16/02/2019
direttore Renzo Zuccherini

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La marcia su Perugia
Questa manifestazione di nostalgici al Brufani non dovrebbe farci dimenticare i problemi che abbiamo oggi sul terreno della democrazia

                                         

E' da un sacco di tempo che la marcia su Roma è partita dall'hotel Brufani di Perugia dove alloggiavano i cosiddetti quadrunviri Michele Bianchi, Italo Balbo, Emilio de Buono e Cesare Maria De Vecchi. Sappiamo che questa carovana è arrivata da diverso tempo nella capitale e conosciamo di già le conseguenze che questo fatto ha prodotto in Italia. Da allora, ci sono stati novanta anniversari, ma nessuno, in così tanto tempo, aveva pensato di tornare sul luogo simbolo di un evento che ha portato al potere il fascismo in questo paese. I danni che quel regime ha causato non sono stati proprio irrilevanti. La pubblicistica in proposito è sufficientemente vasta, in Italia e nel mondo. Cosa c'è ancora da capire?
Magari si poteva aspettare altri dieci anni per chiudere in bellezza un secolo, cento anni dal fascismo al potere. Novanta non è una bella cifra e non porta con sé alcun fascino celebrativo. Però accade ora, e questo è un fatto. Certo, se si guardano i pittoreschi protagonisti locali di questa operazione nostalgica non c'è molto da preoccuparsi. Li vediamo da tempo ogni tanto in qualche foto con il loro saluto romano e l'aria un po' spiritata, come per far rivivere l'estetica di un passato lontano. I sopravvissuti, quando ricompaiono, fanno sempre impressione.
Il problema è che non sono soltanto i fantasmi del passato che riemergono dal nulla. E' da un po' che la cultura fascista cerca una nuova visibilità e anche qualcosa di più, una risposta alla crisi, certo ancora confusa e impalpabile, non certo la misura di un'alternativa, magari solo un segno. Ci sono anche loro, questo ci dicono. Per ora hanno bisogno di esibire vecchi simboli, una strada intitolata a un gerarca, un monumento, un anniversario, qualche azione dimostrativa qua e là.
La destra parlamentare e di governo che ha prodotto modelli e luoghi comuni vincenti per quasi un altro ventennio è in difficoltà, la sua forza propulsiva si esaurisce senza aver conosciuto, questa volta, un altro 25 luglio, ma si squaglia lo stesso, nei modi che capitano al tempo nostro, in democrazia. Così tornano loro, quelli con il saluto romano, a rileggere una vecchia storia.
Perugia nel '21, cioè un anno prima del Brufani, non era certo "fascistissima", come la definì più tardi Mussolini. Certo, non era una città operaia come Terni, ma capitale di un territorio dove la presenza e il potere degli agrari e di altri ceti fortemente conservativi non era certo marginale. Però seppe resistere e reagire con uno sciopero generale, riuscito, alla prime violenze delle camice nere. Tra queste l'incendio della tipografia sociale dove si stampava il giornale socialista umbro e la devastazione del Caffè Turreno "covo di bolscevichi e di traditori della patria". Il fascismo perugino dovette chiedere aiuto ai fiorentini e alla "Disperata" che arrivò a Perugia con 250 combattenti armati e senza che le autorità muovessero un dito. Il 15 luglio, un martedì, giorno di mercato per i possidenti del contado, fu assaltato e occupato Palazzo dei Priori. A Cavalabreccia fu ucciso un giovane reduce di guerra, dopo un alterco. Si chiamava Guglielmo Rotili.
La scelta di far partire la marcia da Perugia, l'anno dopo, anche se esistevano altri concentramenti a Cremona e a Civitavecchia, fu dettata probabilmente dalla posizione centrale della città. Una soluzione logistica, diciamo, anche se Mussolini, come è ampiamente noto, partì da Milano in treno.
Ora, questa manifestazione di nostalgici al Brufani, perché di questo si tratta, non dovrebbe farci dimenticare i problemi che abbiamo oggi, ancora, sul terreno della democrazia. Il fascismo è lontano e qualche pittoresco simpatizzante non potrà cambiare di certo il giudizio della storia. Ci stiamo però incamminando verso un orizzonte in cui i poteri sono sempre più concentrati nelle mani di pochi mentre i partiti e le stesse istituzioni, anche quelle locali, faticano a capire ciò che si muove nelle pieghe complesse della nostra società. Noi, che di marce conosciamo solo quella della pace che parte da Perugia e si conclude gioiosamente sulla rocca di Assisi, dovremmo riflettere su questo. Abbiamo bisogno di una democrazia più larga e trasparente. Solo così si può rispondere ai tanti diversi poteri che vorrebbero farci tornare indietro sui diritti conquistati in così tanto tempo e con tanti sacrifici, dopo i giorni della Liberazione.
                                                                                                                                                                                         renzo.massarelli@alice.it
(per il Corriere dell'Umbria, sabato 27 ottobre 2012)



Renzo Massarelli

Inserito martedì 30 ottobre 2012


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