23/03/2019
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‘O pisce, il gatto, l’oselin
Un tentativo di ricerca etimologica su un termine osceno, diventato oggi un intercalare di uso comune


Riceviamo, con richiesta di pubblicazione, questo testo di Leonardo Angelici su una ricerca etimologica assai particolare:

 ‘O pisce, il gatto, l’oselin

Dal Sud al Nord della Penisola la fantasia popolare ha prodotto innumeri metafore per indicare il membro virile. L’interesse di questo lavoro è centrato sullo studio dei traslati animali, e, in particolare, sull’etimo della parola più usata dagli italiani.
Ad oggi qualsiasi dizionario della lingua italiana ha dato spiegazioni insoddisfacenti della storia e della provenienza del vocabolo … Nel Dizionario etimologico della lingua italiana di Manlio Cortellazzo e Paolo Zolli, leggiamo: “Cazzo, s.m. ‘pene’.  Etim. incerta. A. Prati lo fa derivare dall’it. ant. cazza ‘mestola’… Più persuasiva la spiegazione di F. Crevatin secondo il quale la voce deriva … da oco (maschio dell’oca + suff. azzo; dunque un ocazzo con discrezione dell’iniziale”.

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Da questa incertezza la curiosità di saperne di più. Il nostro studio muove dalle voci occultative cavolo, capperi, caspita, cacchio, che cercano di attenuare la trivialità del termine. Queste hanno in comune la sillaba CA su cui cade l’accento tonico, e rendono inequivocabile l’allusione. Tra queste voci prevale, anche per analogia formale, cacchio (1). Infatti Cortellazzo: “Lat. catulu(m), piccolo cane, piccolo animale, (attest. già nel latino tardo nel sig. di tralcio)”. Abbiamo quindi la conferma di un eufemismo che riconduce a un piccolo animale domestico o a qualche cosa che sporge come il getto di una vite. Consultiamo ora F. Calonghi, Dizionario Latino-Italiano: “Catulus (dim. di catus, gatto)”.
Anche se ci sorprende, accogliamo con favore il fatto che Calonghi conferisce a catulus soprattutto il significato di gattino. Ci sorprende perché il gatto è un animale esotico, forse di provenienza orientale, a Roma sconosciuto, o non presente, fino in età tarda (2). L'autore infatti lo scopre nella letteratura greca, in Phaedrus, filosofo epicureo maestro di Cicerone. Questa lezione, poi, ci porta a un risultato: da catus discende catulus e da questo cacchio (per lo stesso passaggio fonico per cui vetulum e oculum diventano vecchio e occhio). Purtroppo, però, questo percorso si interrompe perché non esistono leggi di fonetica che ci autorizzano a individuare una successiva trasformazione di cacchio in cazzo.                      
Cerchiamo a questo punto di consolidare il risultato raggiunto attraverso termini e modi di dire, specie dell’Italia centrale, che diano credito alla bestiola come trasposizione del membro virile. Un’avvertenza. Cortellazzo ci fa notare che è necessario un chiarimento: “La preferenza nel periodo delle origini andava a gatta di sesso indeterminato”. Questo nel IV sec. con l’introduzione a Roma dell’animale domestico. A distanza di mille anni Dante ne è una conferma: “Tra male gatte era venuto ‘l sorco”. (Inferno XXII). Leggiamo in Vegezio, IV sec., autore di un compendio di arte militare: “Vineas dixerunt veteres quas nunc barbari cattas vocant” [Gli antichi chiamarono vigne quelle che ora i barbari chiamano gatte]. Specifichiamo che vigna va intesa come pergolato o pagina (3), cioè riparo, tettoia di una macchina da guerra, che è l’evoluzione dell’ariete e della testuggine, in uso fino al XV sec., quando sarà sostituita dall’artiglieria. Questa macchina dall’antichità, per la funzione offensiva, era munita di un trave coperto da una punta metallica forgiata a testa di montone, al quale veniva impresso un moto pendolare. Nell’alto medioevo fu aggiunta anche una protezione per gli assalitori da cui fuoriusciva, con un movimento oscillatorio, un palo rinforzato sulla fronte da una sfera di ferro, e venne detto gatto o battipalo.  
Ciò premesso, consideriamo due espressioni del parlato quotidiano, nel senso dato dalla tradizione popolare. Gatto mammone, bestia subdola con intenzioni lascive; andare a gattone, andare a donne di nascosto. A queste se ne possono accostare altre, che pur senza rigore scientifico, lambiscono il nostro argomento, e “sfrugolano” nel dialetto perugino.
a) Cicattolo rimanda a un rifilo di carne dato al gatto, forse da un ci’ (un poco) per il catulum; tra l’altro le nostre nonne, quando scherzavano con il pene dei bambini, finivano immancabilmente con: «dallo al gatto».
b) Gattaiola, da noi gattara, allude invece alla vagina. Il diametro di questa apertura era della misura della testa del gatto maschio, da qui il detto “se c’entra la testa c’entra tutto”. E questa volta il riferimento è alla morfologia e funzionalità del pene (4).
c) Gatta da pelare è una locuzione dal chiaro significato di lavoro antipatico e poco redditizio. Ma se ci chiediamo perché evoca cazzi da pelare, notiamo, intanto, che hanno in comune il predicato pelare, e - se la tesi da noi postulata è condivisibile - coincidono anche le parti nominali cattam e il suo derivato cazzo. Quanto all’operazione del pelare, in senso porno, possiamo risalire al I sec. A.c. Da Catullo (Carme 58,5) apprendiamo che Lesbia (infedele) “Glubit magnanimos nepotes Remi”, ovvero: Lesbia spannocchia, pela i vigorosi membri dei discendenti di Remo (5) .
 Infine, le metafore dell’organo sessuale femminile gatta, mimmina, il fiorentino micia e il calabrese muscia e muscidda [cosiddette perché si cibano del mus (topo)], che prendono l’avvio dalla femmina del felino, sono speculari e comunque funzionali alla nostra ricerca.
Un’ultima considerazione. L’associazione gatto:cazzo è favorita anche dalla connotazione negativa dell’animale nella cultura sessuofoba cattolica del tempo, tanto è vero che il gatto era accostato più alla stregoneria e ai riti satanici che alla vita domestica (6).

