20/04/2019
direttore Renzo Zuccherini

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Il Cidi di Perugia su “La buona scuola”
Contributi al dibattito sul documento del governo su “La buona scuola”

Incontro di giovedì 23 ottobre 2014


Gabriele Goretti
          La lettura del documento ha il potere di creare percezioni profondamente diversificate in relazione alla connotazione socio-culturale e professionale di colui che si appresta a compiere la non facile impresa.  Infatti ho provato ad immedesimarmi nel ruolo di un “nonno qualunque”che si trova e fare l’osservatore dell’attuale esperienza scolastica dei suoi nipoti e che piuttosto frequentemente ha modo di guardare con diffidenza e con scarsa soddisfazione le modalità gestionali del “sistema scolastico”. L’effetto immediato della lettura del documento, se pur non approfondita e con palesi lacune di conoscenza specifica del sistema stesso, è sicuramente molto stimolante, rassicurante e ricca di spunti di ottimismo.  Si prevedono scuole sicure, belle, nuove o rinnovate, aperte al territorio e addirittura organizzate in rete;  si parla di un curricolo arricchito di opportunità formative come l’insegnamento pratico della musica, della storia dell’arte  e del disegno; si farà la “ginnastica” fin dalle prime classi della scuola primaria, come pure la lingua straniera sarà proposta fin dalla scuola dell’infanzia, insieme ad una buona dose di linguaggi informatici.  Ci sarà un curricolo d’istituto che esprimerà l’eccellente identità della scuola attraverso scelte organizzative e dell’offerta formativa coerenti rispetto ai bisogni del territorio, con svariate attività integrative e facoltative; con un organico funzionale rafforzato e addirittura arricchito da insegnanti “bravi”che saranno scelti in relazione alle loro competenze professionali esplicitate nel loro “portfolio” visibile nel Registro Nazionale dei docenti; con una gestione collegiale ampiamente garantita da organismi, sparuti per la verità, ma sicuramente efficaci ; con risorse certe che saranno elargite dal ministero in relazione ai risultati raggiunti dalla scuola e scrupolosamente verificati e valutati dal Servizio Nazionale di Valutazione.
Non ci saranno più insegnanti precari e anche le supplenze tanto deprecate, inutili e perfino pericolose rispetto alla tutela di quel diritto allo studio di ogni scolaro-alunno, verranno meno perché gli organici funzionali d’istituto saranno adeguati rispetto ai bisogni di ogni scuola. Ci sarà una maggiore collaborazione con le aziende per un avviamento precoce dei giovani al lavoro.
Verrà riqualificato e rinforzato il Mof (fondi per il miglioramento dell’offerta formativa) per dare garanzie alle scuole nella coerente gestione dei progetti attraverso un badget triennale che garantirà un’adeguata programmazione.
…….e altro ancora…..    Ma che cosa vogliamo di più?
Il nonno è pienamente soddisfatto e plaude alle illuminate proposte del documento e alla politica riformatrice del governo.   Lunga vita al governo Renzi!!!!!!
Ma se la lettura viene fatta con una maggiore attenzione e, soprattutto, con un po’ di conoscenza e coscienza del sistema scolastico sopraggiungono forti perplessità con molti dubbi e anche con un malcelato pessimismo.
Si percepisce immediatamente una chiara volontà di “imbonire” il lettore e di coinvolgerlo in una percezione globale del documento che sa di propaganda; ci si trova di fronte ad  un manifesto composito il cui obiettivo sembra quello di captare voti nell’ambito di una vera e propria campagna elettorale.  Anche la veste tipografica è quella degli spot televisivi che ti colpiscono perche variamente proposti con finestrelle marcate di colore, richiami costanti alla sintesi, “slogan pubblicitari” che fanno effetto.
