15/11/2019
direttore Renzo Zuccherini

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Il Palazzo della Provincia
La spinta propulsiva, lo scatto d'orgoglio, il sogno di un'autonomia che avrebbe riscattato secoli di povertà e di isolamento si è poi esaurita dietro tante formule astratte di ingegneria istituzionale


C'è una sola città, sino a prova contraria, a poter vantare sulla facciata il titolo di Palazzo della Provincia, bello scritto in alto, al posto del Palazzo del Governo. Generalmente, Provincia e prefettura convivono nella stessa sede, magari in piani diversi o parti diverse, ma insieme. A Perugia, però, sotto la mole del grande grifo, in piazza Italia, si può leggere una sola cosa. Palazzo della Provincia. E il Governo, cioè la prefettura che una volta esercitava un controllo inflessibile su tutte le scelte degli enti locali a nome del potere centrale? C'è sempre, e rappresenta le articolazioni periferiche dello Stato, a cominciare dal Ministero degli Interni.
Questo privilegio Perugia lo conquistò sul finire degli anni sessanta grazie a una trovata geniale del presidente di allora, Ilvano Rasimelli. Era il tempo in cui l'Umbria aveva prodotto un grande sforzo sui temi dell'autonomia regionale con il suo piano di sviluppo. Le Regioni sarebbero arrivate dopo qualche anno, nel 1970, e in quel clima di grandi speranze si cominciò a sognare il grande cambiamento che avrebbe prodotto la possibilità di fare da soli, di governare e fare le leggi. Una delle idee più entusiasmanti, soprattutto per la sinistra che in Umbria godeva di un grande consenso, era quella di eliminare le Prefetture. Se c'era la Regione e le due province, a cosa serviva il prefetto?
Fu con questa idea in testa che Ilvano Rasimelli cominciò a pensare che "Palazzo del governo" fosse ormai una scelta superata. Così buttò giù una delibera scritta in modo un po' criptico, approfittando del fatto che il palazzo di Piazza Italia era in effetti di proprietà della provincia. Il Prefetto non capì un gran che di quella prosa barocca e firmò la delibera. Dopo qualche giorno, dalla facciata  del palazzo progettato dall'Arienti nel 1869 sopra le rovine della Rocca paolina, vennero rimosse alcune lettere. Palazzo della Provincia. Sul piano pratico non cambiò nulla, ma il valore simbolico di quell'idea fu molto forte.
Quando nel '70 arrivò la Regione non c'era neanche un posto dove metterla. La prima riunione si tenne alla sala dei Notari, nel palazzo del comune. Si trattò di una specie di festa delle istituzioni locali con i gonfaloni e i sindaci con la fascia tricolore. Poi, per diversi anni, l'assemblea si riunirà proprio nella sala del consiglio provinciale mentre alcune stanze all'ultimo piano di Palazzo Donini, piuttosto malmesso, furono sistemate per i primi uffici. Così era la Regione negli anni delle grandi speranze. Che non furono deluse, almeno in quel primo periodo storico. Fu la Regione, per dire, a completare il processo di elettrificazione dell'Umbria. Sembra incredibile, ma ancora negli anni settanta c'erano zone, in campagna, dove nelle case si viveva senza energia elettrica. L'Umbria, in quegli anni, divenne una regione e non soltanto una somma di piccole e medie municipalità com'era stata prima e dopo l'unità nazionale, una specie di espressione geografica separata dall'Italia più moderna e avanzata.
La spinta propulsiva, lo scatto d'orgoglio, il sogno di un'autonomia che avrebbe riscattato secoli di povertà e di isolamento si è poi esaurita dietro tante formule astratte di ingegneria istituzionale. Lo Stato è ancora lì, con i suoi prefetti, mentre il sistema delle autonomie locali è diventato pesante e costoso, fonte spesso di sprechi crescenti. Persino quel progetto dell'Italia di mezzo che avrebbe dato slancio e nuova identità all'Umbria e alle regioni vicine si è perso per strada. E' questa delusione collettiva che riguarda non poco anche la cosiddetta società civile, le intelligenze culturali e imprenditoriali, che produce la necessità di una semplificazione amministrativa per rispondere, se non altro, a un disincanto popolare ormai dilagante. Dunque, si taglia, dalle Province ai finanziamenti ai comuni, ma per fare poi, il giorno dopo, che cosa?
Qualche anno fa, Ilvano Rasimelli, ricordando nel corso di un'intervista quella sua incursione nel mondo immutabile dei palazzi e ripensando a quella scritta che sta ancora lì, sulla facciata del palazzo liberty di Piazza Italia, si fece un attimo pensieroso e poi disse: "ho tanta paura che prima o poi ci rimettono il vecchio nome". Ci siamo.
                                                                                                                                                                                        renzo.massarelli@alice.it
(per il Corriere dell'Umbria, sabato 1 febbraio 2014)           



Renzo Massarelli

Inserito martedì 4 febbraio 2014


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