17/01/2019
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Israele non è sotto assalto, è occupante e repressore
Un Comunicato del Comitato Israeliano contro le Demolizioni di Case

Jeff Halper, antropologo di origine americana, fondatore e direttore del Comitato Israeliano contro le Demolizioni di Case (Israeli Committee Against House Demolitions, Icahd), ha scritto questo comunicato sull'esplosione di violenza degli ultimi giorni. Giustamente il comunicato addossa la responsabilità di atti di violenza individuali al rifiuto di Israele di mettere fine all'occupazione. Ma si affaccia il pericolo di una guerra di religione.


Un Comunicato del Comitato Israeliano contro le Demolizioni di Case (Icahd)

La “risposta sionista” al ciclo devastante di inutile violenza nel quale si trova [immersa] Gerusalemme: le demolizioni di case, gli innumerevoli arresti , la revoca della residenza ai nati a Gerusalemme, la chiusura di quartieri palestinesi con sbarramenti, il permesso di armarsi ai vigilanti ebrei israeliani, i colpi bassi all'ultima persona che crede nella soluzione dei due Stati, [cioè] Abu Mazen. Tutto ciò [avviene], eccetto la fine dell'occupazione e una giusta soluzione politica. Questo succede quando un paese potente rinuncia a qualsia sforzo per venire incontro all'ingiustizia [subita] da una popolazione sotto il suo giogo e si abbassa a [compiere] un' oppressione brutale.

Israele non è “nella condizione di un assalto terroristico” come il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha affermato nella sua conferenza stampa di stasera [ieri martedì 18 n.d.t.]; si trova invece in una condizione di inutile violenza generata dalla disperazione e dalla repressione. I palestinesi sono stati ridotti a ribellarsi, avendo perso la speranza che finisca l'occupazione e quella di ottenere un minuscolo proprio Stato, imprigionato in minuscole isole del loro paese, vittimizzati, impoveriti, mancandogli quel minimo di diritti individuali e collettivi, deportati, addirittura demolite le loro case, il solo luogo dove rifugiarsi, (circa 48.000 case palestinesi sono state demolite dal 1967 nei Territori Occupati). Le minacce alla Moschea di Al Aqsa – e vi sono concrete minacce che provengono dalla destra israeliana che vuole la divisione del luogo sacro come ha fatto con la Moschea d'Abramo a Hebron – rendono pericoloso quello che finora è stato un conflitto politico risolvibile, in un altro che potrebbe trasformarsi in una guerra di religione non più controllabile.

Israele, avendo messo da parte qualsiasi pretesa di cercare una giusta soluzione, ha risposto alla disperazione palestinese con una repressione atavica, assoluta. Ancora una volta l'analisi del Primo Ministro Netanyahu è profondamente sbagliata: “il centro della violenza”, come sostiene, non è il rifiuto dei palestinesi di riconoscere Israele come Stato ebraico ( hanno già riconosciuto lo Stato di Israele 26 anni fa sul 78% della Palestina storica), ma il gettare, come una commissione dell'esercito ha concluso nel 2005, benzina sul fuoco alimentando una devastante spirale di violenza senza fine. La scena politica israeliana è degenerata in una brutale vendetta – vendetta per entrambi i crimini e gli atti di resistenza che avrebbero potuto essere evitati da una genuina aspirazione a una giusta soluzione.

Nel frattempo, la popolazione soffre e prevale l'odio, alimentato dall'unico partito forte abbastanza da farlo cessare, la potenza occupante, Israele.

ICAHD<http://www.icahd.org/node/567>, Comunicato stampa 18.11.14.

(traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Inserito venerdì 21 novembre 2014


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