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Ritorniamo alla difficoltà di spiegare il passaggio dalle T latine alla Z, questo potrebbe essersi verificato per l’influenza della seconda rotazione antica alto-tedesca attiva nei secoli VI, VII, VIII, che sono gli anni di minor documentazione, sono gli anni di formazione dell’italiano e sono gli anni dell’egemonia longobarda (Carlo Magno parla di “Italia sive Langobardia”). Ci conforta, ad es., il passaggio fonico del vocabolo latino puteus in tedesco pfütze nell’italiano pozzo. Notiamo, sempre in questo ambito linguistico, come i nomi germanici Atto e Attone assumono la forma Azzo e Azzone, e godranno di fortuna nelle casate dei Visconti, D’Este e Ugolini. Potremmo quindi affermare che si tratta di un prestito di ritorno: cattum diventa catto e prende la forma definitiva di cazzo.
Purtroppo, ad oggi, la prima attestazione scritta della parola risale all’inizio del XIV secolo (7). Questo genera due ipotesi: a) la rozzezza del termine ne scoraggiava l’uso scritto; b) il lemma entra nella nostra lingua più tardi rispetto al periodo sopra considerato.
La prima ipotesi va articolata, abbiamo infatti più di un argomento per spiegare come mai un prestito di ritorno longobardo stenta a manifestarsi nella lingua scritta: a) gli italici detestavano gli invasori; b) i Longobardi erano considerati violenti, sporchi e ignoranti; c) i Longobardi non erano avvezzi alla scrittura; d) i prestiti dal longobardo, di conseguenza, erano connotati negativamente, tanto che entrano con fatica e non si affermano sull’equivalente latino-italiano: cfr.: bere-trincare; dente-zanna; ecc.


