21/08/2019
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Ecco, è ormai arrivato il nostro inverno
Giovanni Pascoli, Attilio Bertolucci, Mario Rigoni Stern: sì, è la nostra stagione fredda

 
Inizia l’inverno, il nostro inverno, la nostra stagione fredda. Il nostro istinto lo associa alla neve, a quella bianca e ovattata morbida coltre che tutto copre, con il suo silenzio, il suo profumo, il suo suono, come ci ricorderà Mario Rigoni Stern. Non sempre accade. Ma piace pensarlo, immaginarlo. Oppure la stagione ci porta vento, pioggia, gelo…; eh sì, è la nostra stagione fredda. E la natura, sia pur viva, è silente. Sì, è la nostra stagione fredda.
Nel primo decennio del XIX secolo Giovanni Pascoli scrisse la poesia “Notte d’inverno”, inserita nei “Canti di Castelvecchio”, un sottoprodotto, qualche critico sottolinea, delle splendide e delicatissime “Myricae”; in ogni caso con presente (azzardato dire: però?),  la traccia poetica del bambino:
 
Il Tempo chiamò dalla torre lontana…

Che strepito! E’ un treno
là, se non è il fiume che corre.
 
O notte! Né prima io l’udiva,
lo strepito rapido, il pieno
fragore di treno che arriva;
 
sì, quando la voce straniera,
di bronzo, me chiese; sì, quando
mi venne a trovare ov’io era,
       squillando squillando
       nell’oscurità.
 
Il treno s’appressa… Già sento
la querula tromba che geme,
là, se non è l’urlo del vento.
 
E il vento rintrona rimbomba,
rimbomba rintrona, ed insieme
risuona una querula tromba.
 
E un’altra, ed un’altra. – Non essa
m’annunzia che giunge? – Io domando.
- Quest’altra! – Ed il treno s’appressa
       tremando tremando
        nell’oscurità.
 
Sei tu che ritorni. Tra poco
ritorni, tu, piccola dama,
sul mostro dagli occhi di fuoco.
 
Hai freddo? paura? C’è un tetto,
c’è un cuore, c’è il cuore che t’ama
qui! Riameremo. T’aspetto.
 
Già il treno rallenta, trabalza,
sta… Mia giovinezza, t’attendo!
Già l’ultimo squillo s’inalza
        gemendo gemendo
        nell’oscurità…
 
E il Tempo lassù dalla torre
mi grida ch’è giorno. Risento
la tromba e la romba che corre.
 
Il giorno è coperto di brume.
Quel flebile suono è del vento,
quel labile tuono è del fiume.
 
E’ il fiume ed è il vento, so bene,
che vengono vengono, intendo,
così come all’anima viene,
        piangendo piangendo,
        ciò che se ne va.
 
 
 
Una generazione dopo Zvanì nasce Attilio Bertolucci. Ma è soltanto una quindicina d’anni successivi alla pubblicazione dei Canti del Pascoli che esce il volumetto “Sirio”, contenente la poesia “Inverno”, ove, pure qui, “il pensiero delle cose sempre si alimenta dei versi dei poeti, e la forza mitica di un suono, di un’immagine, di una frase si prolunga fatalmente sui giorni e sui luoghi della nostra vita”;  con il finale quasi pascoliano. Leggiamola.
 
Inverno, gracili sogni
Sfioriscono sugli origlieri,
Giardini
Lontani fra nebbie
Nella pianura che sfuma
In mezzo alle luci dell’alba,
Voci come un ricordo
D’infanzia, prigioniero del gelo,
S’allontanano verso la campagna;
Ninfe dagli occhi dolci e chiari
Fra gli alberi spogli, sotto il cielo grigio,
Cacciatori che attraversano un ruscello,
Mentre uno stormo d’uccelli s’alza a volo.
 
Là in fondo quella casa
Che ospitale appare
Coperta di bianco,
In un silenzio da fiaba.
E attraverso i vetri
Si vede la fiamma rossa
Nel caminetto vacillare.
 
E i treni arrivano,
E’ domenica, è Natale?
Più non scende lieve
Sulla terra la neve.
 
