17/01/2019
direttore Renzo Zuccherini

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Una città giovane e dinamica
E' lo sviluppo senza qualità che fa somigliare il boom perugino a una città dispersa in un territorio senza forma e senza confini, una non città, dove è stato sciupato un grande capitale sociale

A Perugia sono preoccupati per il danno di immagine che colpisce la città ogni volta che succede qualche tragedia. Troppi delitti abbiamo conosciuto in questi ultimi anni che poi rimbalzano sulle pagine dei giornali. Dobbiamo ammettere che si parla molto spesso di questa città in termini non positivi e ogni volta che succede è come se ci svegliassimo da un sogno. Eravamo abituati male. Non siamo più quello che gli altri credevano che fossimo, cioè una città felice e fortunata, piena di giovani studenti, di musica e di turisti, di monumenti straordinari. Eppure tutte questa cose le abbiamo ancora, sono lì, e chiunque le può vedere. Allora, cos'è cambiato? E' cambiato, essenzialmente, il contesto, come in un romanzo di Sciascia. Perugia non è più, semplicemente, una città di provincia e tanto meno la città del silenzio di D'Annunzio. Il suo sviluppo è stato impetuoso e senza fine. Dall'alto di un colle, come in una eruzione vulcanica, è scivolata a valle un'altra città che rinnega i valori di quella vecchia e trova il senso di sé solo nel ritmo della sua crescita. E' lo sviluppo senza qualità che fa somigliare il boom perugino a una metropoli, comunque a una città dispersa in un territorio molto vasto senza forma e senza confini, una non città, dove è stato sciupato in un tempo relativamente breve un grande capitale sociale.
Dunque, parlare di danno di immagine non ha molto senso, intanto perché non è questa la cosa più importante. Più della immagine vale il disagio dei giovani, l'insicurezza, le difficoltà che sta vivendo quel modello legato ai valori dell'Italia del centro fatto di relazioni, solidarietà, equilibrio. A Palazzo dei Priori cercano di seminare ottimismo persino sui muri della città, in giganteschi manifesti. Parlano di una città giovane e dinamica, può essere, ma fermare e invertire una deriva sociale come quella che sta conoscendo Perugia non sarà questione di qualche anno, ci vorrà tempo e pazienza. E poi è necessario che quella che chiamano una "campagna di comunicazione" per difendere il buon nome della città non diventi una perniciosa rimozione dei nostri problemi reali, quelli che conosciamo, noi, cittadini di questa terra prima ancora di ciò che scrivono gli inviati dei giornali.
Il fatto è che cerchiamo di difendere l'immagine di Perugia senza sapere cosa si vuol fare veramente, neanche quando si parla di qualità urbana, riduzione dei consumi, energia verde. Viviamo in una città dove si vuol trasformare in un ristorante l'ingresso del Pavone come se per riaprire il teatro più antico che abbiamo si debba vendere la sua anima nobile e aristocratica, dove si pensa a una ulteriore espansione dei locali fast food in un centro storico dove tutto è mangia e corri, dalle pizzerie, ai kebab agli stessi tavoli per turisti in Corso Vannucci dove si serve pizza o spaghetti. Persino i gestori più innovativi del commercio perugino si augurano lo sbarco di un Mc Donald's nel corso della città dimenticando che nei fast food i turisti stranieri non entrano perché di salsicciotti e manzo tritato sono arcistufi e che a Roma il colosso degli hamburger ha chiuso i battenti in tutto il centro, da via del Corso al Pantheon, da Trastevere a corso Vittorio. Il Mc Donald's di Piazza di Spagna, uno dei pochi sopravvissuti alla grande fuga verso le periferie, è figlio degli anni ottanta, quando sindaco di Roma era Nicola Signorello, uno della corrente di Andreotti, e rievocare questo locale come una buona medicina per il nostro futuro è come non aver capito nulla della parola modernità. Per dire, come sono arretrati gli innovatori.
I dirigenti della nobile arte del commercio pensano che l'acropoli debba essere gestita come un centro, appunto, commerciale, pensano ai visitatori frettolosi e neanche più di tanto, ormai, ai residenti, cioè al contesto, cioè ai loro primi potenziali clienti, e a tutto quello che serve a rendere viva una città storica. In un posto che rischia di trasformarsi in una grande mensa collettiva il problema da risolvere è quello di infilare altri tavoli ovunque ci sia un posto disponibile. E il "Cantiere" del quale parla il nostro sindaco, giustamente preoccupato del buon nome della città? Lo chiamano "Perugia città aperta" ed è la risposta alla brutta immagine che ci rimandano i giornali in questi ultimi tempi. Dentro questo cantiere ci sono tante idee nuove che, in genere, le amministrazioni locali lasciano poi sulla carta. Lo slogan ricorda il titolo di un film di Rossellini ed è molto simile a quello della consulta dei commercianti che gira da qualche anno sui manifesti turistici: "Perugia is open". la stessa cosa detta in inglese. Scusate, ma chi si interessa di comunicazione a palazzo dei Priori? 
                                                                                                                                                                                       renzo.massarelli@alice.it
(per il Corriere dell'Umbria, sabato 6 aprile 2013)    



Renzo Massarelli

Inserito lunedì 8 aprile 2013


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