23/07/2019
direttore Renzo Zuccherini

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Da Terni a Perugia
Da due fronti così vicini e pur sempre così lontani, Terni e Perugia si stanno avvicinando a una nuova frontiera oltre la quale c'è il futuro. Oggi, però, non sappiamo ancora come sarà fatto questo futuro


                                                 
Dopo il giretto in città, tra i luoghi che saranno al centro del cambiamento nei prossimi anni, della rinascita o forse del Rinascimento perugino, le autorità cittadine cominceranno il conto alla rovescia verso l'ultima tappa del cammino che ha portato Perugia a questa specie di finale a sei per ottenere la nomina a capitale europea della cultura nel 2019. In città c'è chi guarda questa storia con un certo distacco. Può darsi che abbia ragione, però, da qualunque parte la si voglia guardare, questa occasione può rappresentare una svolta storica, non solo il fatto di vincere, ma l'idea del cambiamento in sé, la possibilità di uscire da un lungo letargo senza progetto e senza ambizioni. Lasciarsi alle spalle le piccole certezze provinciali e affrontare in campo aperto le sfide del futuro. Adesso siamo arrivati davvero a Rodi ed è qui che si deve saltare. Se la nomina arriverà, dopo aver oscurato per un attimo e per quel che è possibile il fascino indicibile dei Sassi di Matera con le sue case che nascondono l'umidità perenne e l'immagine della preistoria, la leggerezza della torre del Mangia di Siena e della sua piazza, i mosaici enigmatici dei primi secoli del Medioevo di Ravenna e delle prime chiese cristiane dell'ultimo impero romano sopravvissuto sull'Adriatico per qualche altro decennio ancora, le morbide pietre barocche di Lecce divorate dal vento del sud, il mare della Sardegna nel quale si specchia, dall'alto della collina, la vecchia Cagliari, il modello di sviluppo perugino dovrà essere rivoltato come un calzino. Più facile a dirsi che a farsi, lo sappiamo.
Intanto a Terni si sta combattendo, sui binari della stazione e per le vie del centro, sin da viale Brin, la strada degli operai e della fabbrica senza altri aggettivi, una vecchia battaglia. Vecchia perché non è la prima volta che succede, solo che adesso può essere davvero l'ultima perché dopo le tante spoliazioni, dopo i tanti reparti trasferiti, cancellati, derubati con destrezza, adesso siamo arrivati all'osso. Non basta più, nel mondo dei pescecani, aver portato la fabbrica a produrre poche cose ma di qualità assoluta, aver riempito i reparti di giovani e di computer, aver abbattuto le vecchie ciminiere, simbolo di un passato glorioso e irripetibile, aver trasformato la vecchia fabbrica totale del Novecento in una grande officina degna del tempo moderno. Accanto ai forni elettrici governati dal linguaggio dell'elettronica, ai treni di laminazione a freddo e a caldo che girano in automatico, e alle torri nelle quali l'ultimo trattamento dell'acciaio inossidabile, luminoso come uno specchio, si muove dall'alto in basso e viceversa, come se l'officina fosse stata rovesciata di novanta gradi, non più distesa in terra ma allungata verso il cielo, c'è la città che aspetta come paralizzata dalla paura il suo destino. Questa, per Terni, è l'ultima occasione di sopravvivenza, oltre c'è un baratro alto come quello della Cascata delle Marmore.
I tedeschi, come si sa, parlano tedesco, e non è il caso di ricordare quando, settanta anni fa, mentre scappavano al nord, tentarono di portarsi a casa tutto ciò che era possibile. Adesso viviamo in un altro mondo,  ma quello fu il primo tentativo degli operai di difendere la loro fabbrica. Da allora questa difesa è stata una specie di condanna permanente, l'unica possibilità di sopravvivenza, l'eterna lotta per l'unica giusta causa da non poter svendere a nessun prezzo. Ora la città sembra stanca. La rabbia è un sentimento che si consuma con il tempo e con la storia. Se Terni perderà perderà per sempre perché la sua tradizione industriale non si può sostituire con qualche altra cosa. Questa tradizione si può rinnovare ma non si può perdere.
Da due fronti così vicini e pur sempre così lontani, Terni e Perugia si stanno avvicinando a una nuova frontiera oltre la quale c'è il futuro. Oggi, però, non sappiamo ancora come sarà fatto questo futuro, quale sarà il suo linguaggio e se saremo in grado di leggerlo e di capirlo. Non ci stiamo giocando il destino di due città ma quello di tutta la regione. L'Umbria è lì, sospesa tra la nuova identità possibile del suo capoluogo che si porta dietro una lunga storia e quella della città più moderna che potessimo vantare nel Novecento e che oggi si vuol rottamare nell'ultimo forno elettrico destinato a rimanere acceso sino a quando le logiche delle multinazionali ci diranno che è ora di spegnere la luce.

               
                                                                                                                                                                                                   renzo.massarelli@alice.it
(Per sabato 11 ottobre 2014) 



Renzo Massarelli

Inserito martedì 14 ottobre 2014


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