18/01/2020
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Artorna Carnvalino
Il Gran Fanfaròn de Prètla annuncia al paese: “Il 17 gennaio riporteremo in auge questa importante tradizione popolare”

Giovedì 17 gennaio 2013 viene riproposta a Pretola la tradizione di Carnvalino, interrotta a inizio anni Cinquanta del secolo scorso. Si tratta di un rito ovviamente legato al Carnevale che che veniva svolto in molti paesi intorno a Perugia.
Carnvalino, lo dice il nome stesso, è un pupazzo simboleggiante il Carnevale e che con questo nasce e muore. La tradizione pretolana vuole che la statuetta venga riesumata, tirata fuori dal suo sepolcro posto nelle vicinanze della Torre di Pretola, e fatta resuscitare durante una farsa messa in scena dagli abitanti del borgo posto sulla sponda destra del Tevere. In seguito alla sua rinascita Carnvalino viene portato in trionfo per le strade di Pretola accompagnato dalla folla e dalla banda musicale del paese. La serata si conclude con una Majalata (cena a base di carne suina per celebrare l'inizio del Carnevale che coincide con la festività di Sant'Antonio abate) presso il Cva di Pretola nel corso della quale si alterneranno la musica della Filarmonica di Pretola e le canzoni della Brigata Pretolana.
La notte di martedì grasso Carnvalino verrà riposto di nuovo nel suo sepolcro e lì starà fino alla sua rinascita che avverrà il prossimo 17 gennaio.
La rivalorizzazione di questa tradizione si inserisce nella forte spinta a recuperare gli usi e costumi del passato messa in atto dall'Associazione Ecomuseo del Fiume e della Torre di Pretola. E' interessante notare come questa tradizione si perse nell'immediato dopoguerra quando - secondo la leggenda popolare - l'asfaltatura della piazza principale di Pretola non rese più possibile la riesumazione e il successivo seppellimento di Carnvalino. La statua originale sembra essere andata persa e il nuovo Carnvalino è stato rifatto dall'artista pretolano Edoardo Pacioselli secondo i dettami della madre, Elda Giovagnoni, custode della memoria storica di Pretola.

Questo il programma della manifestazione:
ore 19:30 operazioni di ricerca di Carnvalino e rinascita di Carnvalino
ore 19:45 sfilata di Carnvalino per le vie di Pretola
ore 20:30 Majalata al CVA di Pretola, ossia cena trionfale e spettacolare a base di carne suina

Breve esibizione della Filarmonica di Pretola prima di cena.

Estemporanea esecuzione di canti della tradizione prètlena da parte della Nuova Brigata Pretolana durante e a fine cena.
Per informazioni e prenotazioni cena telefonare al 347.63.91.931 o al 335.82.84.360
- la cena è di sottoscrizione per il Progetto “Brigata Pretolana” e ha il costo di 15.00 euro -
Il menu:
- affettati,
- pasta in bianco al ragù di majale,
- cicciata
- dolce pretolano
- vino