Si vede inoltre che la proposta nel suo insieme è monodirezionale e unilaterale senza il ben che minimo riferimento a pareri o interventi del sindacato o delle associazioni di categoria.  Si evidenzia inoltre una cultura di base del sistema che privilegia “il prodotto”, lo esalta e lo esige, senza minimamente preoccuparsi del “soggetto-produttore” con le sue esigenze, i suoi bisogni, i suoi diritti.  Non c’è in tutto il documento un benché minimo accenno alla tutela delle diversità, alle problematiche connesse con gli svariati ritmi di apprendimento; tanto è vero che quando si parla di ampliare le esperienze di scuola a tempo pieno, si dà la motivazione di una risposta alle legittime esigenze dei genitori che hanno necessità di collocare i figli durante i loro impegni di lavoro. Naturalmente si vuole dare una prevalente connotazione di “scuola-servizio” che cura gli interessi dell’utente genitore - peraltro titolare del diritto di  voto -, ma che non si preoccupa di dare un’offerta formativa più coerente e più adeguata ai bisogni del figlio del “lavoratore”.  Sarà una disattenzione dell’estensore del documento, oppure è l’espressione di una volontà politica di dequalificare i sacrosanti valori dell’educazione?
E’ un documento “variegato” dove si parla contemporaneamente di politica scolastica, di stato giuridico del personale della scuola, di economia, di gestione della finanza pubblica, di ……., quasi uno “zidaldone” di buone intenzioni sulla cui fattibilità, però, non si intravedono buoni propositi. Sarà anche questa un strategia per confondere un po’ le idee del lettore?
Si parla anche di un insegnante tutto “nuovo”: più competente, più solerte, più disponibile, più preparato, più coinvolto….., ma non si intravedono incentivi adeguati per supportare questo profilo professionale giustissimo nella sua enunciazione., ma con poco rinforzo motivazionale.   Infatti solo il 66% del corpo docente potrà fruire degli scatti stipendiali “di competenza”, mentre gli altri dovranno accontentarsi di un’eventuale retribuzione accessoria affidata al fondo d’istituto.
C’è una forte concentrazione di funzioni nella figura del dirigente scolastico; sicuramente si parlerà di un manager con notevoli poteri di gestione del sistema-scuola, molti di più di quelli già amplificati nelle situazioni attuali.  Il D.S. organizzerà un curricolo d’istituto al top della qualità, sceglierà gli insegnanti “bravi” e li premierà adeguatamente, pretenderà alti livelli di produttività che “misurerà” con il nucleo di valutazione d’istituto, anch’esso oculatamente selezionato. Sarà insomma un vero manager con poca possibilità di condividere le decisioni con organismi collegiali democraticamente eletti: ci sarà, infatti un consiglio d’istituto con pochi rappresentati dell’intera comunità scolastica , un consiglio dei docenti (e non un collegio) e un nucleo di valutazione.  E che cosa si può volere di più?
Un ‘ultima osservazione: ci sarà un Sistema Nazionale di Valutazione che si interesserà molto dell’impianto istituzionale delle scuole, del prodotto, degli elementi socio-economici del contesto, delle possibili aperture  verso il territorio..ed altro, ma non porrà una minima attenzione  a quelle diversità che potrebbero abbassare i livelli di qualità del prodotto, ma che darebbero significato e valore alle motivazioni educative e formative del sistema-scuola.
Si potrebbe ancora continuare, ma forse già questo può essere sufficiente per essere perplessi e anche un po’ preoccupati nell’immaginare il futuro della nostra scuola.

Alba Cavicchi
L’impianto si regge sul bisogno di risparmiare, manca un’idea di scuola, di cultura.
Si riparte da ciò che c’è ora, frutto delle politiche di impoverimento e di denigrazione della scuola italiana degli ultimi 15 anni.
Non ci sono riferimenti alla Costituzione, al diritto allo studio, al successo formativo di ciascuno, alla scuola delle pari opportunità. Appare reciso il filo della riflessione in continuità con il passato, come se non esistesse più la storia e la memoria della lunga e ricca esperienza di politica scolastica elaborata dalla sinistra in Italia.
Cambia il linguaggio. Ci si rivolge non alla scuola pubblica nazionale con i valori della Costituzione ma ad un’azienda che mira all’efficienza e al risparmio: avere il coraggio, scommettere, squadra … ma senza prevedere nuovi finanziamenti.
 Il documento fa proprie tutte le normative del periodo precedente (Moratti, Gelmini), nomina solamente una volta l’obbligo d’istruzione a 16 anni ma non investe nel biennio, considera il Comprensivo solo un aggregato di scuole, dà per scontata la riforma degli OO.CC., ferma in Parlamento,  rielaborata sulla bozza della legge ex Aprea.
