19/05/2019
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1948: Falastin - 2011: per lo Stato di Palestina
Il 1948, per un popolo, fu l’anno della frustrazione, della catastrofe, della cacciata dalla propria terra…

MILLENOVECENTOQUARANTOTTO… : Falastin
DUEMILAUNDICI…: per lo Stato di Palestina

La terra ci rifiuta,
ci spinge attraverso l’ultimo varco
e ci strappiamo le membra per attraversarlo…
Dove andremo dopo le ultime frontiere?
Dove voleranno gli uccelli oltre l’ultimo cielo?

[M. Darwish, La terra ci rifiuta, scritta in seguito all’uscita dell’OLP dal Libano]

Sono nato nel 1948, anno controverso, di fatti, avvenimenti, di situazioni. Tanti altri sono nati in quell’anno, e tante cose, importanti o meno importanti, successero. Nel 1948 nacque la Costituzione Italiana, per esempio. Ma tanto altro accadde, di bello (per alcuni?) e di non bello (per altri); così, per un popolo, che ancora poco abbiamo imparato a conoscere e capirne le amarezze e delusioni, il millenovecentoquarantotto fu l’anno della sua frustrazione, della sua catastrofe, al-Nakba, del disastro, al-Naksa, della sua frammentazione, migrazione, della cacciata dalla propria terra…

OGNI MATTINA A JENIN

“Questa è la storia di una famiglia araba lungi i sessant’anni del conflitto israelo-palestinese. Anche se racconta di tragici lutti e indicibili dolori, questa è una storia d’amore – l’amore tra un contadino e la sua terra; tra una madre e i suoi figli; tra un uomo e una donna; tra amici. Ho messo il mio cuore in ogni pagina di questo romanzo: spero che Ogni mattina a Jenin tocchi i vostri cuori e le vostre menti, che vi ricordi la nostra comune umanità.”

Susan Abulhawa

“Non ricordo che effetto ebbe allora la scena che mi si aprì davanti agli occhi, ma adesso il pensiero di quel paesaggio mattutino mi lascia senza fiato. Era il suggestivo sfondo delle vite dei miei genitori – chilometri e chilometri di pascoli che rivestivano vallate racchiuse tra oliveti ondulati. Alberi simili a nonni accoglienti e centenari, grinzosi e ricurvi sotto il peso di braccia che si tendevano in ogni direzione come se stessero pregando. Gli uomini che avevano conquistato questa terra gloriosa, che risplendeva verde accanto alle azzurre acque del Mediterraneo fin da prima di Mosè, avevano detto che era un ‘deserto’ che loro avevano ‘fatto rifiorire’. Un sole splendido bagnava le colline della sua luce, simile a vernice gialla, e illuminava le vecchie case arabe che resistevano alle insidie dell’abbandono. …”

E fu anche l’anno, come tanti altri successivamente, sino al 1967 e 1968, di resistenza, di tenacia e di tenace forza di sopravvivenza per tornare nella propria patria…

