28/01/2020
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L’autunno
Sono questi i giorni più belli per camminare le montagne alte dell’Altipiano da soli o con poca compagnia; i larici incominciano a prendere il colore dell’oro vecchio

Con il 22 di settembre è arrivato l'autunno: era l'equinozio, il secondo dell'anno, o il primo dell'anno a venire.
Eravamo, quel giorno, sull'Altipiano; l'estate, al suo tramonto, stava lasciando albeggiare il nuovo autunno. La luce e i colori erano quelli.
Anche ieri, salendo al Monte Ferrorotondo, l'atmosfera era di un passagggio stagionale: dalla calda estate al mite autunno: sui prati, nel bosco, lungo i sentieri dell'uomo e delle transumanze.
Desidero partecipare queste emozioni con il racconto autunnale di Mario Rigoni Stern, che forse più di ogni altro ha saputo imprimere vitalità e stupore al passaggio delle stagioni della nostra natura.
 
Daniele Crotti

L’autunno

(in: L’Altipiano delle meraviglie, di Mario Rigoni Stern)

Fino a cinquant’anni fa i nostri pastori scendevano dagli alpeggi a fine settembre perché avevano acquisito il diritto di sostare ancora una settimana sui pascoli delle malghe che le vacche avevano lasciato liberi a San Matteo. Ora capita che le greggi rimaste scendano verso il piano con un anticipo di almeno venti giorni perché sempre meno vengono pascolati argini e terreni incolti attorno alle città. Ma per quanto ancora vedremo esercitare così la pastorizia nomade, un’arte tra le più antiche nella storia dell’uomo?
Le brine, lassù sulle quote più alte, hanno rinsecchito gli ultimi fiori e nei luoghi a nord, che il sole sfiora per pochi minuti a fine giugno, permane quell’odore caratteristico di iodio, muschio e felci. I marassi cercano l’ultimo calore sulle pietre assolate; le marmotte portano nelle tane bocconate d’erba secca per prepararsi il letto per il letargo invernale; ma anche mangiano con avidità quel che rimane di verde per mettersi attorno il grasso che permetterà loro di vedere rifiorire la primavera.
Certe giornate limpide di sole e pulite dal vento, da Cima XII o dal Castelnuovo si possono ammirare le Alpi dal Bernina alla Vetta d’Italia e, girando lo sguardo dalla parte opposta, il baluginare dell’Adriatico e, ancora più lontani, gli Appennini tosco-emiliani. Anche da laggiù, in una mattina così, uno con commovente stupore potrebbe scorgere dal campanile dell’Isola di san Giorgio il lungo e possente dorso di Cima Portule.
Sono questi i giorni più belli per camminare le montagne alte dell’Altipiano da soli o con poca compagnia; i larici incominciano a prendere il colore dell’oro vecchio e le azzurre genziane sembrano amplificatori del sottosuolo che imprigionano il calore e la luce del sole.
Volano alti gli uccelli  di passo, chiamandosi in volo. Se il tempo è bello sostano sui pascoli o nel bosco, ma se una burrasca li minaccia da nord o da est, allora, si affrettano e il loro canto, invece di richiamo, diventa un invito a volar via in fretta.
Le prime piogge di fine settembre lavano i residui dell’estate e ogni foglia d’erba, ogni ramoscello ha la sua perla. I cervi e i caprioli, immobili dentro il bosco godono della pioggia che li lava e li libera dai fastidi degli insetti alati. Anche per noi è bello e liberatorio andare con stivali e mantellina impermeabile tra la pioggia, vagabondare senza prefissare una meta e incontrare con reciproca sorpresa uno scoiattolo che ti fissa da un ramo, o gli occhi di un pettirosso immobile dentro un cespuglio di rose canine carico di bacche rosse.
