20/09/2019
direttore Renzo Zuccherini

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L'oro di Terni
Oggi, dopo almeno tre generazioni, si spera che la fabbrica, tutta intera, possa restare dov'è, salvandosi dalle azioni dei guastatori


                                                      

Anche se i grattacieli continuano a spuntare come funghi, come le due torri dell'ex Siri, assai discusse, peraltro, il vero protagonista della linea d'orizzonte di Terni è sempre lo scatolone blu e verde delle acciaierie, la culla dell'acciaio inossidabile lavorato a freddo. E' lui il signore della città, più del "tulipano" di Borgo Rivo già vecchio di trent'anni e mai veramente nato tanto da aver bisogno di una profonda opera di restauro per colpa del lungo abbandono e proprio per questo simbolo del declino di una città impantanata dentro la crisi senza fine delle sue industrie. La storia dei grattacieli ternani è nata in viale Brin, manco a dirlo la strada delle acciaierie, con un palazzo di dieci piani costruito dalla società "Terni" negli anni trenta e chiamato proprio così, il grattacielo. C'è sempre stata questa voglia di volare nella città che inseguiva il futuro con la certezza di raggiungerlo, prima o poi, e magari di superarlo, e poi di salire in alto, oltre le nebbie della pianura e l'aria umida dei canali. Adesso, a guardarla, la torre dell'acciaio così contesa dalle multinazionali, pare impossibile che qualcuno abbia pensato davvero di tirarla giù, a terra, smontarla come fosse un giocattolo e portarsela a casa, lontano, nel nord dell'Europa e nei paesi delle fiabe. Pare impossibile, eppure è già successo tante altre volte. La prima officina che prese il volo per andare non molto lontano, a Spoleto, fu la cosiddetta "ghisa malleabile" negli anni sessanta, diretta dall'indimenticabile Domenico Mascio, l'ingegnere che veniva dalla Resistenza. Poi, un paio di decenni dopo, fu la volta dello "Stampaggio", un reparto che fu, come si diceva allora, scorporato e trasferito poco lontano, nella zona industriale di Maratta. Niente, di questi pezzi che venivano strappati alla fabbrica totale di una volta, alle acciaierie dove davvero non tramontava mai il sole con le lavorazioni a ciclo integrale e i tre turni che segnavano il ritmo del tempo giorno e notte, non è rimasto più nulla perché nulla sembrava in grado di sopravvivere lontano dalla grande madre. Poi è arrivato il tempo delle multinazionali nate per comprare solo ciò che conviene nel mercato globale. E così è partita per la Germania, e per restarci, più che un'officina, un'idea geniale, l'acciaio al silicio a grano orientato, la materia prima dei grandi impianti elettrici, figlia dell'ingegno della "Terni" e dei suoi tecnici. La ferita che ha cambiato l'identità e in qualche modo il destino di una fabbrica che non era più "totale" ma nemmeno un impianto siderurgico come ce n'è da altre parti, non è stata più sanata perché in quel caso la logica della rapina industriale è diventata un dato di fatto, perciò ripetibile all'infinito. Forse oggi, con le tante esperienze del passato, possiamo finalmente considerare le acciaierie ternane non un vecchio monumento del Novecento ma, al contrario, uno dei luoghi senza tempo della modernità con i suoi forni gestiti dai computer e da giovani operatori.
Non sappiamo ancora se qualcuno verrà un giorno a portarsi via davvero la torre dell'acciaio inossidabile, sappiamo però che si tratta di una specie di maledizione che ritorna nel tempo. Questa storia si inizia nei primi mesi del '44, durante l'ultima guerra e davanti alle distruzioni della città e alla presenza minacciosa dell'esercito nazista. La spoliazione delle fabbriche ternane comincia così, con i treni che vanno al nord carichi delle macchine di quelle fabbriche, anche se gli operai provano a frenare la spoliazione con azioni di sabotaggio. Poi, quando gli alleati si avvicinano, i guastatori tedeschi cominciano a minare, non solo i ponti, ma le stesse fabbriche. E' così che comincia la partita dell'oro, come scrisse in un volumetto del 1984 lo storico Gianfranco Canali, con la decisione della direzione aziendale della "Terni" di "corrompere i tedeschi". L'allora vice direttore Aldo Bartocci rese una testimonianza nel 1980 raccontando di aver dato l'oro a un anziano operaio perché lo consegnasse ai tedeschi. "Insieme all'oro avevamo preparato una lettera in cui si pregavano i tedeschi di non rovinare le nostre famiglie facendo saltare l'industria (…). Comunque quell'oro ebbe la sua funzione. Infatti l'acciaieria non subì danni".
Oggi, passato il tempo di almeno tre generazioni, si spera che l'oro di Terni, la torre verde e blu dell'acciaio inossidabile, non debba essere consegnato più a nessuno e che la fabbrica, tutta intera, possa restare dov'è, salvandosi dalle azioni dei guastatori e da chi può decidere sul destino di tante persone, in ogni parte del mondo.
                                                                                                                                                                                        renzo.massarelli@alice.it
(per il Corriere dell'Umbria, sabato 20 ottobre 2012) 



Renzo Massarelli

Inserito mercoledì 24 ottobre 2012


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