« Bismillah al-rahman al-rahim
   Mia cara sorella Amal
   Devo andare. Ti prego, capiscimi. Sono settimane che cerco di scriverti questa lettera e non riesco a trovare le parole giuste. Ogni volta che mi siedo con una penna in mano, ripenso alla promessa che ho fatto a papà.
   Un venerdì, mentre eravamo seduti negli oliveti occidentali dopo le preghiere della jama’at, papà mi ha fatto promettere che mi sarei preso cura di te se gli fosse successo qualcosa. Voleva che tu studiassi, che sposassi un brav’uomo. Ero troppo ingenuo per pensare che gli ebrei ci avrebbero invaso di nuovo, ma credo che papà avesse intuito che sarebbe scoppiata la guerra.
   Pensavo che papà ci sarebbe sempre stato. Non so come mantenere la promessa che gli ho fatto. Se resto, gli israeliani alla fine mi ammazzeranno. Hanno tutto il potere e vogliono tutta la terra. Finora, niente è riuscito a fermarli.
   Si sono presi tutto, Amal. E vogliono ancora di più. Non posso più stare a guardare con le mani in mano. Ti prego, sorellina, perdonami se parto. Vado a combattere. Non ho altra scelta. Hanno scritto per noi delle vite che non sono altro che prolungate sentenze di morte, calvari. Io non vivrò questo copione.
   Se morirò da martire, che sia. Sii orgogliosa, prega per la mia anima e festeggia il mio ingresso nel regno di Dio, perché tutti i martiri che muoiono lottando per la giustizia, la libertà e la terra mi accoglieranno tra loro.
   Qua sono come un uccello in gabbia. So che anche tu lo sei. Mi si spezza il cuore a non poterti dare la vita che avrebbe voluto papà. E’ insopportabile pensare che il nostro futuro sia stato cancellato, condannandoci a un’esistenza da eterni profughi, fatta di catene e sottomissione.
   La resistenza sta crescendo e alla fine ci riprenderemo ciò che ci spetta. Sei nata profuga, ma ti prometto che darò la vita, se necessario, perché tu non muoia profuga.
   Devo lasciare mamma alle tue cure. E’ un fardello terribile per una ragazzina giovane come te. Ho ceduto la mia parte di officina ad Amin in cambio della promessa di prendersi cura di te e di mamma. Ti ho lascito anche tutti i miei risparmi. Li ho dati ad ‘Ammu Darwish dicendogli di usarli con buon senso, per la tua educazione, se ce ne sarà la possibilità.
   Per favore, tieniti in contatto con Fatima. Ti vuole bene.
   Con affetto, Yussef ».

E’ proprio bello questo libro di Susan Abulhawa, ‘OGNI MATTINA A JENIN’. Ecco cosa  leggo a pagina 42:

“Meno di due settimane dopo l’incidente di  al-Tira, ci fu una strage di palestinesi nella vicina Balad al-Shaykh. I venti pestilenziali di quell’attentato soffiarono su ‘Ain Hod portando con sé un avvertimento inequivocabile. Mentre notizie di nuove atrocità raggiungevano ‘Ain Hod, i suoi abitanti furono presi dal terrore di ciò che li stava per investire. In previsione di nuovi attacchi, le donne staccarono dai rami prematuramente fichi e uva, li fecero seccare per avere uva passa e sciroppi, e raccolsero ortaggi per sostentare le loro famiglie in vista di un assedio prolungato dei cecchini.
Nel maggio del 1948 gli inglesi lasciarono la Palestina e i profughi ebrei che vi erano entrati a frotte si autoproclamarono stato ebraico, cambiando il nome del paese da Palestina a Israele. Ma ‘Ain Hod era vicino a tre villaggi che formavano un triangolo non ancor conquistato all’interno del nuovo stato, e il destino della gente di ‘Ain Hod si unì a quello di ventimila altri palestinesi che ancora si aggrappavano alle loro case. Respinsero gli attacchi e proposero una tregua, chiedendo solo di continuare a vivere sulla loro terra come avevano sempre fatto. Avevano sopportato molti padroni – romani, bizantini, crociati, ottomani, inglesi – e il nazionalismo per loro non aveva significato. Il nocciolo della loro esistenza era il legame con Dio, con la terra e la famiglia, ed era questo che volevano difendere e custodire”.