Affida un ruolo centrale al D.S. nella chiamata e scelta diretta dei docenti,  usa l’espressione “propria scuola” come se ne fosse il proprietario, non c’è alcun accenno alla Collegialità, si allude alla possibilità dell’assunzione diretta dei docenti da parte delle scuole.
È inaccettabile l’equivalenza tra scuola pubblica e scuola privata, si avverte anzi come la scuola pubblica sia diventata un peso e per questo si è disponibili a liquidare questo servizio invitando le scuole a chiedere finanziamenti ai privati.
Alcune buone novità (la scuola al centro dell’interesse politico, rivalutazione del ruolo dell’insegnante e della sua formazione,  l’assunzione “obbligata” di precari) corrono il rischio di affascinare e incantare ma certamente non chi a scuola lavora e conosce i veri problemi.

Francesca Candori
    Il documento ministeriale La Buona Scuola ha certamente un pregio : la grafica! Colori, parole slogan, schemi, grafici ne fanno un documento di facile lettura ..pur nella bulimia delle pagine.
   Un documento che scorre bene nella lettura….ma che desta molte perplessità nella sostanza.
Allora … sotto il vestito niente ? No, ma molto poco di concreto, di pubblico, di soluzioni effettive ai problemi della scuola che non possono, come al solito, risolversi a costo 0, né essere abborracciate, come nel caso del presunto superamento del precariato, perché la Corte Europea incombe.
    Nel documento aleggia uno spirito aziendalista di morattiana memoria ( !) , una certa faciloneria e uno spirito propagandistico che lascia molti dubbi sulla effettività delle proposte e sulla natura stessa di alcune di esse.
    La proposta di passare all’organico funzionale è certamente da condividere, ma il come lascia molti interrogativi.
   La figura del Dirigente emerge come un manager di azienda che elegge il proprio Consiglio di Amministrazione, con scelte verticistiche; la chiamata diretta dei docenti a funzioni “alte” che attengono più all’extraclasse che alla classe ne è un esempio.
   Vedo inoltre un rischio : la classificazione degli Insegnanti in Docenti di  serie  A e di serie B.  Sono di serie A i Docenti “fuori dalla classe” e di serie B i Docenti che stanno in classe?
   O viceversa ….visto che a pag.28  del documento leggiamo “si liberano cattedre per l’assunzione se gli attuali docenti volontariamente preferiranno spendere gli ultimissimi anni prima della pensione (sic) dentro la scuola ma fuori della classe”?
    Ritengo molto grave e un pericoloso arretramento culturale e politico l’assenza nel documento della dimensione collegiale, sia per quanto riguarda la gestione della scuola che la gestione della classe.
   Si va verso un leaderismo spinto che la stessa proposta di portfolio professionale on line enfatizza.
   Molto altro ci sarebbe da dire sui punti in cui il documento è fumoso o omissivo : la collocazione della scuola dell’infanzia , il tempo scuola e il tempo pieno, la dispersione scolastica , l’obbligo scolastico, l’esplicita ammissione che il pubblico da solo non ce la fa e la necessità di ricorrere al privato, ecc; lo ha fatto meglio di me Gabriele Goretti nella  sua impareggiabile disamina del documento e penso sia importante farne oggetto di approfondimento, sia a livello locale che nazionale, al di là della discutibile operazione “consultazione on line” .
   Voglio concludere con una sottolineatura da “matematica  fissata con la condizione necessaria e sufficiente”!  Allo slogan scritto a lettere cubitali  “ Per fare una buona scuola non basta un Governo. Ci vuole un Paese intero” che è  certamente condivisibile,  io aggiungo “è necessario un buon governo”.
   Quali siano le necessarie caratteristiche perché un governo sia un buon governo per una scuola di qualità e non di quantità credo che sia chiaro a tutti coloro che nella scuola operano!