I tuoi passi si confondono con il rumore delle gocce che cadono sugli alberi e poi nel sottobosco con rumore più forte; con questo tempo diventa più probabile avvicinare e sorprendere quegli animali che con l’uomo hanno poca dimestichezza o che per esperienza lo temono. Come il mitico urogallo o il fagiano di monte che, per non bagnarsi le penne e rendere faticoso l’involo, amano camminare cercando la pastura lungo i sentieri; così può capitare di vederli camminare davanti a te. Fermati, non spaventarli: lasciali andare e pensa come a noi sia fastidioso il telefono quando stiamo mangiando. Se sorprendi il cervo o il capriolo non spaventarti; ammirali rimanendo immobile: dopo il loro grido da’allarme che ti ha così impressionato saranno loro ad allontanarsi.
Tante cose nel corso delle stagioni la natura può insegnare  a chi osserva; ma è nell’autunno che il bosco si fa leggere con chiarezza: lo sviluppo delle crescite annuali degli alberi, la maturazione della frutta e delle drupe nel sottobosco e, magari, le brutte tracce del passaggio degli uomini incivili.
Quando viene l’ottobre con le sue piogge arrivano anche le beccacce che hanno lasciato i luoghi di nidificazione del Settentrione dove il terreno gela e il giorno è sempre più breve; sostano qui prima di raggiungere i luoghi dello sverno nel nostro Sud. E’ il momento magico del bosco, dei silenzi, delle albe nebbiose, dei colori smorzati verde-bruno-giallo in tante tonalità che ogni tanto una luce misteriosa rende evidenti nel sottobosco pre-invernale. Certe volte ti fermi ad ascoltare il campanello e poi il trotto di un cane del cacciatore solitario che passa, si allontana e svanisce dentro il bosco.
Nel nostro Altipiano ci sono due luoghi, forse anche tre, dove i cervi a ottobre lanciano i loro bramiti d’amore: è una forte voce di richiamo, di sfida e di possesso di un territorio che si fa sentire anche lontano. E’ il segno vero della loro presenza anche per chi non li vede. In questa stagione il colore del loro mantello è cambiato e da bruno rossastro è diventato bruno-grigio con sfumature più scure; i maschi adulti hanno attorno al collo il pelo lungo e folto come una criniera; lenti e possenti mostrano la loro corona e si mettono in mostra controluce per manifestare alle femmine e ai maschi concorrenti la loro possanza.
Girano per le montagne alla cerca del branco delle femmine, mugghiano nella sera come a dire: “sono qua… sono qua”, guardatemi. I giovani maschi che seguono l’harem rispondono con bramiti meno possenti: “Ci siamo anche noi… noi”. I cervi maschi, dicono gli esperti, hanno molte possibilità di comunicare localmente tra di loro, di far capire quando è il momento di osare o di ritirarsi e abbandonare il campo. La lotta per il possesso della femmina è più visiva e uditiva che di forza, ma accade anche che questo non sia sufficiente ad allontanare il rivale e, allora, si passa alla lotta di forza fisica intrecciando i palchi delle corna, spingendo puntando gli zoccoli, tendendo i muscoli facendo cerchio a testa bassa. Chi soccombe viene inseguito per breve tratto dal vincitore che gli lancia come delle risate di scherno: “Via… via”. Poi ritorna a controllare e a riunire il gruppo delle sue cerve.
Le foglie degli aceri montani hanno preso la luce dall’ambra e la brezza del mattino le stacca dai rami adagiandole al suolo. I sorbi dalle rosse e lucenti bacche sono irresistibile richiamo alle cesene e alle tordelle; i galli forcelli si radunano sui solivi nelle radure tra i mughi, ma quando il tempo minaccerà neve, allora, saranno lesti a cercare rifugio nelle buse riparate dal vento. I prati attorno alle contrade e i pascoli si sono adornati con gli ultimi fiori: i colchici autunnali dai colori azzurri e violetti. Nel bosco gli ultimi funghi sono i cortinari viola e gialli, l’agarico violetto, l’agarico nebbioso. Qualche raro porcino cresciuto con l’ultima lunazione d’autunno è golosamente ricercato dalle arvicole e dagli scoiattoli. Il sottobosco emana odori di legni marcescenti, di muschio, di funghi, di bacche appassite.