Poche pagine dopo, a pagina 47, leggete per capire la violenza e il sopruso dell’invasore, la sua brutalità, la sua cattiveria, la sua ignoranza, la sua depravazione:

“Darwish prese i sacchi che aveva sistemato sulla schiena di Fatuma e mise il loro contenuto accanto all’oro e agli altri oggetti di valore. ‘Il cavallo! Lascia il cavallo’ ordinò un soldato. Non il dio dell’altoparlante, ma di sicuro un suo discepolo.
‘Ti prego!’ Darwish mise da parte ogni orgoglio.
Fatuma si meritava quelle suppliche, ma le suppliche irritarono il soldato. ‘Taci!’.
‘Ti prego!’
‘Taci!’
‘Ti prego.’
Il soldato sparò due volte. Il primo colpo nella chiazza bianca in mezzo agli occhi di Fatuma. Cadde morta all’istante. L’altro al petto di Darwish. La moglie incinta, la nipote di Bassima che era stata promessa in sposa a Hassan, urlò e gridò accanto al marito sanguinante mentre la gente si radunava per portarlo in disparte; qualcuno tirò fuori un barattolo di miele per evitare infezioni e lo bendò con delle strisce dei suoi stessi vestiti. Il proiettile si era conficcato nella colonna vertebrale di Darwish condannandolo all’immobilità, a una vita straziata da orribili piaghe da decubito, una vita tormentata dal fardello del triste destino di sua moglie, legata a un marito menomato. Ma anche così menomato, Darwish avrebbe sempre vissuto nel ricordo del vento e dei suoi cavalli.”

Siamo sempre in quel fatidico 1948 e tutto, per quel popolo, mutò. Alle pagine 50 e 51 del libro di cui trascrivo stralci per trasmettere una storia, ecco cosa e quanto il lettore apprende:

“Fu così che, otto secoli dopo la sua fondazione ad opera di un generale dell’esercito del Saladino, nel 1189 d. C., a ‘Ain Hod non si videro più bambini palestinesi. Yehya cercò di calcolare il numero di generazioni che erano vissute e morte nel villaggio e arrivò a quaranta. Fu un compito facilitato dall’usanza araba di chiamare i propri figli in modo da renderne evidente la genealogia, mettendo cinque o sei nomi della progenie diretta del bambino nell’ordine esatto.
Yehya calcolò quaranta generazioni di vite, ora spezzate. Quaranta generazioni di nascite e funerali, di matrimoni e danze, di preghiere e ginocchia sbucciate. Quaranta generazioni di peccati e carità, di cucina, duro lavoro e ozio, di amicizie, ostilità e accordi, di pioggia e corteggiamenti. Quaranta generazioni con i loro indelebili ricordi, segreti e scandali. Tutto spazzato via dal concetto di diritto acquisito di un altro popolo, che si sarebbe stabilito in quello spazio rimasto libero e l’avrebbero proclamato – con il suo patrimonio di architettura, frutteti, pozzi, fiori e fascino – retaggio di forestieri ebrei arrivati da Europa, Russia, Stati Uniti e altri angoli del mondo.
Nel dolore di una storia sepolta viva, in Palestina l’anno 1948 andò in esilio dal calendario, smise di tenere il conto di giorni, mesi e anni per diventare solo foschia infinita di un preciso momento storico. I dodici mesi di quell’anno si riorganizzarono e turbinarono senza meta nel cuore della Palestina. Gli anziani di ‘Ain Hod sarebbero morti profughi nel campo, lasciando ai loro eredi le grossi chiavi di ferro delle dimore avite, i friabili atti catastali compilati dagli ottomani, i certificati erariali del mandato britannico, e l’impavida volontà di non permettere che lo spirito di quaranta generazioni restasse intrappolato in quel complotto di ladri”.

Saltiamo un po’ di pagine di questo meraviglioso libro, delicato, spietato, autentico, sofferto, e saltiamo un po’ di anni, il 1973, il 1976, fino al 1981.
C’è lotta, lavoro, tenacia, resistenza, sofferenza, onestà, nel popolo palestinese, annullato in casa proprio, costretto in tanti campi profughi, costretto all’esilio.
Amal, una delle protagoniste, del libro, e della storia, di una delle tante incredibili storie di questo popolo speciale, ha studiato, a Gerusalemme, negli Stati Uniti, ed è ritornata a Jenin, poi in Libano, nei campi profughi. Incontra e rivede i propri famigliari, i pochi superstiti invero, incontra e conosce altre persone.

