21/07/2019
direttore Renzo Zuccherini

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Perché Matera e non Perugia
Su Perugia città della pace dovremmo riprendere il discorso, riscoprire le parole e le immagini evocate da Capitini

                           

Di questa storia di Perugia capitale europea della cultura si parla di più adesso, dopo il verdetto, che quando la partita era ancora aperta. Un po' strani noi perugini lo siamo davvero. E' così che dopo il successo della città lucana molti si svegliano da un lungo letargo e si pongono la domanda più difficile e più banale. Perché Matera e non Perugia? C'è chi se la prende con la commissione giudicante e chi con coloro che in questa città hanno lavorato al progetto. Per colpa di chi, insomma, Perugia ha perso?
La domanda, posta così, non ha molto senso. Ci si dovrebbe invece chiedere perché con più di venti città in corsa doveva vincere proprio Perugia. C'è chi pensava che si dovesse indicare la città più bella, ma se fosse stato così Venezia non avrebbe avuto rivali, invece è stata eliminata al primo turno. A scanso di equivoci si doveva, questo si, dire subito una cosa. La selezione per scegliere la capitale europea della cultura per il 2019 non doveva rispettare gli stessi parametri che si usano per il concorso di miss Italia. Poi si deve tener presente che non c'era solo Matera al cospetto di Perugia, ma Siena, per dire, o Ravenna e poi ancora Lecce e Cagliari. Magari, se non avesse vinto Matera la scelta dei commissari sarebbe caduta su Siena e la cosa ci avrebbe disturbato, diciamolo francamente, molto di più. Matera ha meritato la vittoria per tante ragioni così come Perugia non ha vinto per tante altre ragioni, e non è ora il caso di fare gli offesi. Nessuno ci ha derubato di nulla, se non abbiamo vinto è solo colpa nostra e poi non sempre si può vincere, in nessuna competizione, solo perché ci farebbe molto piacere.
Pur con tutti i nostri limiti, compresi quelli della fondazione di Bruno Bracalente che ha lavorato al progetto, c'è ancora qualche altra ragione che può farci capire perché le cose sono andate in questo modo. Il fatto è che Perugia, la sua amministrazione, le sue organizzazioni economiche, culturali e sociali, la città, insomma, nella sua complessità, non aveva elaborato dentro di sé il desiderio di vincere davvero. Capitale europea della cultura. Diciamolo francamente. Se qualcuno non l'avesse proposto, se Assisi non avesse fatto il primo passo e se poi questo giornale non ne avesse fatto un altro, nessuno ci avrebbe pensato, neppure ai piani alti di Palazzo dei Priori o dell'Università o di qualche altra istituzione politica o culturale. Eravamo indaffarati in altre cose.
Pensavamo al Nodo di Perugia, alla E45 trasformata in autostrada, ai supermercati e all'Ikea, a ridurre al minimo le ore di chiusura al traffico privato nel centro storico. Pensavamo, insomma, ai soliti affari di famiglia. Siamo una città di pubblici dipendenti che produce poca innovazione. Se cerchiamo degli imprenditori non facciamo altro che incontrare, con tutto il rispetto, dei costruttori. Per vincere non dovevamo mostrare l'immagine di Piazza Grande e il fascino di una straordinaria città medievale, almeno non solo questo, ma una cosa molto più semplice. Il desiderio del cambiamento, la capacità di camminare sulle strade impervie di un nuovo secolo.
La vecchia amministrazione della provincia di Perugia, prima di alzare le tende, mette in vendita l'isola Polvese e due ville straordinarie e poi ancora tutto ciò che possiede di culturalmente rilevante. Nessuno protesta, se non due piccoli comuni del lago Trasimeno. Non abbiamo nulla da dire se il nostro territorio viene così brutalmente impoverito da amministratori incapaci? Intendiamoci, Perugia resta pur sempre una città ricca di tante manifestazioni culturali che impegnano il suo centro storico un po' tutto l'anno. Forse dobbiamo cercare di innovare e di cambiare anche le nostre stesse eccellenze, rivedere il cartellone, collocare questo catalogo dentro un'idea di città. Persa una guerra si può vincere almeno una battaglia e da qui ripartire. Certo, su Perugia città della pace dovremmo riprendere il discorso, riscoprire le parole e le immagini evocate da Capitini. Vediamo se riusciamo a restare tra le prime città italiane, nonostante i tanti brutti momenti che abbiamo passato in questi anni. Cercando di dimenticare Matera.
                                                                                                                                                                                renzo.massarelli@alice.it
 (25 ottobre 2014)



Renzo Massarelli

Inserito martedì 28 ottobre 2014


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