 
Mario Rigoni Stern nasce un decennio più tardi, nel 1921. Agli inizi del XXI secolo, la Magnus Bpv pubblica il bel tomo “L’Altipiano delle meraviglie”, in cui alle incantevoli immagini fotografiche di Roberto Costa si affiancano le note della prosa poetica di Rigoni Stern, entrambi legati a quel mondo di bellezze ambientali, montagne, colline, campagne, vallate, in cui Mario racconta, ricorda, descrive, vivendolo e rivivendolo, quel “mondo affascinante, scandito nei suoi ritmi dal volgere delle stagioni e popolato da una incredibile ricchezza…”. Ma sia il lettore che partecipi con me l’inverno di Mario Rigoni Stern, che da pochi anni ci ha lasciato ma che ancora è vivo nel nostro animo e nei nostri sentimenti.
 
Daniele Crotti
 

Da  L’inverno

 di Mario Rigoni Stern

A segnalare l’arrivo dell’inverno, da sempre, è per primo lo scricciolo che si avvicina alle case degli uomini. E’ il più piccolo degli uccelli europei, un batuffolo  raccolto di piume brune con fini striature più scure e una piccola e breve coda sempre portata all’insù. Il suo richiamo è come un leggero tocco su un campanellino d’argento: è con questo che chiama la neve. Il suo nome lo denota così antico che certamente la sua presenza faceva compagnia agli uomini nell’età della pietra: Troglodytes troglodytes; da noi in cimbro lo chiamiamo rasetle  che vuol dire nervosetto, o, anche, furiosetto, per i tedeschi è Zaunkoenig: re delle siepi.
Arriva dal bosco a fine novembre o a dicembre, si fa vedere e sentire furtivo e domestico tra cataste di legna dove si introduce alla ricerca di ragni o mosche. Così lo ricordo sin dalla mia lontana infanzia e subito, dopo di lui, giungerà puntuale la neve dai monti a nord: leggera e secca, uno spolverio su boschi e case; ma se da est abbondante da bosco a bosco a coprire le erbe secche e il muschio, i cespugli, vestendo di bianco gli alberi: tutto diventerà nuovo, irreale e misterioso.
E’ profondo il silenzio della neve; quando cade anche la notte diventa più silenziosa e dolcissimo il sonno. E’ diversa anche la luce. Stanno immobili dentro il bosco cervi e caprioli, volpi e lepri. Quando il sole ritornerà saranno le cesene a salutarlo: erano partite dalla Scandinavia e da villaggio a villaggio sono giunte sino a noi perché il giorno ha più luce e ci sono le bacche dei sorbi dell’uccellatore che ancora rimangono brillanti sugli alberi accosto alle case.
Il fumo della legna secca che brucia nelle cucine ristagna sopra i tetti e un volo di cornacchie attraversa il cielo inquadrato dalla finestra; anche nel profondo del bosco caprioli e cervi alzando la testa guardano il nuovo paesaggio.
Gli scoiattoli escono dal nido e salgono sui pecci facendo cadere la neve: vanno a ricercare gli strobili che nascondono i piccoli semi.
Anche se l’inverno sembra tutto mortificare, nella nuova luce del bosco si riprende a vivere. Camminando dentro in quel bianco di luce propria, tra gli alti tronchi muschiati d’argento, anche il tempo diventa irreale e vivi in un mondo metafisico come dentro un sogno: non ha più peso il tuo corpo, non è faticoso il passo e cammini vagando da pensiero a pensiero. In un infinito tra gli alberi  innevati anche le cose della vita appaiono più chiare.
A richiamarti alla realtà potrebbe essere il guizzo di un lepre che hai disturbato nel covo dove dormiva, o un volo guizzante che sparisce tra i rami  spolverando la neve. Era un astore? Il nobile rapace che i falconieri addestravano per le cacce reali?
Con il crescere della luce del giorno anche la foresta prende splendore dal sole; nelle ore meridiane la neve si scioglie dai rami a piccole gocce che via via si allungano come pendagli. Ai piedi delle conifere si adagiano le squame degli strobili rosicchiati dagli scoiattoli. L’urogallo che si è acquartierato nel solito abete antico isolato e dominante trova casa da svernare e rustico cibo nelle foglie: le deiezioni secche e legnose sotto i rami attorno al fuoco dimostrano la sua presenza; lui è lì sopra la tua testa, immobile nel più fitto, ti guarda, ti lascia passare e ti segue più con l’udito che con gli occhi e senti il suo sguardo: aspetta la primavera e non lo devi  disturbare nella sua dimora.