“ Bismillah al—rahman al-rahim
   Carissima Amal,
   non so bene come cominciare questa lettera, se non dicendoti che dal giorno in cui sono venuto a prenderti in aeroporto, non ho mai smesso di pensare a te. E da quella sera alla spiaggia, hai continuato a popolare i miei sogni. Ho evitato di venire a Shatila per cercare di fare chiarezza su quello che provo. Ma ogni pensiero mi porta a questo: sono innamorato di te.
   Ho votato la mia vita alla resistenza  giurato fedeltà alla lotta. Credevo che il mio cuore fosse troppo pieno di impegni e responsabilità per fare un’altra promessa. Ma tu mi hai toccato il cuore in punti che non credevo nemmeno esistessero. E adesso sono costretto a fare un’altra promessa, questa: Se mi vorrai, ti amerò e ti proteggerò per il resto dei miei giorni.
   Tuo
   Majid.”

Amal ora insegna nel campo profughi libanese di Shatila; Amjid, medico, lavora negli ambulatori dei campi profughi di Sabra e Shatila a Beirut.
Un passo indietro; me lo consentite?
Di pochi anni, al 1976, settembre. E’ un mio ricordo personale, di vita e lavoro, di solidarietà, che mi riportano indietro di tanti anni. Ne parlai poco, soprattutto dopo la fine di quella esperienza. Ma ora, dopo la missione, breve, a Ramallah, tutti quei momenti mi ritornano fuori, nell’animo, nella mente, nel corpo. Mi capitò di lavorare come medico generico negli ambulatori all’interno di un campo profughi palestinesi a Beirut; non mi pare fosse né Sabra né Shatila, ma un altro, altrettanto pieno di bambini, uomini e donne, anziani. La situazione generale e igienica era analoga a quella che leggo in questo libro dell’Abulhawa. Mi emoziona, un po’. Ho vaghi ricordi, purtroppo, ma la gentilezza e la speranza, in tanta miseria e disperazione, erano doti che rammento di questa fiera popolazione, che non vuole rassegnarsi alla legge del più forte. Rammento un pranzo in cui noi, io, l’infermiera che mi e ci assisteva e i compagni ‘tutori e traduttori’, fummo invitati dai guerriglieri palestinesi, a mangiare con loro e partecipare la nostra fratellanza. Un immenso piattone di ‘cous cous’ (o qualcosa del genere) con pezzi di carne d’agnello, tutti quanti a pescare con le proprie mani il cibo che ci univa; per bere solo acqua e the. Fu emozionante. Stetti una settimana nel campo; poi ci riunimmo a Tiro con gli altri del nostro gruppo.

Capitolo Ventotto
          “SI’”
          1981

Ci incontrammo segretamente due giorni dopo. Majid voleva che gli rispondessi in privato, lontano dalle voci e dalle aspettative. Fu così che, nel nostro posto preferito, vicino al pittoresco villaggio costiero di Tabarja, io e Majid ci abbracciammo per la prima volta. L’azzurro Mediterraneo lambiva i nostri piedi nudi e si perdeva all’orizzonte in un cielo senza nubi. Non si capiva dove finisse il mare e dove cominciasse il cielo e fu in quell’azzurro infinito che venni toccata dal sorprendente incantesimo dell’amore.


Interrompo la lettura del coinvolgente e affascinante libro di Susan Abulhava e prendo in mano il libro di poesie di M. Darwish, IL LETTO DELLA STRANIERA, e ve ne propongo una:

CANZONE DI NOZZE

Sono venuta da te come gli astronauti,
di pianeta in pianeta. La mia anima
si apre dalle tue dieci dita sul mio corpo.
Prendimi a te, porta la colomba
ai confini del grido sui tuoi fianchi: l’orizzonte
e l’eco. Lascia i cavalli galoppare invano
dietro di me, ché non vedo ancora la mia immagine
nella loro acqua… non vedo nessuno,
nessuno, non ti vedo. Che ne hai fatto
della mia libertà? Chi sono dietro
le mura della città? Non una madre a strofinare
i miei lunghi capelli con il suo eterno henné,
non una sorella che li intrecci. Chi sono fuori dalle mura,
tra i campi neutri e un cielo grigio? Sii
mia madre nel paese degli stranieri. E portami
dolcemente verso ciò che sarò domani.

