21/03/2019
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O dolce terra...
Le nuove generazioni non possono essere private di questa formazione al bello e armonioso: e il nostro destino è vivere in questa terra, che dobbiamo imparare ad apprezzare, curare, migliorare, liberare da ogni speculazione

dalla rivista La Salute umana
n° 226-227 luglio-agosto-settembre-ottobre 2010
editoriale

Una terra “…che racchiude nel suo grembo ogni specie di alberi da frutta, che da sola offre tutte le delizie presenti in ogni luogo e nella quale si coglie la gradevolissima abbondanza delle sorgenti che zampillano ovunque, degli alberi sempre verdeggianti, degli acquedotti che in gran numero soddisfano i bisogni dei cittadini…” (1). Così veniva descritta la Sicilia alla fine del primo millennio.
L’idea non molto lontana da quella che ancora oggi gli americani hanno dell’Italia; non è immagine molto diversa, nonostante le non esaltanti rappresentazioni di cronache televisive italiane… Ma anche coloro che da varie parti del Nord Europa oggi si trasferiscono nelle nostre regioni, ad esempio nell’Italia centrale, lo fanno perché amano il clima, le colline, il lago, gli oliveti, la gentilezza delle persone che incontrano nei paesi "Londra (che, peraltro, personalmente per la mia storia amo come seconda città natale), non è quella che voi pensate, non è così piacevole viverci…se devi lavorare e non sei un turista o uno studente in borsa di studio…” mi ha detto una coppia di londinesi puri, con casa nel cuore della City, trasferitasi in cima a una collina in Umbria, in un casale semidiroccato che ha acquistato e lentamente rimesso a posto.
"… Perché qui possiamo controllare il nostro tempo, c’è aria libera, ci sono città vicine vivibili e godibili, c’è un contatto naturale con le persone, e possiamo continuare a lavorare a distanza utilizzando le nuove tecnologie…”. Una nuova dimensione della vita.
L’Italia è indubbiamente un bel Paese, straordinario, direi forse unico.
Una lunga lingua di terra adagiata nel mezzo di un mare tranquillo controllabile, come è il Mediterraneo; lo condivide con altri Paesi, ma essa ne è completamente circondata, ne è quasi padrona. Una lunga lingua di terra limitata a nord dalle montagne, le Alpi, percorsa lungo tutta la sua lunghezza da montagne, gli Appennini, dalle quali si distaccano teorie di colline che dolcemente vanno verso il mare e la lunga teoria di spiagge.
Colline che consentono la coltivazione delle migliori olive e delle migliori uve, con la produzione preziosa di olio e vino. Dalle montagne fluiscono fiumi che la segnano lungo il percorso quasi completamente. E poi le grandi isole, la Sicilia, la Sardegna, e molte altre piccole, con le loro peculiari caratteristiche.
Lungo la sua storia, proprio per la sua naturale situazione, è stata occupata da molti popoli, etruschi, greci, romani, bizantini, e poi arabi, normanni, e di volta in volta francesi, austriaci, spagnoli, tedeschi. Una specie di sinossi della storia d’Europa, ma anche una quantità di influssi culturali, artistici, tecnologici. Ovunque si guardi o si scavi emergono le radici di tante culture. Non solo quella romana, l’etrusca in Umbria, in Toscana, la cultura greca che ha lasciato monumenti di grande valore nelle regioni del Sud, l’araba in Sicilia, e poi la normanna, la austriaca a Trieste , e gli influssi delle varie Corti principesche legate a diversi influssi di paesi europei. Si potrebbe dire che si possa costruire dall’Italia una delle basi essenziali dell’Europa. Da queste congiunture naturali e culturali il valore di un Paese.
Ma proprio per noi che ci viviamo tutto questo ben di dio e degli uomini sembra non esista, non ce ne accorgiamo. E, soprattutto nel secolo scorso con lo sviluppo del capitalismo della speculazione, siamo riusciti sovente non solo a non valorizzare ciò che abbiamo, ma molto spesso a rovinare spazi e patrimoni, basti pensare alla speculazione edilizia lungo le coste. Non solo deprimendone il valore paesaggistico, ma anche mettendone a dura prova la sicurezza del territorio, con le conseguenze devastanti di cui troppo spesso siamo testimoni. E non parliamo abbastanza dei rischi cui sottoponiamo lo stesso Mediterraneo, è sufficiente pensare alla estrazione del petrolio, e del programma persino di un pozzo nel Golfo della Sirte profondo quanto quello che quest’anno ha prodotto disastri immani nel golfo del Messico, che per il nostro mare sarebbe la morte non solo delle acque ma anche di tutti i Paesi rivieraschi.