Inserito venerdì 11 gennaio 2013


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Commenti

Nome: Daniele
Commento: S. Antonio abate, la festività, i canti tradizionali “S. Antonio” (l’Abate, e non il “lusitano” da Padova), festeggiato il 17 di gennaio, che non credo si possa identificare con il “Sant’Antolin de legno” che anche in Umbria si cantava, ma solitamente in occasione della trebbiatura (o come filastrocca, forse, per bambinelli, nel corso dell’anno nella sua interezza), gode ancora di “rispetto” e “fama”, in altre parole di coinvolgimento emotivo e/o scherzoso, ed è a tutt’oggi, o tale può essere, motivazione di ricorrenza sentita e vissuta, e non necessariamente o strettamente religiosa, anche perché giorno di inizio della “complessa” “istituzione” del carnevale (Carnevale?). Il ricco volume di G. Gaggiotti dell’Editoriale Umbra di tre anni addietro “La memoria del tempo” riporta almeno cinque feste popolari al riguardo: Il piatto di Sant’Antonio a S. Maria degli Angeli (nel fine settimana successivo al 17 gennaio), la Festa di Sant’Antonio abate a Campello sul Clitunno (nel giorno della prima domenica di Carnevale), la Festa di Sant’Antonio abate a Cannara (la domenica successiva al 17), Sant’Antonio abate a Giano (il 17 gennaio), e, ancora, una Festa di Sant’Antonio a Otricoli (la domenica successiva al giorno 17). Son tutte, o quasi tutte, feste di origine remote. Sfogliate il volume e potrete saperne di più. Lo dico perché non mi voglio dilungare troppo, sia chiaro; ben volentieri avrei potuto trascriverle io stesso in questa lunga nota (sì perché qui mi preme proseguire più oltre con un “racconto” scritto tempo fa da un amico e collega medico, aihmé, ormai scomparso). Nel bel cofanetto (libro con 4 CD) di V. Paparelli, “L’Umbria cantata” (squi[libri] editore, 2008), a pagina 42 il paragrafo “canto per la fesa di sant’Antonio Abate” riporta una approfondita lunga nota relativa al culto di Sant’Antonio, ai fenomeni allo stesso correlati, ai canti relativi che molti conoscono, e, nella fattispecie, a “Ecco il nostro Sant’Antonio”, raccolto nella Valnerina ternana (ma quanti di voi non rammentano il famosissimo Sant’Antonio a lu deserte che cantava Giovanna Marini e altri ancora?); al testo del canto è affiancata la spiegazione di questo canto di questua (l’offerta propiziatoria in generi solitamente alimentari era concomitante al periodo dell’uccisione del maiale, ed era finalizzata, leggo, all’ottenimento da parte del santo della protezione degli animali e alla propiziazione della loro fertilità e dell’abbondanza.). Nel libro di questo cofanetto di Paparelli si riporta anche che questo santo è detto anche “del porcello” proprio per distinguerlo dall’omonimo santo di Padova (in qualità, anche, di protettore degli animali, questo S. Antonio è solitamente presente, nell’iconografia tradizionale, con codesto animale, il porcello per l’appunto, ai suoi piedi). In documenti cartacei ed online chiunque si può sbizzarrire a scoprire quali e quanti racconti e canti (il canto più noto descrive la vita la storia la leggenda creatasi attorno a questo antico personaggio eremita) vi possono essere, ancora, su questo santo, su questa giornata, su codesta ricorrenza (vedi ad esempio, il “rinato” carnevalino, “Carnvalino”, che quest’anno si tiene a Pretola). E tanto altro ancora (e non soltanto in Italia)… Ma eccomi a ciò di cui volevo parteciparvi e che probabilmente in pochi potranno conoscere e reperire. Il racconto (ne “Il medico che scrive”, pubblicato da parte dei familiari di Gianvincenzo Omodei Zorini) è stato scritto svariati anni fa; non saprei dirvi quando e dove fu inizialmente pubblicato, se rivista, giornale o altro. Leggiamolo insieme. Un santo della tradizione: Sant’Antonio dalla barba bianca Il suo aspetto è ancora molto popolare nell’iconografia sacra; è un vecchio (campò infatti la bellezza di 105 anni) che si appoggia ad un bastone a forma di T (la “Croce egizia”) su cui è posto un piccolo campanello, ed ai suoi piedi scodinzola un roseo porcellino. E’ Sant’Antonio Abate, “dalla barba bianca”, da non confondersi con l’altro Antonio, figura certamente storica e non leggendaria, noto come Antonio da Padova, anche se in realtà era “da Lisbona”. Il Sant’Antonio che si celebra il 17 gennaio fu per secoli una delle principali figure sacre della tradizione popolare, poiché considerato protettore degli animali, di cui il maialino sarebbe il simbolo. Forse la sua festa invernale ha preso il posto delle pagane “ruralia”, culto agricolo in onore di Cesare, di cui sopravviverebbero i cosiddetti “fuochi di Sant’Antonio” di significato magico ed apotropaico che in tale data vengono accesi qua e là per l’Italia come omaggio al Santo e come rituale di purificazione. Sul Santo, sul suo culto in ambiente contadino (soprattutto in terra emiliana) si potrebbe scrivere molto, come molte sono le testimonianze dedicate alla sua figura raccogliendo le estreme tracce di una diffusa secolare tradizione fatta di