07/12/2019
direttore Renzo Zuccherini

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Il Primo Maggio a Perugia
In una piazza come quella di Perugia una festa con tante bandiere ha un sapore tutto speciale perché si confronta con il linguaggio della storia


                                           

Finalmente le telecamere si accenderanno su una piazza in festa, piena di colori e di voci. Questa volta abbiamo l'occasione di far vedere il volto migliore della città. La Fontana maggiore, il Palazzo dei priori, Corso Vannucci pieno di persone sino alla fine del mondo che, per Perugia, è la balaustra dei giardinetti, prima del salto verso la valle umbra. Dopo il Festival del giornalismo, si potrà vedere quanto questa città sia, non solo attraente come una bella donna, ma fotogenica, capace cioè di dare il meglio di sé attraverso l'occhio dei media, catturare lo sguardo disincantato e senza pregiudizi di chi la scopre per la prima volta. Potremo cancellare i brutti ricordi e mettere da parte troppe ombre che hanno offuscato l'immagine e la reputazione, persino, di una città così straordinaria.
E' vero che dietro questa scelta dei sindacati, i tre sindacati unitariamente, e non la "Triplice", come si scrive talvolta sulla stampa usando così un termine regressivo e vagamente derisorio, di riunirsi a Perugia per la festa nazionale del lavoro, il 1° maggio, c'è anche il ricordo per due donne cadute sul lavoro, come in un "omicidio bianco" , in una fabbrica tutta speciale qual è il palazzo della Regione, il Broletto, a Fontivegge. Questo fatto tragico e doloroso per tutta la città torna al centro di un omaggio grande e collettivo nel giorno in cui si ricorda un fatto lontanissimo, a Chicago, nel 1886, quando una manifestazione operaia venne repressa nel sangue. Il 1° maggio nasce a Parigi, tre anni dopo, su iniziativa della Seconda internazionale. Val la pena di ricordarlo, talvolta, per capire quanti anni siano passati e come sia cambiata la nostra vita, da quel tempo lontano.
Talvolta, le manifestazioni in piazza, quando vedono protagonisti i lavoratori, non sono più le dolorose testimonianze di sofferenza sociale di un tempo, quanto piuttosto una grande festa, la riaffermazione orgogliosa di una identità. Quello slogan di una volta, il "Pane e lavoro" gridato come una rivendicazione di pura sopravvivenza, trova oggi altre parole, altre espressioni. La polizia non spara più e i bottegai non abbassano le loro saracinesce. Le manifestazioni sindacali che vediamo ai tempi nostri non sono quindi un retaggio nostalgico del Novecento ma  pur sempre la testimonianza senza mediazioni di una grande sofferenza sociale. La stessa, la stessa di sempre. Il 1° maggio non andrà in onda, in piazza IV Novembre a Perugia, la vecchia rappresentazione del terzo stato in marcia ma quella dei nostri modernissimi problemi degli anni di un altro secolo. Vedremo i pensionati con l'assegno bloccato già sotto i mille euro, gli esodati, una figura sociale nuova che abbiamo scoperto durante il governo dei tecnici e degli esperti di finanza, i senza lavoro, i cassaintegrati, i giovani che il lavoro lo stanno cercando per la prima volta, i precari portatori di tanti contratti diversi ed effimeri, le donne che sono tornate a casa e che, dopo ogni crisi, si accorgono che il loro tempo non arriva mai.
In una piazza come quella di Perugia una festa con tante bandiere diverse e pur sempre tutte uguali, intorno alla Fontana maggiore e sulle scalette del palazzo comunale, ha un sapore tutto speciale perché si confronta con il linguaggio della storia e della sua eterna saggezza. Anche quando sembra che nulla voglia mai cambiare mentre il sole dell'avvenire resta basso dietro le montagne, indifferente e insopportabilmente lento. I protagonisti di quella piazza sanno bene che il miglioramento delle condizioni di vita, la conquista di un lavoro che si accompagni alla dignità e alla certezza dei diritti sarà pur sempre un problema per ogni generazione e in ogni tempo. Questo sta scritto nella memoria storica del movimento operaio o come lo si voglia chiamare ai tempi nostri. Il fatto è che questo movimento oggi è più solo e sempre più lontano dai mediocri rappresentanti della politica e dai palazzi nei quali questa politica si rappresenta. Dunque, la speranza del cambiamento rischia di aggrovigliarsi dentro un lento sventolare di bandiere quando il vento non vuol soffiare. Alla fine, c'è il pericolo che si spenga. A Perugia, però, il vento non manca mai e questo non può che essere l'augurio che una città come questa manda alla società del lavoro e ai suoi tanti protagonisti.
                                                                                                                                                                              renzo.massarelli@alice.it
(per il Corriere dell'Umbria, sabato 27 marzo 2013)         




Renzo Massarelli

Inserito lunedì 29 aprile 2013


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