24/03/2019
direttore Renzo Zuccherini

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Riordino delle Province: pasticci di governo e battaglie di retroguardia
E' necessario un superamento complessivo delle province, quello del Governo è solo un pasticcio


"Gli errori del Governo non giustificano però battaglie di retroguardia per difendere l'esistente"

Intervento di Oliviero Dottorini in Consiglio regionale:


Presidente, colleghi,

la situazione dell'assetto delle province sta assumendo toni grotteschi.

Ci troviamo di fronte ad un quadro di estrema confusione in cui a noi sembra che ai provvedimenti pasticciati del governo Monti, che è intervenuto in maniera a dir poco maldestra sulla questione, si risponda, da molte parti, con progetti di architettura istituzionale fantasiosi, irrazionali e persino un po’ temerari, dal momento che tutti sanno che essi sono di difficile se non impossibile attuazione.

Idv vorrebbe invece affrontare il tema in maniera limpida e razionale, mettendo in un ordine di coerenza le posizioni del nostro partito a livello nazionale con quelle del partito a livello regionale.

La nostra idea in proposito è ormai nota a tutti. Italia dei Valori ha raccolto 400mila firme per la proposta di legge popolare che prevedeva l'abolizione delle Province. Solo in Umbria ne sono state raccolte oltre 5.500. Coerentemente quindi oggiAggiungi un appuntamento per oggi assumeremo una posizione che non ci faccia venir meno a un impegno che abbiamo assunto di fronte a migliaia di cittadini che hanno fatto la fila ai nostri banchetti affidandoci un mandato inequivocabile.

E' noto inoltre che questo progetto figurava nei programmi elettorali di quasi tutti i partiti, al di là degli schieramenti, e che persino il presidente Monti aveva inizialmente manifestato l'intenzione di agire in questa direzione, ricevendo l'applauso a scena aperta di quasi tutti i settori parlamentari.

Successivamente però, il governo Monti è intervenuto a gamba tesa nella materia, con lo strumento della decretazione d'urgenza e proponendo una soluzione confusa e a dir poco ambigua e pasticciata.

Prima, con il decreto "Salva Italia", ha operato un intervento di carattere strutturale sull'assetto istituzionale delle Province, assegnando ad esse solo funzioni di indirizzo e coordinamento delle attività dei comuni, riallocando tutte le altre funzioni a Regione e comuni e, di fatto, trasformando gli enti provinciali in enti di rappresentanza di secondo livello.

Poi, con il decreto di "revisione dekla spesa", il governo ha introdotto una complessa disciplina per il riordino delle Province che, riguardando principalmente le circoscrizioni provinciali, comporterà inevitabilmente la soppressione di alcune di esse.

Anche gli aspetti procedurali individuati dal governo per completare il processo di riordino appaiono confusi e irrazionali.

Insomma, complessivamente ci troviamo di fronte ad interventi che, non affrontati nel quadro costituzionale, sono del tutto inadeguati a raggiungere l'obiettivo di razionalizzare e semplificare il sistema istituzionale. Non si comprende, peraltro, come questa soluzione possa avere incontrato il consenso dei gruppi parlamentari che sostengono il governo.

Questa situazione però non giustifica i vari tentativi di operare alchimie territoriali mirate ad una difesa corporativa dello status quo. In un certo qual modo crediamo che certi atteggiamenti rappresentino una risposta peggiore del problema che si vuole combattere.

Pertanto il fatto che emergano preoccupazioni per la sopravvivenza della Provincia di Terni non deve spingerci a individuare, con soluzioni forzate, assetti che renderebbero il sistema istituzionale umbro una vera e propria Babele di enti. Continuare pertanto ad attardarsi in battaglie di retroguardia solo per tentare di difendere l'esistente sarebbe un errore persino più grave di quello che ha commesso il governo Monti. E forse non gioverebbe neppure ai territori che si vorrebbero tutelare.

Appare a noi incomprensibile quindi questo tentativo di spostare comuni e territori come in un Risiko per aggirare le previsioni di legge. Si comprende ancora meno l’atteggiamento di chi a Roma ha votato i provvedimenti Monti senza batter ciglio e a Perugia viene a dire, con la foga di un guerriero, che “occorre fare di tutto perché l’Umbria mantenga due province”, ché altrimenti la fine dell’Umbria sarà segnata.

Sarebbe piuttosto lungimirante – come Idv chiede da sempre - tentare un superamento complessivo delle province, magari guidando un processo di riassetto istituzionale che preveda un decentramento delle funzioni su altri livelli istituzionali. E' impensabile pensare di mantenere in vita le province come enti di secondo livello, i comuni, le unioni dei comuni (quelle semplici e quelle speciali), gli Ati (o Auri che dir si voglia), il Consiglio delle autonomie locali senza incorrere in duplicazioni che non hanno più ragione d'esistere. Si va configurando così un sistema che non può reggere il peso della propria complessità.

Ciò che deve essere salvaguardato sono i servizi ai cittadini e le prestazioni della pubblica amministrazione: tutto il resto ha a che vedere a nostro avviso più con istanze campanilistiche che con la cultura di governo.

