23/03/2019
direttore Renzo Zuccherini

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Perugia che cresce
La città nuova che vediamo crescere senza capirne le ragioni si preoccupa solo di piacere, di essere attrattiva non per le sue virtù urbane, i palazzi, le piazze, i giardini, ma per le sue immense vetrine, per gli outlet, i grandi magazzini, la sua informe diversità postmoderna.
                                                      
La città ha ormai superato da molto tempo quella lunga barriera artificiale che è costituita dalle sue superstrade, la E45 e il raccordo verso il lago. Il traffico pesante, quella del pendolarismo quotidiano, tocca da vicino i quartieri e le frazioni. Il fatto è che la crescita impetuosa della città sfugge persino alla nostra memoria così che non ci rendiamo conto dei cambiamenti che avvengono davanti ai nostri occhi distratti dal traffico e dai semafori. Ci sono quartieri, come San Sisto o anche Ponte San Giovanni o anche una zona fuori mano come San Marco, che in pochi anni hanno cambiato profondamente la loro struttura di vecchi quartieri periferici. Oggi sono semplicemente la nuova città, il centro dei nuovi traffici e dei nuovi investimenti immobiliari, commerciali, artigianali o che altro ancora, la linfa che ci ha regalato in pochi decenni una crescita demografica senza precedenti e senza tanti altri paragoni possibili tra le città italiane di queste dimensioni. Oggi Perugia è la terza città del centro Italia o, in verità, la quarta, dopo Prato, che però gravita nell'area fiorentina. E' vero che è il capoluogo di una regione, ma non era affatto scontato che diventasse più grande e, per certi aspetti, più dinamica, per dire, di Ancona, Pisa, Viterbo. Persino la rivalità con Terni, che sempre Umbria è, si è risolta e chiusa senza tante discussioni. Terni negli anni settanta era una delle capitali industriali di questo paese, con le sue fabbriche siderurgiche, metalmeccaniche, chimiche e guardava dall'alto delle sue ciminiere l'Umbria rurale dei piccoli centri e la stessa Perugia dei commercianti e della burocrazia statale. Il sorpasso, dopo i primi centomila abitanti, sembrava una cosa sicura, una questione di poco tempo. Le cose sono andate come sappiamo e per le ragioni che sappiamo.
Ora, il numero degli abitanti non è la misura di tutto, anzi. Può essere che non sia la misura, per dire, della qualità della vita di una città e neanche della sua modernità, che è questione molto più complessa. Però è un dato dal quale si deve  di necessità partire per misurare tutti gli altri.
La città nuova che vediamo oggi è spezzettata e incoerente, si perde nel territorio e insegue la direzione di uno sviluppo del quale non abbiano coscienza. La città nuova ci disorienta perché non è capace di regalarci il sogno unitario di una patria. E' la storia che unifica un territorio e lo rende riconoscibile. Noi siamo capaci di non perderci nella città dove abitiamo perché ci muoviamo tra presenze antiche che hanno rappresentato nel tempo una specie di educazione civica, forte e permanente. La città nuova che vediamo crescere senza capirne le ragioni si preoccupa solo di piacere, di essere attrattiva non per le sue virtù urbane, i palazzi, le piazze, i giardini, ma per le sue immense vetrine, per gli outlet, i grandi magazzini, la sua informe diversità postmoderna.
Pensavamo che dopo la grande fuga dal centro antico e dai suoi cinque borghi e l'affermarsi della città diffusa con le sue ville blindate sotto i lecci di Monte Malbe, della Trinità o del colle di Lacugnana e con i pesanti condomini di via Sicilia, via Cortonese, Ferro di Cavallo, la città si sarebbe fermata lì, soddisfatta e satolla della sua prima grande rivoluzione urbana. Ora sappiamo che quella altro non fu che la prova generale della esplosione edilizia che sarebbe arrivata nel nuovo secolo, il vero boom di una storia lunga mille anni, il più grande e irripetibile. La Perugia dei 169 mila abitanti ci è costata molto perché una città che cresce, intanto che costruisce i suoi palazzi, le sue strade, i suoi supermercati, si lascia dietro molte macerie. Su alcune di queste, come a Monteluce, dov'era il vecchio ospedale, nascerà un nuovo quartiere, l'ennesimo, ma con l'ambizione di superare per qualità urbana tutti gli altri. Sulle altre, sulla distruzione di così tanto territorio, sulle dolci colline segnate all'orizzonte dai pini d'Aleppo, sull'inevitabile declino del centro antico, sulle ferite prodotte in una società frammentata e smarrita c'è ancora molto da riflettere. Oggi Perugia è davvero una città nuova. Durante questa lunga corsa abbiamo creduto di poter andare verso un futuro migliore. Oggi non sappiamo ancora se il futuro è qui, se possiamo toccarlo e misurare le sue tante virtù. Beh, ci dicano almeno a che punto siamo arrivati e quali risultati abbiamo raggiunto. A Palazzo dei Priori non si fa ogni anno il bilancio? E' questo il bilancio da fare. Adesso.
                                                                                          
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Renzo Massarelli

Inserito giovedì 30 maggio 2013


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