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Quale informazione senza verità?
Un commercialista interviene sulla questione delle dichiarazioni fiscali degli autonomi: "...capita di trovare un dipendente con dichiarazione superiore a quella del proprio datore di lavoro..."

cara Tramontana,
ti volevo segnalare una cosa che casualmente mi è arrivata proprio stamattina in posta elettronica.
Si tratta della pubblicazione di un collega commercialista che ormai da anni si batte quotidianamente a favore della possibilità, per la categoria, di poter lavorare in modo utile per il contribuente e, di riflesso, per il Paese in generale.
L’occasione giunge propizia per chiarire la mia posizione in merito.
Spero di aver fatto cosa gradita,
buona giornata,
G.G.

http://www.fiscal-focus.info/editoriali/quale-informazione-senza-verita,3,15173
3 giugno 2013
QUALE INFORMAZIONE SENZA VERITÀ?
A cura di Antonio Gigliotti

Cari amici e colleghi, qualche giorno fa il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha finalmente pubblicato le tabelle con le ultime dichiarazioni dei redditi, presentate nel 2012 e relative al periodo d’imposta 2011.

Ancora una volta, scorrendo le pagine dei numerosi quotidiani che hanno trattato l’argomento, ho potuto prendere atto dell’inconsistenza delle informazioni, che sono paradossalmente zeppe di parole vuote, dati e notizie che nella maggior parte dei casi non corrispondono affatto alla realtà. Non stiamo parlando di opinioni, bensì di questioni oggettive!!
Nello specifico, ho avuto modo di leggere tra i titoloni apparsi che, in alcune circostanze, capita di trovare un dipendente con dichiarazione superiore a quella del proprio datore di lavoro.
Ecco, siamo al cospetto della solita leggenda metropolitana! Ho già affrontato questo discorso in passato, proverò quindi a ripetermi cercando di spiegare l’inconsistenza di una simile informazione. E concedetemi la convinzione che forse, piuttosto che scrivere tali articoli, i ‘giornalisti’ farebbero meglio a lasciare una pagina in bianco. Soprattutto alla luce del fatto che dimenticano di leggere dati importanti che, con molta probabilità, avrebbero potuto aprire loro uno scenario molto più completo di notizie ‘vere’.

Innanzitutto è bene ricordare che il 2012 per le aziende italiane segna un rosso pari a 104mila: tante sono state le imprese che hanno chiuso tra fallimenti (12mila), liquidazioni (90mila), procedure fallimentari (2mila). Dati diffusi non dalla rivista Topolino, bensì dal Cerved. Riscontri che risultano peggiori rispetto al 2011, in confronto al quale si è registrato un incremento di imprese chiuse pari al 2,2%. I settori più colpiti risultano essere quelli dei servizi e delle costruzioni, ma anche la manifattura – pur con un numero di fallimenti che rimane a livelli critici – ha registrato un calo rispetto all’anno precedente.

Questi dati, commentati anche da noi in passato, ci dicono chiaramente che il settore delle partite IVA è in forte crisi. E si tratta di un fattore che lascia aperte due possibilità: la prima è quella di chiudere i battenti; la seconda è quella di continuare a tenere la serranda aperta, con margini però estremamente risicati dove, tolti gli stipendi e altro, non rimane quasi niente agli imprenditori. Senza dimenticare poi che un altro masso grava sulle spalle degli imprenditori del nostro Paese: quello delle tasse! L’Italia infatti non solo è lontana dalle medie dell’Unione europea, ma si pone anche in posizioni scottanti anche nel confronto col resto del mondo. Le nostre imprese e i nostri titolari d’azienda devono pagare all’erario italiano in media più tasse rispetto a quelle che versano le concorrenti estere. A dirlo non sono io, ma una stima diffusa di recente da Confartigianato, che ha anche sottolineato che in Europa siamo leader per il maggior numero di tasse alle imprese, mentre nel confronto globale siamo al tredicesimo posto. Anche la Confindustria (congiuntamente a Deloitte) ha sottolineato che la nostra pressione fiscale rispetto all’imponibile è al 58%, una quota molto più alta rispetto a Paesi come la Germania, la Spagna o la Gran Bretagna, che tra l’altro sono i nostri maggiori partner nel panorama europeo.

È altresì vero che alcune statistiche sono usate da certa stampa in maniera artefatta e faziosa, lo ha sottolineato anche la Cgia di Mestre. A dimostrazione di un simile fenomeno si può portare la diffusa comparazione (più volte evidenziata dai giornali) tra il reddito medio dei gioiellieri e quello medio dei lavoratori dipendenti. Si tratta di dati falsati, in quanto non tengono conto che nelle medie dei lavoratoridipendenti entrano anche gli stipendi di alcune categorie di lavoratori che innalzano le percentuali in misura scorretta. In queste fasce rientrano infatti anche giudici, manager pubblici e privati (che arrivano a stipendi di centinaia di migliaia di euro all’anno), professori universitari ed altro.

Cosa hanno a che fare questi soggetti con i lavoratori dipendenti? Assolutamente niente, ma tendono ad alzare la media!!

Una corretta media statistica, invece, vorrebbe che il confronto sia fatto tra il gioielliere e il suo dipendente. In realtà, una simile stima è già stata effettuata, col risultato che il reddito degli artigiani e dei commercianti è mediamente superiore al 30/40% delle retribuzioni dei propri dipendenti.

È chiaro quindi che affermare senza cognizione che il dipendente guadagna più dell’imprenditore, assumendo il concetto alla stregua di una regola generale, non fa altro che diffondere una notizia non vera alimentando altresì un clima di sfiducia, oltreché un malessere diffuso.

Nel nostro Paese, sul finire dell’Ottocento, visse un politico e storico, Cesare Cantù, il quale una volta sostenne che “peste della patria è il giornalismo che accetta le notizie senza vagliarle, quando pur non le inventa”. Si potrebbero lasciare queste parole così, senza alcun commento… Perché i titoli dei giornali, con le loro menzogne reiterate, la dicono già lunga su quanto sia complicato ‘dare la notizia’ nel nostro Paese!



Antonio Gigliotti

Inserito martedì 4 giugno 2013


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