Chi sarò domani? Nascerò dalla tua
costola, donna senz’altra preoccupazione
che decorare il tuo universo? O piangerò laggiù
una pietra che guidava le mie nuvole all’acqua del tuo pozzo?
Portami ai confini
della terra prima che il mattino spunti su una luna
in lacrime di sangue nel letto. Portami dolcemente
come la stella porta a sé i sognatori, invano
e invano.

Invano guado dietro i monti di Moab.
Nessun vento a riportare il vestito alla sposa. Ti amo,
ma il mio cuore vibra del ritorno dell’eco e langue
per un altro iris. C’è tristezza più ambigua
per l’anima della gioia della ragazza
per le sue nozze? E ti amo benché mi ricordi
di ieri e mi ricordi di aver dimenticato
l’eco nell’eco.

Eco nell’eco, sono venuta a te
come il nome, che passa di essere in essere.
Poco fa eravamo due stranieri in due paesi lontani,
cosa sarò dopodomani, quando sarò due?
Che ne hai fatto della mia libertà?
Più ti temo, più ti avvicino,
e non ho meriti, amore mio straniero,
se non la mia passione.
Sii dunque una volpe buona tra le mie vigne,
e con il verde dei tuoi occhi fissa il mio dolore.
Non tornerò al mio nome e alle mie steppe.
Mai più,
mai più.


“Israele aveva attaccato il Libano per provocare la rappresaglia dell’OLP. Nel luglio del 1981 gli aerei a reazione israeliani avevano ucciso duecento civili in un raid su Beirut e Ariel Sharon, l’allora ministro della Difesa israeliana, aveva annunciato pubblicamente che avrebbe spazzato via la resistenza una volta per tutte. Quelle parole pesavano terribilmente su Yussef, che era preoccupato per noi nel caso in cui gli attacchi israeliani si fossero intensificati. Proteggere i campi profughi era la priorità. A questo scopo, la leadership dell’OLP avrebbe finito per stringere un patto col diavolo per proteggere donne e bambini.
Nell’aprile del 1982, le Nazioni Unite avevano registrato 2125 violazioni israeliane dello spazio aereo libanese e 652 violazioni delle acque territoriali libanesi. Israele ammassò venticinque mila soldati lungo il confine e continuò illegalmente a eseguire manovre provocatorie verso il sud del Libano. L’OLP si trattenne dal compiere ritorsioni e lo stesso fece il governo libanese. Ma Yussef aveva già capito che Israele avrebbe trovato un motivo per invadere, indipendentemente dalla reazione dell’OLP.”

Il capitolo 33 del libro di cui sto raccontando ha questo titolo: IL MARTIRIO DI UNA NAZIONE. 1982.
Ma prima di riportarne alcune parti, trascrivo quanto letto sul quotidiano ‘la Repubblica’ del 13 luglio: «Palestina. Abu Mazen: “Ricorso a ONU è l’unica via”. Da Gerusalemme – L’unica via rimasta ai palestinesi per chiedere il riconoscimento di un proprio Stato è quella dell’ONU [a proposito, alcuni giorni fa la Nazionale Palestinese ha pareggiato in casa, a Ramallah, per 1 a 1 con l’Afghanistan, qualificandosi per il turno successivo in vista dei prossimi campionati mondiali di Calcio]. Ieri il presidente palestinese Abu Mazen ha commentato così i risultati della riunione del Quartetto USA, UE, Russia e ONU di lunedì, che si è conclusa in un nulla di fatto ma che è stata riconvocata ieri». Il breve trafiletto si conclude citando la conclusione di Abu Mazen: «”speriamo di andare col sostegno degli Stati Uniti”. Che finora hanno insistito per una ripresa dei negoziati diretti, peraltro gli unici che Israele accetta, rifiutando la legittimità di iniziative unilaterali». Che faccia tosta: e cosa hanno fatto quegli assassini nel 1948 autoproclamandosi abusivamente Stato di Israele?! Riprendo la narrazione del libro.