Da questo punto di vista dobbiamo cercare anche di fare chiarezza, perché per sostenere le tesi a difesa delle Province si sono manifestate alcune preoccupazioni fondate e altre piuttosto campate in aria. Per esempio abbiamo sentito dire che con il passaggio da 2 province ad una scomparirebbero Prefettura e dogana, comando dei Vigili del fuoco e uffici scolastici. Addirittura potrebbe essere l’Umbria a rischiare la sua stessa esistenza. Si dovrebbe avere l'onestà di dire che tutto questo potrà avvenire o non avvenire indipendentemente dal numero delle province e che le spinte centrifughe e campanilistiche che emergono nella nostra regione o saranno governate in una visione articolata e policentrica dell'assetto generale dell'Umbria o porteranno alla compromissione di un’identità unitaria non scontata.

A noi sembra chiaro che quando si parla di riordino delle circoscrizioni provinciali si debba fare riferimento alla necessità di rispondere alla riduzione del numero delle province, non a ridisegnare i territori al fine di mantenerle in vita.

Per capirci meglio, un conto è dire, in Toscana, regione con 10 province, che al fine di ridurre a 5 questi enti, la provincia di Prato viene accorpata a quella di Firenze piuttosto che a un'altra entità territoriale. In questo risulta fondamentale il pronunciamento degli enti territoriali, del Cal e anche della Regione. Tutto un altro conto è dire, come si vuole fare in Umbria, che Foligno e Spoleto dovrebbero passare con la provincia di Terni per consentire a quest’ultima di raggiungere un numero di abitanti sufficienti alla sua esistenza. Tra l’altro senza che i comuni, ai quali la Costituzione assegna la potestà di iniziativa per ridefinire le circoscrizioni provinciali, si siano espressi in tal senso. E senza considerare che se tutte le regioni di Italia mettessero in atto questa strategia, il numero delle Province italiane aumenterebbe invece che diminuire.

Sono così vere queste considerazioni che con il documento che ci è stato trasmesso il Cal da questo punto di vista sembra proprio aver deciso di non decidere o quanto meno di rinviare la decisione. Senza considerare l'azzardo di sostenere la necessità di salvare le 2 province attraverso lo spostamento d'imperio di qualche decina di comuni, ben sapendo che probabilmente lo Stato centrale non avallerebbe questo tipo di soluzione.

L'operazione che si vuole tentare dovrebbe nascere quindi, in futuro, da iniziative dei comuni che, forti di quanto previsto dall’articolo 133 della Costituzione, scelgono di mutare le circoscrizioni provinciali o di istituirne di nuove, cosa che però potrà avvenire solo con legge della Repubblica, sentita la Regione. Quindi: un numero adeguato di comuni dovrebbe assumere l'iniziativa, la Regione dovrebbe fornire un parere, quindi il Parlamento sarebbe chiamato ad approvare una legge che stabilisce la circoscrizione provinciale. Uno slalom impervio, ai limiti del temerario.

Tra l’altro i Comuni sembrano tutt’altro che propensi a prendere l'iniziativa per spostarsi nella nuova Provincia di Terni. L’ultimo in ordine di tempo è stato il comune di Nocera Umbra che all’unanimità ha espresso parere favorevole all’ipotesi di accorpare in un'unica Unione speciale i comuni degli ambiti sociali 6, 8 e 9, ribadendo di non voler e "poter aderire - sono le parole testuali della delibera - ad un eventuale inserimento d'ufficio del comune di Nocera in altra provincia al di fuori di quella di Perugia". Ma anche comuni come Spoleto sembrano tutt’altro che propensi a dare un ok a scatola chiusa. E a casa nostra questo vuol dire fare i conti senza l'oste.

Consentitemi di dire quindi che, oltre a essere discutibile nel merito, questo svogliato tentativo appare molto artificioso anche nel metodo.

A noi sembra che attraverso questo tipo di documenti si affermi la coesistenza di due verità, una ufficiale, l’altra ufficiosa. Secondo quella ufficiale la difesa delle due Province è questione irrinunciabile, prioritaria anche riguardo ad emergenze ben più pressanti (penso a quella economica, per dirne una). La versione ufficiosa, invece, rivela la consapevolezza che questo disegno ha scarse possibilità di arrivare in porto. Insomma, si tratta di una soluzione a cui credono tutti, ma solo a parole.

Per questo noi crediamo che sia più serio continuare a sostenere la nostra posizione originaria, vale a dire quella che mira all'abolizione totale delle province. In ogni caso crediamo che i provvedimenti governativi impongano di ripensare l'assetto endoregionale complessivo, e che questo vada fatto, come si dice, a bocce ferme, senza aver paura di rimettere mano ad assetti già individuati e soprattutto alla luce di quello che rimarrà delle province una volta che il governo avrà chiarito il quadro d'insieme, sempre che sia nelle condizioni di farlo.

Immaginiamo un assetto dell'Umbria che, salvaguardando il ruolo di programmazione ed indirizzo dell'ente regionale, sia in grado di garantire da un lato il carattere policentrico della regione, evitando di concentrare tutto in un'unica città, ma invece decentrando ed avvicinando i luoghi decisionali, le amministrazioni e servizi quanto più possibile vicino ai cittadini, e dall'altro lato organizzando il sistema in modo razionale, semplificando, eliminando inutili duplicazioni di funzioni e riducendo la pletora di società, agenzie ed enti di secondo livello.

Italia dei Valori, forte della coerenza che l'ha sempre contraddistinta, non può appoggiare un disegno che, al fine di rispondere ai provvedimenti di un governo impreparato e confusionario, propone soluzioni altrettanto pasticciate che avrebbero l'unico effetto di rendere ancora più irrazionale l'assetto istituzionale e amministrativo della Regione.



Oliviero Dottorini


Inserito mercoledì 24 ottobre 2012


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