non dire poi quanto sia difficile trovare persone che azionano cellulare o Ipad o altra diavoleria elettronica solo dopo aver attentamente studiato il manuale di istruzioni! Indubbiamente nessuno, dato che testi di questo tipo, spesso pessimamente tradotti dall’inglese, sono illeggibili e incomprensibili! Se poi si tratterà di un testo letterario (siamo sempre malati di petrarchismo), ci sarà da ridere se qualcuno penserà che una sua lettura sia riconducibile a una interpretazione univoca e oggettiva! Basta un Papè Satan per bocciare tutti gli aspiranti insegnanti!

Sub c) Come sarà possibile verificare se un soggetto è in grado di utilizzare con successo un Pc, o meglio di possedere una sufficiente competenza informatica (competenza, cioè saper fare) – come sto facendo io in questo momento, scrivendo, anche se con criteri molto elementari – solo se è in grado di rispondere a 10 quesiti? E se non so chi sono Papert o Turing o Von Neumann, cosa sono l’algebra di Boole o l’Eniac o l’Ai o una Cpu, qualcuno può dire che la mia competenza informatica di primo livello, quella che si deve richiedere ad ogni insegnante oggi, non esiste?

Sub d) Si tratta di dieci quesiti – non so come saranno formulati – validi a verificare soltanto – se correttamente proposti – la competenza del leggere e scrivere in una lingua straniera, certamente non quella del parlare e ascoltare. Si tratta, comunque, di un limite oggettivo, insito nella stessa proposta valutativa. Va da sé che il parlare/ascoltare sarà valutato in sede delle ulteriori prove, scritte e orali. A mio vedere, è la prova che proporrà meno problemi.

C’è poi la questione tempo: è sufficiente un minuto a quesito per rispondere? Se i quesiti puntano solo sulla memoria di dati e informazioni, la risposta è sì. Ma se i quesiti implicano un minimo di ragionamento (quesiti di logica) e di interrogazione del testo (la sua comprensione), un minuto a quesito è insufficiente, stante il fatto che i processi che ciascuno di noi attiva in sede di ricerca, analisi, interrogazione di un da o di una informazione, semplice o complessa che sia, sono diversi da soggetto a soggetto. A meno che la scelta complessiva effettuata dal Miur sia proprio quella di sparare nel mucchio – come si suol dire – e “privilegiare” i soggetti che potremmo definire più intuitivi e “far fuori” quelli più analitici.

 

La prova scritta

La prova scritta consiste in una prova semistrutturata con griglia nazionale di valutazione, composta di una serie di quesiti a risposta aperta ed è finalizzata a valutare la padronanza delle discipline anche attraverso gli opportuni riferimenti pluridisciplinari. Il punteggio massimo raggiungibile è di 40 punti; il punteggio minimo accettabile è di 28 punti. Non sono indicati né il numero dei righi min/max per le risposte né il tempo assegnato per la prova.

Mi chiedo: che cosa mai succederà? Se gli “esperti” individuati dal Miur hanno incontrato mille difficoltà per produrre item a scelta multipla, che poi, insieme a quelli V/F, costituiscono il primo gradino delle difficoltà che si incontrano in materia di tale tipologia misurativa, che cosa succederà quando dovranno predisporre una prova semistrutturata che, richiedendo risposte aperte, si presta a proporre e ad incontrare mille difficoltà? Per non dire che, com’è noto al docimologo, in caso di risposte aperte, è opportuno predisporre per ciascun quesito la cosiddetta “risposta criterio”, cioè una sorta di facsimile della risposta attesa onde evitare disparità di trattamento misurativo. Il che è possibile nel caso di quesiti semplici, ma nel caso di quesiti complessi, aperti poi a incursioni anche pluridisciplinari, formulare una “risposta criterio” si presenterà estremamente difficoltoso. D’altra parte, il non formularla darà adito a verifiche inficiate di un alto tasso di soggettività! Già prevedo che due correttori si esprimeranno diversamente di fronte alla stessa prova! E allora? Dove andrà a finire l’oggettività di una prova semistrutturata?

 

La prova orale

La prova orale consiste a) in una lezione simulata, della durata di 30 minuti, su una traccia estratta dal candidato 24 ore prima della calendarizzazione della sua prova orale; b) in un colloquio immediatamente successivo, della durata massima di 30 minuti, nel corso del quale sono approfonditi i contenuti, le scelte didattiche e metodologiche della lezione di cui alla lettera a). La prova orale accerta le competenze di trasmissione delle discipline di insegnamento comprese nella classe di concorso per cui si concorre, nonché le competenze informatiche e di conversazione nella lingua prescelta dal candidato. Il punteggio massimo raggiungibile è di 40 punti; quello minimo di 28.

