20/05/2019
direttore Renzo Zuccherini

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Dentro il nostro tempo
L'intolleranza è un nostro stile di vita, figlia del nostro tempo e della avversione verso regole e doveri. Aprire le porte significa introdurre nelle stanze delle pubbliche amministrazioni più innovazione e più trasparenza

DENTRO IL NOSTRO TEMPO

Stare dentro la cronaca di grandi eventi luttuosi o di pesanti problemi sociali è una condizione, una specie di condanna, dalla quale una città come Perugia non riesce a uscire. Una lunga striscia rossa segna da qualche tempo un percorso decisamente accidentato dove si incontra l'omicidio di una giovane studentessa inglese, la lotta contro le morti per droga, le rapine violente nelle case isolate del contado, un delitto assurdo dentro quel freddo alveare che è il Broletto, negli uffici della Regione.
Nessuna di queste storie si somiglia, ma tutte insieme, queste storie, sono il segno esplosivo del nostro male di vivere, che non è solo di una città, si capisce, ma che qui trova rappresentazioni sempre più angosciose. Perugia, dopo un lungo cammino che l'ha fatta uscire dalla sua dimensione di città di provincia, immobile, in cima a un colle, con i suoi studenti spensierati e la piccola borghesia attenta ai propri compiti negli uffici e nei negozi è diventata ormai una città senza più mura e confini, un grande territorio informe come sono le nostre metropoli incompiute dove si incontra tutto il bene e il male della nostra contemporaneità.
La tragedia del Broletto ci parla di persone qualsiasi e, nello stesso tempo, protagoniste reali, in carne e ossa, del nostro tempo. Una funzionaria seria e scrupolosa, ormai vicina alla pensione, che lavora da tanti anni davanti a una montagna di carte dove si forma un pezzo non secondario della nostra economia qual è l'istruzione professionale, un comparto scivoloso, sempre in bilico tra innovazione, sviluppo e assistenzialismo, tra saperi preziosi e scarse speranze di occupazione. Un'altra donna che è ancora precaria a oltre quaranta anni e un imprenditore, infine, alla ricerca affannosa di una qualche opportunità, tra disagi, incerti equilibri mentali, necessità di inventarsi ogni giorno il futuro della propria vita. Lì, dentro questo triangolo imperfetto che improvvisamente si schiude, c'è il senso di una vicenda che diventa un terribile fatto di sangue, un assurdo regolamento di conti contro persone non nemiche e non colpevoli.
Passato il tempo del dolore e dello smarrimento, di questa storia rimarranno scorie rugginose, interrogativi pelosi, sospetti all'italiana. E' da tempo, forse da sempre, che i cittadini guardano alle istituzioni con distacco e sfiducia. Non sempre a torto. Troppe leggi, troppa burocrazia, poca trasparenza. In più, in tempi recenti, si è accentuata l'avversione verso tutto ciò che rappresenta lo Stato, dai magistrati ai poliziotti, agli impiegati pubblici. L'intolleranza è un nostro stile di vita, figlia del nostro tempo e della avversione verso regole e doveri. Per questo ora negli uffici della regione, insieme al dolore per due colleghe eliminate come in un regolamento di conti di altri tempi e di altri luoghi, c'è rabbia e preoccupazione. Pensare di lavorare in palazzi blindati è un'idea insopportabile, come portarsi dietro il peso di una colpa che somiglia al peccato originale, quello di lavorare per una struttura pubblica. E pensare che una volta, nel '70, lo slogan di quella che si presentava come una nuova istituzione ci parlava di "Regione aperta". Adesso, chissà, dovranno metterci anche i metal detector e, per entrarci, dovremo fare la fila come in un aeroporto.
Questo, dunque, è il tempo di non chiudere ancor di più le porte, ma di aprirle. Essere ancor più attenti ai controlli si dovrà, si capisce, perché episodi così terribili non debbano ripetersi anche se non si può perquisire ogni persona che ha bisogno di entrare in un ufficio. Aprire le porte significa introdurre nelle stanze delle pubbliche amministrazioni più innovazione e più trasparenza. Se qualcosa non va da questo versante è perché abbiamo molto spesso una classe politica inadeguata e troppe riforme fallite. Di questa situazione soffrono non soltanto i cittadini ma gli stessi dipendenti pubblici.
 Adesso però c'è da conservare il ricordo prezioso di due donne vittime innocenti. Una aveva trovato un posto di lavoro sicuro, tanto tempo fa, l'altra sperava di riuscirci, finalmente, magari prima di aver compiuto i cinquanta anni, non sapendo, l'una e l'altra, che di posti sicuri non ce n'è più, alla  regione e in questo nostro tempo balordo.
                                                                                                                                                                                             renzo.massarelli@alice.it
(per il Corriere dell'Umbria, sabato 9 marzo 2013)



Renzo Massarelli

Inserito lunedì 11 marzo 2013


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