23/07/2019
direttore Renzo Zuccherini

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Dopo il Broletto
C'è un senso comune che sta crescendo e che vede non solo con occhi non proprio benevoli l'impegno dei lavoratori del pubblico impiego, ma il pubblico in sé, dalla sanità alla scuola all'amministrazione dello Stato e degli enti locali


Ma no, non le abbiamo dimenticate. Margherita Peccati e Daniela Crispolti non erano soltanto due donne che avevano condiviso quasi per caso lo stesso lavoro, laggiù, in quell'alveare quasi fuori dal mondo e pur sempre al centro della città che è il Broletto. Erano due dipendenti della Regione, anche se Daniela aveva un contratto a termine, comunque due rappresentanti del pubblico impiego. L'omaggio del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e la visita, in quegli uffici, della segretaria della Cgil Susanna Camusso non appaiono come due atti di banale necessità formale, quelle incombenze che i personaggi pubblici rispettano seguendo un protocollo sempre uguale. Un telegramma, una corona di fiori, e via. Se è successo qualcosa di diverso, vuol dire che, oltre gli inviti ufficiali che le istituzioni hanno inviato al Quirinale, la violenza del Broletto ha parlato non soltanto ai colleghi della regione o alla comunità locale ma ha coinvolto sentimenti e sensibilità molto più larghe.
Questa violenza ha colpito prima di tutto la civiltà del lavoro. Daniela e Margherita sono proprio questo, due vittime che rappresentano quel grande diritto sul quale è fondata la nostra repubblica. La loro fine tristissima avviene in un momento nel quale sembra perdere terreno ovunque il valore del lavoro, nelle fabbriche o nei campi o negli uffici. Quindi, non si tratta soltanto di una ferita inferta ad un settore specifico, quello del pubblico impiego, ma a tutti coloro che ogni mattina si alzano per costruire un progetto che ci riguarda tutti, in qualsiasi luogo si trovi il suo cantiere.
Poi, certo, la tragedia del Broletto ci riporta a quel mondo complicato che è il settore pubblico dove non tutto funziona come si dovrebbe. Al di là della responsabilità della politica, del sistema produttivo nel quale viviamo e delle sue regole, o degli stessi operatori, c'è però un senso comune che sta crescendo e che vede non solo con occhi non proprio benevoli l'impegno dei lavoratori del pubblico impiego ma il pubblico in sé, dalla sanità alla scuola all'amministrazione dello Stato e degli enti locali. Il pericolo è quello della sfiducia diffusa verso qualsiasi forma di organizzazione sociale gestita dal sistema delle istituzioni. E' vero che le responsabilità sono grandi e facilmente individuabili e che, dunque, cambiare si deve, ma per andare dove?
C'è questa terapia che si fonda sui tagli e che vede ovunque spreco di risorse. La chiamano politica dell'austerità. E' giusto e necessario risparmiare, ma poi negli ospedali mancano spesso strumentazioni, personale, risorse. Prima di giudicare il personale pubblico si dovrebbe entrare in un ospedale e cercare di capire la fatica degli infermieri, dei giovani dottori, dei tecnici. O entrare in certi asili nido, seguire le maestre, scoprire il senso del loro impegno. Non lo facciamo quasi mai. Tutto ci sembra dovuto. Siamo sempre pronti a chiedere e a giudicare e molto meno a capire. E' proprio qui, nel settore dei servizi sociali, che si misura il grado di civiltà di una regione. Abbiamo spesso dei mediocri amministratori, è vero, ma chi si preoccupa più ormai di fornire le risorse necessarie agli enti locali affinché la scuola, l'istruzione, l'assistenza, per non dire della cultura in senso più largo, il tempo libero dei giovani come degli anziani, restino diritti accessibili a tutti?
Il sistema delle autonomie rischia di diventare con il tempo e con i tagli una specie di scatola vuota dentro la quale finiscono col perdersi non solo i cittadini che chiedono servizi ma gli stessi dipendenti che li dovrebbero fornire. Dovremmo essere capaci di produrre più ricchezza sociale con la partecipazione e la consapevolezza dei cittadini ma non ne siamo più capaci. Questa incertezza prodotta da un malessere popolare sempre più forte non può durare a lungo. O si riesce a uscirne, nel pieno della nostra crisi, con risposte positive e democratiche o il rischio di una deriva autoritaria si riaffaccia, inevitabilmente, sui colli sacri di Roma e sul resto del nostro paese.
                                                                                                                                                                                   renzo.massarelli@alice.it
(per il Corriere dell'Umbria, sabato 23 marzo 2013)
 



Renzo Massarelli

Inserito martedì 26 marzo 2013


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