18/09/2019
direttore Renzo Zuccherini

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L'inizio del declino
Gli anni settanta sono stati il tempo della speranza alimentata dal forte protagonismo del potere locale e dai successi di una nuova classe di imprenditori. A metà del decennio successivo tutto questo comincia a scricchiolare

 
 Da quando si è iniziato il declino di Perugia? Ogni tanto c'è qualcuno in qualche pubblico dibattito che si fa questa domanda. La questione è certo interessante e, se ci fosse una risposta convincente potremmo capire gli errori e porvi rimedio. Dunque, da quando? Sarà dai tempi del sindaco Maddoli o della lunga era di Locchi? E se fosse tutta colpa di Boccali, l'ultimo a sedere sulla sedia di Palazzo dei Priori? In realtà, la ricerca di un colpevole o di un'era particolarmente funesta non ci porta da nessuna parte. L'unica cosa certa è che questa città non ha più ritrovato gli antichi splendori del suo secolo d'oro, che è stato il Duecento, dopo il disastro della guerra del sale. Anno Domini 1540. Tutto viene da lì, dalla repressione della Roma del Papa, la distruzione di un pezzo di città, la costruzione della Rocca Paolina nei tre anni successivi. Detta così sembra un paradosso, un modo un po' stravagante di leggere la storia. Ma come, sono passati 474 anni! E allora? Perugia perse se stessa e la sua autonomia e rimase in silenzio per più di tre secoli e tutto questo ha avuto un peso enorme nello sviluppo civile e culturale della città e delle sue classi dirigenti. 
Quei cannoni puntati, dall'alto della rocca, non verso la campagna dalla quale poteva spuntare qualche nemico ma verso la città e le sue case hanno umiliato la società perugina e cancellato la speranza di un riscatto. La possibilità di una rivincita si presentò il XX giugno del 1859 quando la città provò a dare una spallata al potere romano. Come andò non c'è bisogno di ricordarlo. Poi è arrivata, l'anno dopo, l'unità d'Italia. Il tempo nuovo trovò una città miserabile, vittima di un lungo isolamento, con i suoi notabili, le ricche famiglie che vivevano di rendita, il ceto medio degli artigiani e dei commercianti, ma anche e soprattutto una massa di povera gente pigiata nei tuguri dei suoi cinque borghi. La rinascita è stata molto lenta e segnata dalla profonda arretratezza delle campagne e dalla questione mezzadrile. La città ritrova il senso di sé e della sua antica magnificenza con il ruolo di capoluogo della Regione. E' nel settanta che si cambia. Qualcuno ricorda quegli anni come il tempo della rinascita e, si direbbe oggi, della grande bellezza. Perugia non sarà così attraente e piena di fantasia come in quel decennio. E' vero, è sbagliato? chissà. Di sicuro gli anni settanta sono stati il tempo della speranza alimentata dal forte protagonismo del potere locale e dai successi di una nuova classe di imprenditori che si muove, finalmente, sui mercati di mezzo mondo. A metà del decennio successivo tutto questo comincia a scricchiolare e il modello perugino chiude una fase decisiva della sua storia. E' qui che ne comincia un'altra. L'industria della città diventa il mattone e un po' tutta la società perugina si rinchiude nel guscio dei propri interessi provinciali assecondata, non senza contrasti e divisioni, dalla sinistra al potere in quegli anni e da un'opposizione allineata e silente.
Possiamo piantarlo qui il paletto del declino, l'inizio di una discesa che non si è più fermata? Probabilmente si. Certo, sul piano edilizio ogni generazione ha prodotto i suoi disastri. Negli anni sessanta si è completata l'urbanizzazione del versante occidentale del colle perugino, quello verso la stazione. Poi si è andati avanti. Nei primi anni settanta non c'era ancora Ferro di Cavallo e via Cortonese o le ville di Lacugnana e Monte Malbe, ma sul finire del decennio uno sviluppo a macchia di leopardo avrebbe segnato per sempre il territorio perugino. E il centro storico? beh anche nella storia delle città vale la teoria dei vasi comunicanti. Il centro storico si svuota mentre crescono le periferie. Sembrava finita lì, almeno così dicevano. In realtà il gioco non si è mai fermato. Il compito della politica negli ultimi decenni sarebbe stato quello di qualificare le aree libere, di lavorare sul verde, di dare un senso allo sviluppo enorme dei nuovi quartieri. Ripensare la città e ricucire lo strappo tra quella nuova e quella antica. Lavorare su un progetto per il futuro. Non è andata così e una storia come questa non poteva non essere narrata da una città in crisi di valori e di identità e questo è il segno originale del declino di oggi.
                                                                                                                                                                              renzo.massarelli@alice.it
(per il Corriere dell'Umbria, sabato 15 marzo 2014)  



Renzo Massarelli

Inserito mercoledì 19 marzo 2014


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Commenti

Nome: Rolando Boco
Commento: "Non è andata così e una storia come questa non poteva non essere narrata da una città in crisi di valori e di identità e questo è il segno originale del declino di oggi." Concordo su tutto, però più che "città" io consiglierei di usare il termine "classe dirigente" (politico-economico-culturale); perché sono convinto che la "città" possegga risorse e competenze capaci di farla rinascere.

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