Francesco Folcolini
1 . Mai più precari nella scuola
     Per la prima volta nella scuola si pone il problema della fine del precariato con una massiccia immissione in ruolo di ben 148.000 docenti, successivamente il reclutamento sarà regolato soltanto per concorso, ciò è sicuramente un punto di arrivo dopo anni di lunghe attese durate anche decenni per molti, talvolta ottimi e validi docenti, ma al tempo stesso diviene un punto di partenza ed un orizzonte prospettico per coloro che si sono già laureati o che lo saranno da ora in poi. C’è però da osservare che la scadenza triennale in cui si prevede di dare scansione temporale al bando di reclutamento è piuttosto lunga e poco attenta a tutti quei giovani che di anno in anno conseguono il titolo di ammissione per il concorso, oltre a consentire una pianificazione del proprio destino professionale, da realizzarsi in tempi ragionevoli, diversamente, se l’inserimento non avviene perché emergono delle criticità e/o delle inadeguatezze di vario genere, è auspicabile mirare ad altri percorsi occupazionali, quando si è ancora in tempo utile anche per la propria età anagrafica. In altri termini la ricaduta sulla scuola ne gioverebbe per la presenza di personale giovane e motivato che trova le sue opportunità ogni anno.
2 . I dirigenti
    Diversamente per coloro che desiderano intraprendere la carriera di dirigente scolastico già si prevede una scadenza annuale del bando, aspetto sicuramente positivo, ma che non deve essere limitato soltanto a coloro che hanno già in essere un rapporto con l’amministrazione scolastica. Importante anche la scelta di gestire centralmente da parte della scuola Nazionale dell’Amministrazione il compito di selezionare e formare i futuri dirigenti, non altrettanto sembra essere la regolamentazione degli oneri di spesa che, in parte, saranno a carico dei concorrenti, ovviamente, è da ritenere che la scelta debba caratterizzarsi sull’accertamento delle competenze tecnico-professionali e non sulle disponibilità economiche predeterminando pre-selezioni di altra natura. Il documento ne delinea anche nuovi compiti organizzativi e competenze  gestionali seppure bilanciate con il “nuovo protagonismo dei docenti” favorendo cooperazione, partecipazione e condivisione di una comunità professionale responsabile che esercita un rinnovato ruolo di leardership, oggi sempre più messa in discussione dalla presenza di più sedi riducendone e al tempo stesso impoverendone la funzione prevalentemente agli aspetti burocratico-amministrativi.
3 . Valutazione e merito
     Si vuole superare l’attuale sistema degli scatti regolato dai famosi gradoni, dove l’ultimo si consegue dopo ben 35 anni di servizio, per sostituirli con un meccanismo di sviluppo economico e di carriera legato al merito che prevede un premio di 60 € al mese (non molto diverso in termini complessivi per coloro che riescono a beneficiarne in tutte le opportunità che la carriera scolastica può consentire rispetto all’attuale sistema) ai due terzi dei docenti che superano una valutazione che riguarderà l’acquisizione di crediti professionali, la formazione e il lavoro didattico fatto in classe. Il problema che si pone è quello di evitare di stabilire in partenza il quantitativo dei beneficiari, ma consentire ad ognuno di poterci arrivare fissando degli standard al cui raggiungimento si può ottiene il beneficio. Ciò stimolerebbe un impegno maggiore da parte di tutti, innalzando la qualità e ottimizzando le risorse umane oltre ad ovviare logiche interne talvolta ispirate da aspetti particolaristici, largamente presenti nei singoli plessi scolastici, dove potrebbero prevalere gruppi esclusivi, non sempre a vantaggio dell’interesse generale. Da perfezionare poi il sistema di valutazione delle scuole a cominciare dai nuclei di valutazione che non sono da confondere con i comitati di valutazione interna già esistenti e di avere un corpo ispettivo ampio e adeguato anche in termini quantitativi e tale da consentire un’attenta quanto credibile valutazione delle singole scuole rispettando il principio della terzietà.