Mi chiedo: che cosa significa lezione simulata? Rilevo due errori concettuali nella medesima espressione! Il primo è nel concetto stesso di lezione: sono decenni che ci battiamo contro la lezione, cattedratica o meno che sia, non perché una lezione non debba assolutamente far parte del “manuale del buon insegnate”. In effetti, è bene che chi apprende sappia che nel corso della vita si troverà spesso di fronte a “informazioni discendenti” (relazioni, conferenze, discorsi, dissertazioni, arringhe, comizi, allocuzioni, ecc), che occorre seguire, comprendere, coglierne i concetti fondanti e via dicendo. Ma la lezione non deve assolutamente costituire l’unica forma di rapporto linguistico/comunicativo con gli alunni. Da anni si insiste, ad esempio, sulla attività laboratoriale e su mille altre forme di coinvolgimento degli alunni che non sto qui a ricordare. Il secondo errore concettuale è quello di simulazione: se c’è qualcosa di estraneo ad una corretta e produttiva interazione, e non solo tra i docenti e gli alunni (uso il plurale per rimarcare la necessità di insegnamenti che non siano mai molecolari, per cui un insegnante disciplinare non sa nulla di ciò che fa un altro insegnante disciplinare) è proprio quello della simulazione! A meno che non si parli dei giochi di simulazione che sono un’altra cosa rispetto alla simulazione tout court. Per non dire poi che non c’è nulla di più falso che simulare – o fingere – di svolgere una lezione che riguarderebbe alunni in età evolutiva di fronte ad adulti che non devono apprendere e comprendere, ma giudicare!

Insomma la lezione simulata contribuirà a sollecitare nei concorrenti conoscenze, atteggiamenti e comportamenti che sono proprio quelli che non dovranno mai assumere con i loro alunni! A meno che non si voglia persistere ad oltranza con la scuola verbosa e nozionistica che da almeno mezzo secolo stiamo combattendo! Occorre ricordare i preziosi contributi che ci sono offerti da Moreno con le sue ricerche sulle dinamiche di gruppo, da Kurt Lewin con la sua teoria del campo, o da Rogers con le ricerche sull’empatia, o da Jakobson sulle funzioni linguistiche o dagli analitici inglesi sugli atti linguistici, o dalla psicologia transazionale e da tanti altri in materia di quelle dinamiche interpersonali che un insegnante non solo deve conoscere ma soprattutto governare. Insomma, a fronte delle indicazioni che ci provengono dalle ricerche più avanzate, che senso ha proporre una lezione simulata?

Altro passaggio infelice è quello relativo alle “competenze di trasmissione delle discipline di insegnamento”. Una disciplina non si trasmette! Non è un telegiornale! Non è un insieme di informazioni che vengono “trasmesse” senza poi verificare se sono state “ricevute” o meno! La stessa teoria della comunicazione rifiuta ormai questo modello. In un processo di apprendimento una disciplina non è tanto un insieme di contenuti (dati e informazioni) da erogare indiscriminatamente, quanto un insieme coordinato di occasioni e di sollecitazioni tese a promuovere in chi apprende processi cognitivi finalizzati a “leggere” e “scoprire” come e perché si producono fenomeni, eventi, oggetti con i quali abbiamo anche consuetudini quotidiane. Bere un bicchier d’acqua o mangiare un panino o percorrere una strada, ripararsi dalla pioggia o tuffarsi in una piscina rimandano anche – ed è ciò che si deve realizzare nell’ambito scolastico – a riflessioni mirate a comprendere origine, natura, variabili dei mille fenomeni che ci circondano e che dobbiamo imparare a conoscere nei loro processi, a governare e… a produrre! Insomma, la disciplina non è un libro di testo, non è una classe di concorso, ma un modo di pensare, ragionare, scoprire, valutare, intervenire sulla realtà per modificarla.

Concludendo, sembra, dalle prove proposte, che si voglia andare a un concorso innovativo, che invece è saldamente incentrato soprattutto sulla rilevazione delle conoscenze di dati contenuti! Insomma, contenuti e sempre contenuti. So che non tocca al Miur dettare una didattica di Stato, ma di fatto il nostro Miur propone ai suoi insegnanti la didattica delle prove oggettive e della lezione! Che non sono i fattori fondanti dell’insegnare/apprendere in una scelta che sia veramente ispirata al curricolo! E se si vuol dare veramente vita a una scuola che sia in grado di garantire a tutti quel “successo formativo”, di cui all’articolo 1 del Regolamento sull’autonomia delle istituzioni scolastiche!



Maurizio Tiriticco


Inserito martedì 25 settembre 2012


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