15/11/2019
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Pubblica, laica, democratica...
Togliendo finanziamenti si è guardato alla produttività della scuola-azienda, con insegnanti sempre più ricacciati nella quotidianità di una “pedagogia nevrotica”


Seppur appartenga ormai al secolo scorso, proviamo a vedere se siamo in grado di ricordare la famosa “Lettera ad una professoressa”di Lorenzo Milani. Da una piccolissima scuola  sperduta a Barbiana, da un gruppo di alunni “sgarrupati”, da un prete mandato lì in punizione perché pacifista impenitente, si scriveva ad una professoressa ricordando che il potere è esercitato da chi conosce più parole su chi di parole ne conosce pochissime. Don Milani ha strappato il velo di una cultura classista che esclude coloro che la cultura non possono permettersela dai secoli dei secoli. Molti da allora hanno lavorato politicamente per una scuola pubblica in grado di offrire futuro alle nuove generazioni. Ma chi comanda non si è arreso. Da quegli anni che hanno messo in discussione la scuola dei padroni e hanno esaltato il diritto all'uguaglianza e alla partecipazione sociale delle classi lavoratrici si è pensato di venir fuori svilendo il concetto di cultura e istruzione dequalificandoli. Il “concorsone” di questi giorni e la condizione di precarietà vissuta da decenni dalla giovane nostra classe insegnante la dicono lunga sull'economia di dominio instaurata da un centro di potere che rende la precarietà una condizione permanente e immodificabile per tanta gioventù. Molti cercano di vivere la scuola come luogo di formazione, al disopra delle diatribe, come momento di eccellenza civica. Un forte crollo demografico non permette ai giovani di essere massa critica di rinnovamento, anzi si possono scherzosamente definire “bamboccioni” un trenta per cento di disoccupati che sono rapinati del futuro. Invece di investire in qualità, elevando le competenze di una istruzione che pure esiste, si è precarizzata la scuola annichilendo il portato culturale ,costruendo “classi pollaio” troppo affollate e quindi non in grado di cogliere la potenzialità del singolo. Togliendo finanziamenti si è guardato alla produttività della scuola-azienda con dirigenti sempre più tarati sul lavoro burocratico dei tagli d'organico e insegnanti sempre più ricacciati nella quotidianità di una “pedagogia nevrotica”. Come sempre permangono isole di eccellenza  da salvaguardare. Per fortuna i ragazzi sanno ridere e sopravvivere anche in condizioni difficili. Loro a scuola si ritrovano. Si donano energia. Una scuola in grado di formare coscienze critiche come voleva Lorenzo Milani è però scomoda a molti. Più facile è far transitare l'idea che una scuola pubblica per tutti, non possiamo permettercela perché costa troppo. Tagliamo le classi, i professori, gli insegnanti di sostegno, aumentiamo il numero degli alunni per classe, così si risparmia. Mi scuso per  la battuta troppo banale ma certo costa meno di una scolaresca la fiamminga di ostriche, anche se il conto  è “fiorito”.



Giorgio Filippi

Inserito sabato 17 novembre 2012


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