4 . Alternanza scuola-lavoro
     E’ un punto ancora poco approfondito anche nell’attuale dibattito sulla riforma scolastica, ma è centrale per il miglioramento della cultura tecnico-professionale che è deputata, con i suoi quadri intermedi, allo sviluppo socio-economico e produttivo del paese. Sembrerebbe, secondo fonti accreditate, che parte dell’attuale disoccupazione giovanile sia da ascrivere ad una carenza di diplomati in queste aree, pertanto puntare su un ampliamento orario (si prevedono almeno 200 ore all’anno) degli stage al fine di creare delle sinergie tra scuola e ambienti di lavoro vada nella direzione di un sistema duale in cui l’istruzione tecnico-professionale trovi una sua valorizzazione. Si indica inoltre come fattore di innovazione la presenza delle attività didattiche svolte attraverso i laboratori e il potenziamento di attività di apprendistato sperimentale, aspetto questo, in gran parte da costruire o da consolidare.
Conclusioni
     Per la prima volta nella scuola italiana si propone una consultazione che riguarda tutti i soggetti interessati, sicuramente le decisioni finali più importanti saranno a carico degli esperti nominati dal Miur, ma il metodo adottato sembra essere innovativo nel merito e sicuramente alcuni punti più generici ed oscuri potrebbero trovare maggiore attenzione e chiarezza.                                                                 

Anna Locchi
Siamo quasi arrivati al termine della consultazione sulla riforma Giannini da tutti riconosciuta come “La buona scuola”. Non si può certo negare che le modalità di consultazione popolare non siano state diffuse e pubblicizzate e che a tutti i cittadini sia stata data la possibilità di parteciparvi. Consultazione rivolta anche e soprattutto alla scuola, ma … sembra che la scuola non abbia accolto la suggestione se è vero che ad oggi solo 60.000 operatori della scuola hanno compilato i questionari su un totale di circa 700.000.
Ciò nonostante, che l’apparato ministeriale nel suo complesso abbia attivato dibattiti e iniziative regionali e nazionali: le maggiori iniziative afferiscono alle associazioni, agli enti insomma in quella che De Rita definisce la “società di mezzo” che ha voglia di cambiamento e non rimane alla finestra. Ben venga questo senso di responsabilità ma sarebbe stato molto interessante sapere più a fondo cosa ne pensa la scuola della proposta pure complessa che prende in esame il corpo docente, come nucleo da cui può partire tale cambiamento, ribaltando così la logica di molti documenti e atti legislativi decisamente legati all’alunno e alla sua formazione, spostando la riflessione sull’apprendimento piuttosto che sull’insegnamento.
Il documento perciò mi trova molto favorevole a riflettere sul ruolo del docente e del sistema scolastico come asse che può provocare il vero cambio di marcia, lavorando ed approfondendo il dibattitto sulle modalità con le quali si insegna, non trascurando i contenuti di insegnamento, volti a promuovere le competenze chiave, necessarie ad affrontare l’odierna società.
Ciò che non mi spiego è come sia possibile tanta freddezza rispetto ad un documento che, nel bene o nel male, affronta i problemi in cui si dibatte la scuola ponendo concrete ipotesi di soluzione.
Tra le tematiche più importante va citato il problema del precariato la cui soluzione segna un passaggio epocale, magari occorrerebbe anche aggiungere che l’Europa  ha minacciato sanzioni pesanti per il prolungarsi di una situazione ventennale in cui in ogni collegio docenti esiste una percentuale alta  di docenti non stabili, che un anno ci sono e l’anno successivo può darsi.
 Apprezzabili anche le volontà espresse sulla formazione iniziale dei docenti e sulla formazione permanente che dovrebbe diventare obbligatoria, scardinando così una tradizione, dal mio punto di vista, paradossale in cui il diritto di aggiornamento non ha conseguentemente il dovere di farlo se non per volontà individuale.
Mi convince meno il tema della valutazione dei docenti per i quali si prevede anche un compenso aggiuntivo. Tale valutazione sembra essere delegata al dirigente e a un fantomatico gruppo di mentori espressione del corpo docente dello stesso istituto, la cui selezione è ambigua. Chi mi conosce sa che ho sostenuto dai tempi della riforma Berlinguer la necessità di valutare l’operato di docenti e dirigenti, operando una sintesi tra valutazione interna di istituto ed esterna da parte del
corpo ispettivo.