In alto i camosci, che con la muta d’autunno hanno fatto quasi nero e infoltito il loro manto, si spostano verso i pascoli resi liberi dalle pecore che ora sono in cammino verso le barene della Laguna. Le femmine con i camoscetti si radunano in branchi mentre i maschi hanno già preso possesso di un territorio che, quando si avvicineranno le femmine, diventerà anche il campo delle contese amorose e che il padrone difenderà con caparbietà dimostrando ai concorrenti la sua supremazia in forza e bellezza: collo e testa eretti per mettere in risalto il trofeo delle corna, alto e lungo il folto pelo lungo la dorsale, movenze lente e maestose con scatti al fine di mostrare la sua muscolatura. Le sue femmine fingono di ignorarlo, ma, brucando, ogni tanto lo ammirano sottecchi. Se al branco delle sue femmine si avvicina un maschio giovane e voglioso questo viene accolto con segnali di minaccia e brevemente inseguito e allontanato con decisione; ma sovente si avvicina anche un competitore diventato adulto e altrettanto forte, avremo allora un inseguimento dell’avversario con corse sfrenate per ghiaioni, cenge, canaloni, pascoli, macereti e rocce come una durissima gara di resistenza e agilità dove a volte l’inseguito diventa inseguitore invertendo i ruoli sino allo sfinimento. Finché uno cede e si allontana in cerca di un altro harem.
Il vincitore ritornerà a marcare il suo territorio con l’orina, segnerà con le corna e la fronte sfregando i cespugli e i massi di roccia con i suoi fianchi. Le femmine entreranno in calore tra il novembre e il dicembre; anche loro si faranno rincorrere, ma questa è una corsa amorosa per appartarsi e non di fuga; i maschi possono perdere anche il trenta per cento del loro peso.
Lassù, ora ci sono spazio e silenzio e non turisti, non sciatori, non greggi; solo qualche cacciatore armato di cannocchiale e binocolo, arrivato camminando ancora prima dell’alba: sta immobile a osservarli per studiarli, capire, considerare prima di decidere a chi deve indirizzare la sua mira.
Con le prime nevicate di fine autunno i camosci lasciano i campi dell’amore per discendere verso i boschi sottostanti dove sarà più facile superare l’inverno.
Al mattino gli stagni degli abbeveratoi sono velati dal ghiaccio e nelle zone in ombra la brina giorno dopo giorno aumenta la sua consistenza. Uno sparo lontano ti farà ricordare che il tempo della caccia sta per finire. Forse era in un capanno dove si erano posate le cesene; o su quel lepre che poco prima hai seguito con la voce dei segugi: andavano per boschi e dossi e ora sentivi i cani vicini ora lontani; spegnersi, poi riprendere. Allora con questo “suonar di bracchetti” ti accorgi anche di altri suoni: un sommesso e flautato zuffolare di ciuffolotti confidenti sugli apici del bosco, la voce di un pettirosso dentro un cespuglio di rosa canina, un corvo solitario che vola alto e richiama la compagna che era rimasta indietro, la corsa di un capriolo e un suono di campane che il bel tempo ti porta da ponente. Così una dolce malinconia ti prende, la melanconia dell’autunno e sotto un larice, all’asciutto, cerchi anche tu un luogo dove accucciarti per meditare sulle stagioni della tua vita, e sull’esistenza che corre via con i ricordi che diventano preghiera di ringraziamento per la vita che hai avuto e per i doni che la natura ti elargisce.
Una mattina di dicembre vedrai il cielo uniformemente grigio, le montagne dentro le nuvole, i boschi più scuri e, da una catasta di legna, schizzar via lo scricciolo. Il suo campanellino d’argento ti dirà prossima la neve.



Mario Rigoni Stern

Inserito sabato 28 settembre 2013


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