19/06/2019
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Minoranze talebane
Non vogliamo rendite e speculazioni non nel nostro giardino, ma nel nostro territorio. Per il resto, la nascita di così tanti comitati popolari nei tempi del disimpegno sociale dovrebbe essere guardata dai signori della politica come un regalo

Capita spesso che qualcuno accusi qualcun altro di coltivare nel proprio giardino la sindrome Nimby, di non accettare, in pratica, davanti al proprio portone di casa ciò che si ritiene possa andar bene in qualsiasi altra parte. Questione di egoismo sociale, dicono. Questo termine, che è un semplice acronimo, ha avuto un grande successo nel vivace dibattito che si è aperto attorno alla questione degli impianti per la produzione di energie alternative perché risolve le controversie in modo spiccio e consente di non porsi tante altre domande e, soprattutto, di non discutere alla pari con chi la pensa in un altro modo. Di questa pratica la politica è maestra, soprattutto quando è incapace di confrontarsi con i cittadini e di proporre progetti non semplicemente condivisi, come si vorrebbe, quando sono già belli e pronti, ma di costruirli prima, insieme alla popolazioni.
Nel corso di un incontro a Perugia con il ministro dell'ambiente Andrea Orlando la sindrome Nimby ha fatto un deciso passo in avanti ed è diventata qualcosa di molto peggio. La presidente della Giunta regionale Catiuscia Marini, parlando alla sala della Vaccara, ha detto che non verrà consentito a "minoranze talebane" di accusare le istituzioni pubbliche di voler distruggere il territorio quando si cerca semplicemente di attuare politiche energetiche proposte, tra l'altro, dalla stessa comunità europea. L'accusa era rivolta, si può presumere, ai vari comitati popolari che in diverse zone dell'Umbria si sono opposti alla costruzione di impianti a biogas o a biomasse. Certo, definire "minoranze talebane" intere popolazioni locali che si organizzano non è il massimo, soprattutto usando un tono, diciamo, decisamente sopra le righe, ma può capitare anche alle persone più avvedute. Il fatto è che se anche una presidente di regione non rinuncia a toni da comizio in una piccola sala, di fronte a un pubblico ben disposto, e accanto a un ministro della Repubblica, vuol dire che il tema è decisamente delicato. Perché così tanto nervosismo?
Intanto perché attorno a questo tema girano sempre tanti interessi. E poi davanti a questa parola, green, in una regione verde di per sé non si possono avere incertezze. Certo, il ricordo della filosofia delle grandi opere è ancora caldo e niente affatto archiviato. C'è una svolta rispetto al vecchio modello di sviluppo che abbiamo visto in questi anni? un cambio di rotta, una nuova gerarchia che ponga davvero il consumo di suolo nel cassetto delle vecchie foto del tempo andato? Attorno a questi nuovi progetti sull'energia gira la solita ricerca di una nuova forma rendita o un cambiamento reale che ponga al centro l'interesse pubblico e un ruolo propulsivo della rete delle autonomie locali? cambiano gli attori o siamo sempre lì, con investitori che non guardano l'ambiente quanto i bonus energetici? in realtà l'Europa non ci chiede di riempire il territorio di impianti a biomasse utilizzando le pratiche agricole, i terreni fertili, per produrre combustibile da bruciare nei forni. E' questo il futuro della nostra agricoltura? Le priorità che ci vengono proposte guardano al risparmio e all'efficienza energetica, è questo che ci chiede l'Europa, il resto sta a noi, alle nostre virtù. Questi impianti a biomasse non si possono collocare un po' a caso seguendo logiche che non coinvolgono chi in quel territorio vive e opera. Questo, più o meno, dicono i comitati che protestano.
Quando si approva il progetto per un impianto vicino a un centro abitato la popolazione vede che questa scelta è stata fatta sulla sua testa e che, alla fine, viene manomesso il proprio territorio per gli interessi di qualcuno che non ha nessun rapporto con la realtà locale che non sia quello che somiglia a una vaga forma di colonizzazione. La sindrome Nimby è tutta qui. Non vogliamo rendite e speculazioni non nel nostro giardino, ma nel nostro territorio. Per il resto, la nascita di così tanti comitati popolari nei tempi della solitudine di massa, del predominio degli interessi privati, e del disimpegno sociale dovrebbe essere guardata dai signori della politica come un regalo piovuto dall'alto.
Alla fine, alla sala della Vaccara, il ministro ha detto che i progetti meglio riusciti sono quelli costruiti insieme ai cittadini, nei territori, con i comitati popolari. Andrea Orlando, a differenza dei politici che noi elettori abbiamo premiato alle elezioni, non ha visto nemmeno un talebano aggirarsi nelle campagne umbre. Meglio così.
                                                                                                                                                                                                         renzo.massarelli@alice.it
(per il Corriere dell'Umbria, sabato 6 luglio 2013)      



Renzo Massarelli

Inserito lunedì 29 luglio 2013


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