Aggiungo, ora, qualcosa di più: vorrei una valutazione esterna  “a sorpresa” che valuti senza preannunci di visita i documenti attestanti l’impegno professionale degli operatori scolastici, le loro capacità di ampliare e contestualizzare l’offerta formativa, la capacità progettuale e la formazione in servizio; d’altro canto vorrei che all’interno si rilevassero le competenze professionali e disciplinari, la metodologia utilizzata la capacità relazionale e comunicativa, non lasciando al singolo dirigente un potere enorme giudicante, in cui la relazionalità gioca in ruolo determinante nella valutazione.
Oltre ad una valutazione del singolo di tipo inclusivo, in cui  chi ha difficoltà abbia il tempo e gli strumenti per migliorarsi, sogno una valutazione premiante per l’istituzione scolastica che si adopera per fare ricerca e diffondere le proprie buone pratiche, che sia incentivata in tal modo a diventare un polo di competenza e di esempio.
Si propone un modello in cui il valore del docente diventa una prerogativa esclusivamente individuale, come se nella scuola vigesse un'organizzazione tayloristica del lavoro, invece gli insegnanti sanno che per essere valutati deve essere valutata anche la scuola.
Si parla di organico funzionale, giusto e importante per dare stabilità all’identità della scuola alla sua autonomia effettiva, ma si aggiunge subito dopo che la prima priorità è quella di fare le sostituzioni. Si parla di orario di lavoro da modificare, da aumentare ma non si specifica se per ridurre ulteriormente il personale o per ampliare l’offerta formativa a favore dell’inclusione, della riduzione dell’abbandono scolastico, della sperimentazione.
Per far questo occorrono risorse e da “questo orecchio” il governo non ci sente, così al di là di molte belle parole la proposta appare più  “predisporre una cena con quello che si ha” per ospiti importanti come possono esserlo gli alunni.
Ci si chiede di formarci sulle Indicazioni nazionali per il primo ciclo e sulle linee guida delle superiori e nel contempo si inaugurano Commissioni dei saggi per revisionarle, “la tela di Penolope” che impone dibattiti sterili perché soggetti a cambiamenti continui.
La logica aziendalistica che pervade il documento sembra dominare sulla logica della crescita umana, culturale che può dare un avvenire a questo nostro Paese. 
E’ probabile che sia necessaria una revisione anche in termini finanziari ma non mi sembra di leggere tra le righe la volontà di portare a compeltamento l’autonomia scolastica, riducendo il controllo centrale e potenziando quello locale.
In definitiva non si comprende il  quadro valoriale del sistema scolastico, determinato dalla funzione culturale che si deve assegnargli, secondo quali obiettivi educativi, con quali strumenti  per quale tipo di società.
Non si può descrivere il lavoro del docente illuminando la cattedra e lasciando l'aula al buio.
Agli insegnanti si deve dire che la loro valutazione è fondamentale perché significa valutazione dell'insegnamento efficace, perché al centro del loro lavoro ci sono gli studenti e il loro apprendimento.
"La buona scuola" è un documento con molti slogan condivisibili ma la scuola buona non ama i documenti fatti di slogan.
La delusione e forse la ragione dell’esiguo contributo dato c’è la sensazione che il mondo politico, di nuovo chiede un’adesione ad un progetto basata sulla fiducia e non si percepisce l’intento della politica di dare fiducia  nella tanta buona scuola che c'è già e da cui si dovrebbe partire.
Si rischia di cadere in un "attivismo disattento" alla buona scuola che c'è già, che chiede solo di diventare il punto di partenza per il rinnovamento dell'intero sistema.
Abbiamo perso la memoria, ma le migliori riforme in Italia sono sempre nate ascoltando le scuole dove si sperimentavano le migliori pratiche.
Nella tradizione della montagna, quando si deve tracciare un sentiero non si vanno a cercare ingegneri, ma si guarda da dove sono passati coloro che hanno raggiunto la cima.
Noi non dobbiamo fare altro che seguire le tracce della buona scuola.

Lorena Falcinelli
‘La Buona Scuola’ è un documento importante in quanto intende rimettere al centro la scuola e decidere su di essa.
Se questo è vero, allora vale la pena sottolinearne alcune criticità nell’impianto generale e nello specifico.