Rilevante e illuminante questa frase del libro che recita: “ … Tutta la sua famiglia era stata sterminata durante l’Olocausto. Ironicamente, ed era un’ironia che mi artigliava la mente, anche la vera madre di David, mia madre, era sopravvissuta a una carneficina che le aveva decimato la famiglia. Se non che quest’ultima era avvenuta a causa del primo, portando alla luce l’inesorabile verità che i palestinesi avevano pagato il prezzo dell’Olocausto ebreo. …”

“Il 16 settembre, nonostante il cessate il fuoco, l’esercito di Ariel Sharon accerchiò i campi profughi di Sabra e Shatila, dove Fatima e Falastin dormivano indifese da Yussef. I soldati israeliani eressero posti di blocco per impedire l’uscita ai profughi e fecero entrare nei campi i loro alleati (nazifascisti) della Falange Libanese. I soldati israeliani, appostati sui tetti, guardavano l’area con i loro binocoli durante il giorno e di notte illuminavano il cielo con i razzi per guidare la Falange che passava di baracca in baracca. Due giorni dopo, i primi giornalisti occidentali entrarono nei campi profughi e riferirono quel che videro. Robert Fisk scrive nel Martirio di una nazione: “Erano dappertutto, per strada, nei vicoli, nei cortili e dentro le stanze diroccate, sotto i calcinacci e sopra ai mucchi di spazzatura. Quando arrivammo a cento cadaveri, smettemmo di contare. In ogni vicolo c’erano cadaveri – di donne, ragazzi, bambini, anziani – ammassati in gran numero, languidamente, terribilmente, là dov’erano stati sgozzati o uccisi dai mitra…”.

Non continuo. E’ atroce ricordare quel massacro di innocenti. E’ vergognoso quanto accadde. Quanto sta accadendo…
Interessante e drammatico è pure quanto viene riportato alle pagine 298 e seguenti del capitolo 38; nel particolare alcuni brani tratti da The Rise and Fall of Palestine di Norman Finkelstein, ove la stessa stampa israeliana e le organizzazioni per i diritti umani denunciano misfatti, violenze, volgarità, crimini dei ‘soliti’ israeliani sulla popolazione infantile che reagirono con un’intifada scendendo in strada e scagliando pietre e bastoni, per la rabbia di un’oppressione che stava durando da vent’anni (1967 – 1987), in Cisgiordania, a Gerusalemme, a Gaza. E oltre…