proverbi e detti, d9i stampe popolari e di altre presenze artistiche. L’agiografia racconta di Antonio come di un giovane egiziano che, alla vita mondana ed al successo della città, preferì il romitaggio nel deserto, ove sarebbe stato tentato in mille modi dal demonio, al quale sempre riuscì a sottrarsi con la sua ferrea volontà. E la campanella che sta in cima al suo bastone sarebbe a indicare la vigilanza che sempre bisogna avere nelle tentazioni. Ma quanto a simbologia poco vi è di sicuro, dal momento che potrebbe anche indicare l’unica sua compagna nel deserto, mentre lo stesso porcellino starebbe a sua volta ad indicare la tentazione domata. Comunque sia, ormai il Santo eremita è diventato il patrone del mondo animale, e per la sua festa, in molte località, è ancora in uso la benedizione delle stalle che a sua volta diviene una specie di festa per tutti col sacerdote e gli inservienti che si recano di cascina in cascina, magari consegnando immagini o calendari benedetti, e ruicevendone in cambio qualche prodotto della terra (per lo più insaccati). Il rituale della visita del parroco è stato ripreso da molti scrittori che furono testimoni della simpatica usanza, che coincideva con una giornata di sospensione da parte delle donne della pratica di filare nel rischio, si diceva, di filare insieme alla lana od alla canapa, anche la barba candida del Santo… Barba che, data la stagione, è anche bianca di neve. Anche oggi, in parecchie località, si mantiene il rituale collettivo della benedizione, magari accompagnato dalla distribuzione di pane benedetto, assunto con vera devozione a scopo taumaturgico, il tutto accompagnato dea canti di una liturgia popolare non codificata. Si dice, poi, che nella notte del giorno celebrativo del Santo, gli animali abbiano ad acquistare il dono della favella e possono esprimersi nei confronti dei padroni. Ed in segno di ossequio agli animali, mai, il giorno del Santo, si dovrebbe macellare, altrimenti Egli interverrebbe a salvare… la vittima, di solito il maiale, facendola fuggire ed in tal modo privando la famiglia contadina di uno dei principali beni di sussistenza. Ma quante altre cose si raccontano del santo… Dal fare bere i bambini dalla sua campanella per favorire la capacità di camminare, fino all’invocarlo per la malattia che tuttora porta il suo nome (fuoco di Sant’Antonio) per fare cessare la quale a Vienna, nel Delfinato, si edificò una grande cattedrale in suo onore per ospitare i resti, portati in Europa dai Crociati dopo varie vicissitudini. I monaci suoi seguaci andarono qua e là fondando ospizi per i pellegrini diretti in Francia. Per questa loro caratteristica, gli “Antoniani” ebbero il “privilegio” di ingrassare gratuitamente il maiale del convento… che è poi, a detta di alcuni, lo stesso animale effigiato insieme a Sant’Antonio. Santo generoso, Antonio, anche troppo! “Troppa grazia, sant’Antonio!” sembra abbia detto, per la prima volta dando vita ad una espressione gergale, un tizio sbalzato dal cavallo dopo che aveva chiesto al vecchio abate di fare smuovere il suo troppo pigro ronzino… E pure Santo gastronomico, nella sua ovvia semplicità; “Sant’Antoni chisöler” dicono in Emilia, ove il “chisöler” è il fabbricante di “chisöla”, gustosa focaccia arricchita da ciccioli, naturalmente di maiale, animale che da queste parti chiamano confidenzialmente “ninein”, ma che poi tutti mangiano di gusto. La “chisöla” cotta per Sant’Antonio, ha forse anche le una potenza di magia… Di miracoli sembra che Antonio Abate ne faccia non pochi: piccoli miracoli, se vogliamo, come quello di fare ritrovare le cose smarrite. Da qui nasce una popolare invocazione: “Sant’Antoni dla barba bianca / Famm truvà quel ch’amm manca”. Esistono particolari invocazioni liturgiche per il Santo (in lingua latina dai vecchi messali romani); vi sono tanti modi di invocare l’opera, ma, anche Lui, ha un Superiore a cui rendere conto: “Dio t’aiǜta / e Sant’Antoni”. Mi auguro abbiate gradito questa piacevole e, perché no?, utile lettura. Daniele Crotti

Nome: nene
Commento: ASSOCIAZIONE ECOMUSEO DEL FIUME E DELLA TORRE, PRETOLA ECOMUSEO DEL FIUME TEVERE invitano a ARTORNA CARNVALINO Il Gran Fanfaròn de Prètla annuncia al paese: “Il 17 gennaio riporteremo in auge questa importante tradizione popolare” Il programma è questo: ore 19.30: operazioni di ricerca di Carnvalino ore 19.45: sfilata del Carro di Carnvalino per le vie di Pretola (con soste di ristoro) ore 20.30: majalata al CVA ossia cena trionfale e spettacolare a base di carne suina - la cena è di sottoscrizione per il Progetto “Brigata Pretolana” e ha il costo di 15.00 euro - Breve esibizione della Filarmonica di Pretola prima di cena Estemporanea esecuzione di canti della tradizione prètlena da parte della Nuova Brigata Pretolana durante e a fine cena SIETE TUTTI INVITATI A PARTECIPARE Per informazioni e PRENOTAZIONE CENA telefonare a: 347 6391931 (Francesco) 335 8284360 (Ivan) 339 3927519 (Diego)

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