Anche le città, le numerose piccole e medie città che costituiscono il tessuto sottile della identità del Paese, rischiano spesso di essere sacrificate all’evento dello sviluppo di periferie “moderne” al servizio del nuovo, dell’ambiente costruito ad ogni costo, dal grande è bello, rinnova e rende.
Dall’avvento di nuove periferie dedicate alla semplice logica dei centri commerciali. Oggi descritti come nonluoghi, che, forse, nel tempo potranno trovare un qualche riassorbimento in luoghi vivibili, ma che, per ora, sono dedicati alla cerimonia dell’acquisto consolatorio, a incontri non incontri, al non saluto dello sconosciuto che abita chissà dove…
Poiché, tuttavia, è nostro intento guardare lontano e cercare nell’oggi qualche indizio di uno possibile sviluppo positivo, concentriamo la nostra attenzione su elementi che ci fanno sperare nella possibilità non solo di salvaguardare il grande patrimonio che abbiamo e che ci ha lasciato chi ci ha preceduto, ma anche riuscire a sviluppare una cultura che, partendo dalle esigenze più positive del nostro essere umani aspiranti al ben-essere, entriamo nel futuro con concezioni urbanistiche e paesaggistiche che consentano alla nostra epoca di produrre realtà degne di buona memoria per il patrimonio naturale, artistico, culturale. Un bene comune che appartiene a tutti.
Qualche indizio da valorizzare sta emergendo, quali quelli che ci presentano gli orientamenti relativi alla protezione del paesaggio, ai quali anche la Regione dell’Umbria, connotata come “cuore verde
d’Italia”, sta cercando di aderire con atti concreti: il paesaggio è anche il “costruito”. Ma le istituzioni e tutti noi cittadini dobbiamo avere la consapevolezza della complessità del compito. E’ un passaggio utile, ma non sufficiente, quello che ci fa aderire a politiche e raccomandazioni europee, non sufficiente perché richiede la sensibilità culturale e l’azione politica pratica di tutti i cittadini, di tutti perché il patrimonio è di tutti e, come ogni patrimonio, non va distrutto, pena la decadenza economica oltre che culturale.
Allora è necessario comprendere fino nel profondo le ricchezze e le bellezze che abbiamo, educarci, formarci alla bellezza. Le nuove generazioni non possono essere private di questa formazione al bello e armonioso, ieri, come Platone raccomandava, e oggi, poiché siamo umani come lo eravamo allora, e il nostro destino è vivere in questa terra, che dobbiamo imparare ad apprezzare, curare, migliorare, liberare da ogni speculazione. In democrazia è al cittadino scegliere per governare persone attente al patrimonio dell’ambiente, come a quello umano. E’ a tutti noi tramite le strutture sociali, dalla famiglia alla scuola, alla organizzazione del quartiere o del paese, fare in modo che le nuove generazioni crescano assorbendo canoni di bellezza e armonia, che li spingano a sviluppare quello che hanno e avranno, e a sentirsi meglio.
Questo è anche promozione della salute.
“Non converrà - forse - cercare (per governare) quelli che sono nobilmente capaci di seguire le tracce della natura del bello e dell’armonioso, affinché i giovani, abitando in un luogo salubre, ne traggano giovamento, allorché dalle opere belle colpisca loro la vista e l’udito, un’aura apportatrice di salute da luoghi sani, e li conduca, sin da fanciulli, senza che se ne avvedano, a farsi conformi, amici e concordi con la retta ragione?”
Platone – Repubblica (2)

BIBLIOGRAFIA
1. G. Ruffolo, Un paese troppo lungo, Einaudi, Torino, 2009.
2. Platone, Repubblica, libro III 401c (trad. Gabrielli F.) Firenze, Biblioteca Internazionale Rizzoli 1986; pp. 789-796.



Antonia Modolo


Inserito sabato 3 novembre 2012


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