“Guardandosi attorno, gli occhi di David [Ismail, il fratello di Yussef, ‘rubato’ da un giudeo alla bellissima Dalia, per invidia, gelosia, egoismo, arroganza] si fermarono su un disegno dei fondatori di ‘Ain Hod, che si erano stabiliti in quella regione durante l’Impero bizantino. La leggenda voleva che il Saladino, Salah al-Din al-Ayyub in persona, avesse donato la terra a uno dei suoi generali come ricompensa per il valore dimostrato in battaglia. Quel generale era un mio antenato. Aveva sposato tre donne e messo al mondo la maggior parte del villaggio.
«Quella è la nostra bisnonna» dissi, indicando la fotografia color seppia di una ragazza che sorrideva timidamente, con una thobe ricamata e un foulard bianco che le incorniciava delicatamente il volto bellissimo. «Si chiamava Salma Abulheja. La sua bellezza era leggendaria a ‘Ain Hod, tanto che spesso le bambine del villaggio venivano chiamate come lei.»
Guardò in silenzio le prove di quello che gli israeliani sapevano già, e cioè che la loro stoia era sorta sulle ossa e sulle tradizioni dei palestinesi. Quegli uomini arrivati dall’Europa non conoscevano né l’hummus né i falafel, ma li proclamarono ‘piatti tradizionali ebraici’. Rivendicarono le ville di Qatamon come ‘antiche dimore ebraiche’. Non avevano vecchie fotografie o disegni dei loro avi che vivevano su quella terra, amandola e coltivandola. Arrivarono da nazioni straniere e dissotterrarono dal suolo palestinese monete dei cananei, dei romani, degli ottomani che poi vendettero come se fossero ‘antiche manufatti ebraici’. Vennero a Giaffa e trovarono arance grosse come angurie, e dissero: «Guardate! Gli ebrei sono famosi per le loro arance». Ma quelle arance erano il risultato di secoli e secoli durante i quali i contadini palestinesi avevano perfezionato l’arte di coltivare gli agrumi.”

Mi avvicino a chiudere queste mie note che ritengo assai necessario sapere. Un semplicissimo commento a un libro, come altri che nell’ultimo anno e mezzo ho letto, sulla cosiddetta ‘questione palestinese’; un bel libro, come molti degli altri – ne parlai nei miei notiziari dei mesi e dell’anno passati (Folia Fluctuantia) - , ed una ‘questione’, quella palestinese, assai facile da comprendere; ma abbiamo gli occhi velati e il cervello offuscato da una prosopopea e una propaganda occidentale incredibilmente distorta, fuorviante, fasulla.
Mi piacerebbe ricordare quel mese in Libano, nel lontano 1976, ma a suo tempo se ne parlò, credo assai (magari non io), e forse ora non è il momento: in fondo Sabra e Shatila non sono altro che l’atto finale di quello che da alcuni anni stava accadendo, in una Beirut ovest spogliata delle sue bellezze, rovinata e pericolosa, mentre una Beirut est, ricca e borghese, era protetta e salvaguardata dalle solite potenze imperialiste occidentali. O l’esperienza del novembre del 2009, tra Ramallah e al-Quds (‘ la città santa: Ûrshalîm ‘), che purtroppo potrei solo ricordare e trasmettervi ma non nei suoi speciali dettagli, in quanto uno stupido furto nel viaggio italico di ritorno mi spogliò del mio prezioso taccuino di viaggio, in cui annotai di tutto, momenti di lavoro, episodi di amicizie, nuove e inaspettate conoscenze, frammenti di vita… Ma sia pur in poche righe anche di questo vi ho accennato, mesi addietro, e altrove.

   Carissima Amal, con la vocale lunga di speranza.
   A volte l’aria mi riporta il sospiro dei ricordi. L’aroma degli ulivi e del gelsomino tra i capelli del mio Amore. A volte porta il silenzio dei sogni infranti. A volte il tempo è immobile come un cadavere, e con lui giaccio nel mio letto.
   E così dormo, aspettando di rendermi onore quando sarà il momento.
   Perché non avrò tenuto fede alle mie promesse, ma terrò fede alla mia umanità.
   …e l’Amore non mi sarà mai strappato dalla vene.

Qui concludo. Non credo serva giustificare atti estremi, cui talora la stampa occidentale dà eccessivo e deviato e deviante clamore, che invece il lettore attento e cosciente penso non potrà non avere compreso perché c’è un limite, nell’animo umano, alla sopportazione di una violenza ben più ampia, grave ed esasperante.



Daniele Crotti

Inserito giovedì 10 gennaio 2013


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Nome: Daniele
Commento: Ricevo dal collega Dr. Angelo Stefanini, Università degli Studi di Bologna, la notizia che in data 4 gennaio 2013, 65 anni dopo, Abu Mazen ha proclamato la nascita dello STATO DI PALESTINA, non più semplicemente ANP.

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