28/01/2020
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Oh mia patria
L'inno d'Italia: note musicali e non

Tre volumi imponenti di Vanni Pierini raccontano la nascita di una nazione attraverso i versi e i canti dell’ITALIA UNITA. Ne “la Repubblica” di sabato 8 dicembre due articoli mi hanno colpito e li vedo in parte collegati: la ‘polemica’ sull’Inno d’Italia suonato alla fine della rappresentazione scaligera della wagneriana Lohengrin (non se ne abbia male Verdi: l’anno prossimo a venire sarà ampiamente dedicato [anche] a lui) e il “Bella ciao” suonato sempre a Milano dalla storica Banda degli Ottoni a Scoppio, in occasione della cerimonia degli Ambrogini d’oro.
L’Inno, scritto da Goffredo Mameli l’8 settembre 1847 (nel centenario della rivolta antiaustriaca di cui rammentiamo il “Balilla” G. B. Perasso)  e pochi mesi dopo musicato da Michele Novaro, nato come Canto degli Italiani, diventato Inno e poi leggermente modificato nelle parole a metà del XX secolo, rapidamente viene fatto proprio dagli italiani negli anni, lunghissimi e difficili, del Risorgimento, arriva subito, di voce in voce, a Milano, durante la rivolta delle 5 Giornate, quindi a Roma nel 1849, durante l’effimera Repubblica Romana, e l’autore, Mameli, qui vi muore a soltanto 22 anni. L’Inno, a ragione, di Mameli, nasce dal Risorgimento, un 8 settembre ormai lontano. Un 8 settembre più recente, quello del 1943, inizia la vera rivolta contro l’oppressione fascio-nazista, ed esplode la Resistenza. Alla fine della II Guerra mondiale, in Italia, tre sono i canti che rappresentano la resistenza e poi la liberazione: “Bella ciao”, “Fischia il vento”, “l’Inno di Mameli”; ma anche altri, certo. “Bella ciao” viene scelto come emblema della lotta unita contro il fascismo e contro il nazismo d’oltralpe (ma pure nostrano): nasce con la Resistenza, che porterà all’Italia libera e Repubblicana e alla sua Costituzione.
Cantava il compianto Alberto Cesa, del gruppo “Cantovivo” di Torino, in un suo “foglio volante” (“PARTIGIANO”), come d’altronde lo fu anche il “Canto degli Italiani”, “Bella ciao” e numerosissimi altri, che “il partigiano ha vinto, è l’Italia lo ha tradito”. Il Consiglio dei Ministri, il 14 ottobre 1946 decide la scelta del vecchio canto di Mameli-Novaro (modificato) come ”Inno d’Italia” (leggete pure il ricco tomo di paolo Prato “La musica italiana: una storia sociale dall’Unità ad oggi”). Ma bene ha fatto a Milano, sabato 8 dicembre 2012, la Banda degli Ottoni a suonare il “Bella ciao”, che Cesa riteneva potere essere il vero nuovo inno italiano, perché, anche, come recita l’articolo di A. Gallione, nelle parole di un portavoce del centrosinistra: “Milano è città medaglia d’oro per la Resistenza e questi signori esistono grazie a tutti quelli che hanno perso la vita per la libertà”.



Daniele Crotti, Perugia


Inserito mercoledì 12 dicembre 2012


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