16/09/2019
direttore Renzo Zuccherini

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Dopo il 25 novembre
Alcune considerazioni

Ieri 25 novembre è appena trascorsa la giornata mondiale contro la violenza sulle donne.
Ci stiamo, sempre più, rendendo coscienti di una situazione che sta, ogni anno, deteriorando. Alcuni dati ci dicono che sono state 2061 le donne uccise dal 2000 al 2011.
127 nel 2012 ed ancora non abbiamo il conto preciso dell'anno in corso. E' una "mattanza" che ormai è pressoché quotidiana. In soltanto 24 ore tre donne sono state uccise.
Per questi atti di viltà abbiamo coniato un termine “femminicidio” che a me personalmente non piace. Lo ritengo riduttivo per degli atti così criminali. Una donna, prima di essere una femmina è un essere umano, è un nostro simile, è un individuo che ha gli stessi doveri e diritti di tutti, a prescindere dal sesso perciò la parola “omicidio” (soppressione fisica di un nostro simile) è più che sufficiente a determinare certi atti aberranti dell'umanità. Non è certo una definizione che ci può far prendere coscienza di violenze così gravi o che ne alteri la loro portata!
L'uomo che uccide una donna viene facilmente definito come un "malato d'amore" e l'uccisione della donna viene derubricata spesso come "un atto d'amore". Ma come è possibile liquidare questi atteggiamenti aggressivi definendoli atti di amore?
Ricordiamoci poi che l'uccisione, molto spesso è la punta della piramide di violenza di un comportamento di vessazioni fisiche e psicologiche magari protratte per tutto il tempo che la coppia ha passato insieme ed anche oltre.
Tutti gli accorgimenti e gli strumenti messi in atto quando si tratta questi problemi sono utilissimi. Le istituzioni si danno veramente da fare per poter prevenire questi atteggiamenti criminali ma ciò basta?
Non sarebbe necessario andare a scavare su questi comportamenti e cercare di individuare la cause che determinano simili violenze?
Non basta dire – ci sono certe persone violente per natura – e scrollare le spalle passando ad altro.
Osservando tali situazioni da altri punti di vista potremmo affermare che sono i risultati di un modus vivendi che sempre più lo reputiamo normale.
Siamo sicuri che l'umanità stia ancora vivendo in una società dove è percepito il senso del dovere verso il prossimo? Oppure il nostro mondo è una “mini-società” che ognuno di noi si crea e dove ci sentiamo padroni assoluti, giudici di vita e di morte nei confronti degli altri
che non fanno parte di questa “mini-società”?
Quando veniamo a conoscenza che per un posto rubato al parcheggio è stato commesso un omicidio; quando in una fila alla posta, sentendosi scavalcato da qualcuno, scatta l'istinto di territorialità che può portare anche a malmenare l'antagonista oppure chi al verde di un semaforo non è pronto a partire corre il rischio di prendersi una coltellata dopo
una tremenda rissa, come definiamo questi atteggiamenti? Non è la stessa violenza usata su una donna che percepiscono più debole? Non è lo stesso atteggiamento di strafottenza e di arroganza di un padrone nei confronti di qualcuno che considera schiavo e quindi succubo delle sue sociopatie o manie di onnipotenza? Fortunatamente in questi tempi
qualcosa sta cambiando. La donna ha preso coscienza del suo stato di parità ed è pronta, la maggior parte delle volte, ha denunciare chi mette a rischio la sua vita. Ora tocca a chi di dovere, cioè alle autorità, percepire questa “vera” necessità di tutela, mettendo in atto, in modo concreto, quelle leggi necessarie a tutelare la vita e la dignità di tutti.



Club Pallotta Perugia

Inserito giovedì 28 novembre 2013


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