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A questo punto, comunque, abbiamo un’altra opportunità. Prendiamo in considerazione la possibilità di un prestito che ci viene restituito modificato nella forma e traslato nel significato.
I sec. XII, XIII sono caratterizzati da continue calate, bivacchi e frequentazioni di bordelli di eserciti tedeschi. La soldataglia non si faceva scrupoli e avrebbe favorito l’entrata del termine in Italia.
Per stemperare il tecnicismo della trattazione mi concedo un breve racconto. Nei primi anni sessanta, due ragazze tedesche mi chiesero come mai gli italiani amavano tanto i gatti. Io, a mia volta, chiesi da dove veniva questa domanda. Mi risposero candide: «Vediamo scritto sui muri sempre cazzo cazzo».
Sappiamo che il latino cat(t)um entra in Spagna come gato; in Francia come chat e chatte (materiali lessicali ereditari); e abbiamo la prova del prestito con cat in inglese e (die) katze in tedesco. Da Ercole Scerbo (Il nome della Cosa) veniamo a sapere che T. Gautier apre una sua poesia: “A ton catze  prends la carriere”, (Con il tuo cazzo prendi la rincorsa), e che le donne chiamano spesso il loro amante “mon petit chat”; e che la vulva è nel parlato volgare la “chatte”.
Non ci dilunghiamo, CAT(T)US in tedesco entra come KAT, ma per la seconda rotazione antica alto-tedesca diventa KATZE, che poi ritorna in Italia come metafora oscena e abusata.
Ci piace pensare che veicolo di questi scambi e prestiti siano stati soprattutto i soldati, coadiuvati da mercanti, uomini di chiesa e poeti licenziosi. Le righe di chiusura per un altro fatterello. 
Sempre cinquanta anni fa, a Perugia, la moglie tedesca di un docente, entrò in un negozio di giocattoli. Era esitante a causa del suo incerto italiano, davanti alle commesse mise le palme delle mani a specchio, le aprì di circa trenta centimetri, e, convinta di chiedere un gatto di peluche, sparò: «Vorrei un cazzo peloso così».         


Perugia, 15/10/2012 


1 Per metatesi in perugino diventa chiacco, piccolo grappolo.
2 Apuleio, II sec., nelle “Metamorfosi”, chiama la virilità ritrovata del protagonista “bel leprotto”. [Nella civiltà contadina-mezzadrile il gatto selvatico veniva chiamato gatto-lepre].
3 Ci piace, da perugini, ricordare che il nostro pagino, luogo fresco e umido, potrebbe derivare proprio da questa coltura a pergola e a voltabotte della vite.
4 Da notare che il gatto maschio ha la testa a palla e più larga delle spalle, tanto che per indagare il sesso si fa prima a guardare la testa che i genitali.
5 La traduzione è di Vincenzo Marmorale. Università di Roma.
6 I gatti erano malvisti e poco numerosi, tanto che i topi abbondavano e le pestilenze erano ricorrenti. A riprova del carattere, se non diabolico comunque malefico del gatto, possiamo ricordare certe situazioni illuminanti come l’Annunciazione di Recanati di Lorenzo Lotto. Il gatto in fuga alla discesa dell’angelo, è sì la normale reazione di un animale domestico davanti a uno spettacolo sovrannaturale; non di meno può essere fondatamente letto come la fuga del male all’arrivo del bene.
7 Meo de’ Tolomei (1266-1310); Franco Sacchetti (1330-1400). I due scrittori sono i primi che certificano l’uso della parola e il suo affermarsi in Toscana e nel Centro-Italia 
                                           



Leonardo Angelici

Inserito domenica 10 novembre 2013


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