Come è bene ciò che è forestale! Ora, con il terreno coperto da tanta neve, gli alberi appaiono diritti, solenni e vivi si perdono nella profondità del cielo come silenziosa preghiera. E’ davvero grande la foresta invernale; andando con le racchette da neve o con gli sci leggeri ti sembra di essere sospeso nell’aria perché il suolo è sotto tutta quella neve e lì ci sono muschi e licheni, pianticelle, arboscelli, cespugli e la vita di coleotteri, imenotteri, aracnidi, lombrichi, roditori che continua e aspetta la primavera per manifestarsi. Nel silenzio e nel leggero frusciare degli sci potresti, improvviso e lontano, udire il tambureggiare del raro picchio nero sul tronco di un antico peccio  malandato: non tambureggia sovente, ma quando lo fa si sente a grande distanza per la forza che ci mette.
Se così andando nel silenzio dell’inverno dovessi vedere sotto gli alberi i covi dei caprioli, fermati a osservare le tracce e cerca di allontanarti con discrezione da quel luogo che loro hanno scelto per svernare: uno spostamento potrebbe metterli in crisi alimentare; loro sanno perché erano lì e se osservi lentamente e  con calma vedi allora che, se anche sotto la neve, sono riusciti a discoprire le pianticelle di mirtillo di cui cibarsi. All’inizio dell’inverno si erano formati i nuclei famigliari:
femmine madri, giovani, femmine non maturate e piccoli dell’anno; di solito è la femmina anziana che sceglie il posto per svernare, o che ritorna al “solito posto” e che guida e regola la vita del gruppo. I maschi non svolgono compiti di particolare importanza e ogni tanto gironzolano nei dintorni.
Anche i cervi maschi vanno d’inverno per conto loro, lasciando le madri alle giovani femmine e ai nati dell’anno i posti migliori. I maschi adulti manifestano la tendenza a isolarsi quando, a fine febbraio o nella prima quindicina di marzo, perdono i palchi: non amano farsi vedere senza il simbolo della loro regalità.
E’ dopo una grande nevicata di febbraio che l’inverno mostra le sofferenze dei caprioli e dei cervi; molte volte non riescono a spostarsi nemmeno di poche centinaia di metri per ricercare il cibo; allora stanno riuniti in branco dove il bosco è più fitto in attesa che finisca il maltempo. I caprioli mordono e divorano il verde degli abeti fino a ridurre in stecchi i rami che fuoriescono dalla neve; i cervi strappano con i denti le cortecce anche da alberi adulti: abeti, pecci, saliconi, faggi. Per loro e anche per il bosco diventa una sofferenza: gli animali più deboli muoiono e gli alberi straziati a primavera non germogliano.
Fu un inverno di una decina di anni fa che due giovani caprioli vennero a ripararsi accosto al muro della casa dove abito; erano  ammalati e smagriti, forse cacciati dal piccolo branco proprio perché in quelle condizioni. Durante il giorno si allontanavano di poco e una notte uno venne a dormire sotto la finestra nella nostra camera, l’altro sotto le arnie delle api. Cercavo di tenerli in vita con carote, foglie di verza e bucce di mele, ma non servì. Di uno trovai poche resti sulla neve dove le volpi lo avevano trascinato e dilaniato, l’altro qualche giorno dopo sul sentiero dove era stato sbranato dai cani randagi.
A dicembre, dopo le prime nevicate nel secondo giorno di sole, esco a fare un cerchio di qualche chilometro nel bosco vicino per capire e leggere sulla neve che cosa è rimasto alla chiusura della caccia: lepri, caprioli, volpi; hanno i loro sentieri di avvicinamento e le tracce di ricerca. Sul finire dell’inverno, a marzo, quando invece di giorno la neve si ammolla e di notte gela, sì da fare corazza e portare il passo senza sprofondare, il bosco che preannuncia la primavera diventa odoroso, bello e favoloso. Cammini alla sommità degli alberi giovani e ti trovi a guardare gli apici all’altezza degli occhi, come un uccello o uno scoiattolo.