Criticità:
- La definizione - ‘La’ buona scuola - appare poco appropriata, perché implica che il documento non si pone come proposta ma come scelta già avvenuta verso un modello unico (contraddicendo quindi la richiesta al paese di esprimere la propria opinione): non ‘una proposta per l’istruzione dei giovani del paese’, ad es.. Tra l’altro trovo anche il termine ‘scuola’ un po’ semplicistico).
- Manca completamente la dimensione o consapevolezza ‘storica’ di quanto è accaduto nell’istruzione in Italia negli ultimi decenni, come se non esistesse una storia – nelle sue luci ed ombre – non esistesse si dovesse azzerare tutto e iniziare da zero.
- Pur volendo accettare l’azzeramento, le fondamenta su cui si intende ricostruire sembrano fragili: al centro  manca qualcosa di fondamentale: una idea di formazione, un provare ad immaginare dei principi fondanti non tanto riguardo all’insegnamento, ma riguardo ad un possibile modello di giovane cittadino (europeo);
In questo senso ‘La buona scuola’ è l’esito della grave crisi sociale e culturale che attraversa da anni il nostro paese.
- Crisi sociale anche rispetto alla figura dell’insegnante, che appare ambigua nel documento: da un lato da sostenere, formare, valutare, dall’altro da rinnovare completamente, come se in astratto tutto il corpo docente del paese non fosse adeguato: sono necessari invece dei forti distinguo ed è necessario ricordare il livello altissimo della qualità dell’istruzione primaria nel paese, ad esempio.
- Manca quindi la valorizzazione fondamentale della professionalità docente e della ‘serietà’ di questa figura.
- Il documento confonde gli ambiti: inserisce aspetti sindacali (l’aumento di stipendio per il 66% dei docenti, ad es.) che dovrebbero essere invece trattati in altre sedi.
- Pensando comunque ad un sistema del merito in senso professionale, bisogna fare molta attenzione a varie variabili:
1. Quando si può parlare di merito? Quando si fanno molti progetti? Quando ci si aggiorna? Quando si applica quanto appreso nell’aggiornamento in classe? Quando si preferisce non fare progetti appunto per concentrarsi sul rinnovare il proprio insegnamento?...ecc.
2. evitare che una eventuale attuazione delle differenziazioni stipendiali - o di altro genere - per merito non mini alla base una ricchezza inestimabile dell’istruzione, specie primaria: la condivisione della progettualità (il rischio potrebbe essere quello di spingere i docenti a chiudersi in sé, tenersi le proprie idee e progetti, tentare di realizzarli da soli per potersi veder riconosciuto il ‘merito’, ma ciò porterebbe ad una efficacia enormemente inferiore dei progetti stessi).
3. ‘Educare’ fin da ora i docenti e la scuola alla ‘positività’ della valutazione, per far passare e condividere quanto più possibile l’idea che la valutazione è  volta al miglioramento del docente, alla sua inclusione, non esclusione. Così come ‘inclusione’ potrebbe essere una delle idee portanti (e sembra al momento mancanti) dell’istruzione ‘nuova’ del paese.
4. Quindi appare corretto valutare l’insegnamento perché la qualità incide sulla formazione delle generazioni, ma: va deciso chi valuta (certamente deve essere un ente esterno alla scuola, competente, e che operi una valutazione costruttiva, volta alla modifica delle pratiche, non alla pura e semplice stigmatizzazione). Appare evidente la necessità di tornare a studiare sulla istruzione.
5. Molto apprezzabile la rilevanza data alla formazione, che finalmente è messa al centro. Buona l’idea di impiegare nella formazione gli insegnanti ‘senior’ (e non necessariamente il mondo universitario, che possiede competenze diverse);

 Contesto infine le modalità di condivisione e discussione del documento: la sua approvazione sembra essere demandata genericamente all’ ‘utenza’, direi quasi ‘al popolo’: credo invece che debbano essere gli educatori, i pedagogisti, gli storici, gli insegnanti a dover in primis essere consultati perché competenti, consapevoli, ‘esperti’ e quindi capaci di elaborare grazie alla loro professionalità un ‘modello’ di istruzione o ‘educazione’ adatto ai tempi, ricco, costruttivo, il che non significa che sia poi per addetti ai lavori o incomprensibile, vecchio o …’cattivo’.





Inserito sabato 15 novembre 2014


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