Già le gemme si gonfiano; sotto gli alberi più alti e folti la neve già si è sciolta perché loro accolgono e trattengono il calore del sole. Puoi osservare i morsi dei caprioli sui mirtilli e le loro  fatte non più secche e grigie ma più morbide e scure; senti anche il richiamo  delle cesene in volo verso i Paesi del Nord. Anche i crocieri, Loxia curvirostra, sono particolarmente vivaci nel richiamarsi  ondeggiando  il volo da bosco in bosco.
Un giorno nevoso di febbraio fece la sua apparizione il gufo delle nevi. Che cosa lo aveva portato così lontano dalla tundra artica? Carestia di lemming?  Una forte bufera? Lo vidi volare come un bianco fantasma silenzioso  tra gli alberi carichi di neve. Sul principio lo credevo una creazione della mia mente, ma dovetti ricredermi quando scoprii sulla neve i segni certi della sua presenza e due settimane dopo alcuni uomini della contrada mi dissero di un grande uccello bianco che volava alto verso nord.
Sapevo di questo cacciatore di lemming, ma mai mi era accaduto di vederlo tra le nostre montagne. Sì, nei pressi delle abitazioni, quando nelle foreste siberiane  è particolarmente freddo e tanta la neve, capita di osservare l’arrivo e la sosta di insoliti visitatori come i Bombycilla  garrulus, i beccofrosoni: sugli alberi di sorbo stanno immobili come fiori colorati, ogni tanto becchettando i rossi frutti così anche la neve degli orti lì sotto si colora di rosso. Sono uccelli non spaventati perché nei loro luoghi non conoscono la cattiveria degli umani.
Un giorno camminando verso la primavera in arrivo giunsi all’orlo di una radura illuminata dal primo sole; la neve vecchia era ricoperta da due dita di neve fresca e per naturale curiosità mi avvicinai per leggere su quella pagina bianca. Era un luogo particolare per stagione, condizioni di bosco – un bosco giovane verso valle, uno maturo verso la montagna – e sentieri che convergevano.
Già le gemme si gonfiano; sotto gli alberi più alti e folti la neve già si è sciolta perché loro accolgono e trattengono il calore del sole. Puoi osservare i morsi dei caprioli sui mirtilli e le loro  fatte non più secche e grigie ma più morbide e scure; senti anche il richiamo  delle cesene in volo verso i Paesi del Nord. Anche i crocieri, Loxia curvirostra, sono particolarmente vivaci nel richiamarsi  ondeggiando  il volo da bosco in bosco.
Un giorno nevoso di febbraio fece la sua apparizione il gufo delle nevi. Che cosa lo aveva portato così lontano dalla tundra artica? Carestia di lemming?  Una forte bufera? Lo vidi volare come un bianco fantasma silenzioso  tra gli alberi carichi di neve. Sul principio lo credevo una creazione della mia mente, ma dovetti ricredermi quando scoprii sulla neve i segni certi della sua presenza e due settimane dopo alcuni uomini della contrada mi dissero di un grande uccello bianco che volava alto verso nord.
Sapevo di questo cacciatore di lemming, ma mai mi era accaduto di vederlo tra le nostre montagne. Sì, nei pressi delle abitazioni, quando nelle foreste siberiane  è particolarmente freddo e tanta la neve, capita di osservare l’arrivo e la sosta di insoliti visitatori come i Bombycilla  garrulus, i beccofrosoni: sugli alberi di sorbo stanno immobili come fiori colorati, ogni tanto becchettando i rossi frutti così anche la neve degli orti lì sotto si colora di rosso. Sono uccelli non spaventati perché nei loro luoghi non conoscono la cattiveria degli umani.
Un giorno camminando verso la primavera in arrivo giunsi all’orlo di una radura illuminata dal primo sole; la neve vecchia era ricoperta da due dita di neve fresca e per naturale curiosità mi avvicinai per leggere su quella pagina bianca. Era un luogo particolare per stagione, condizioni di bosco – un bosco giovane verso valle, uno maturo verso la montagna – e sentieri che convergevano.


[In Roberto Costa & Mario Rigoni Stern: L’Altipiano delle meraviglie, Banca Popolare di Vicenza, Magnus, 2003]




Daniele Crotti

Inserito sabato 21 dicembre 2013


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