26/05/2019
direttore Renzo Zuccherini

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La Cooperazione internazionale in Palestina
Intervista a Valentina Venditti, capo progetto della ong Italiana Ciss

Ancora una volta gli abitanti della Striscia di Gaza devono risollevarsi dagli effetti devastanti di uno dei più forti attacchi militari degli ultimi anni: “Margine protettivo”, l’offensiva militare israeliana della scorsa estate. “Nessuno si aspettava una tale potenza e distruzione – ci racconta Valentina Venditti, capo-progetto della ong italiana Ciss, Cooperazione Internazionale Sud Sud – sia per la lunghezza dell’attacco che ha avuto una durata di 51 giorni, sia per le conseguenze e il numero di vite umane coinvolte, sono rimasti uccisi più di 2200 palestinesi. Secondo le organizzazioni internazionali, l’80% erano civili, tra questi più di 510 bambini e 257 donne“.

Le conseguenze psicologiche sono state devastanti, le tensioni ci sono ogni giorno e la ricostruzione della città stenta ad avere inizio. Di Gaza si parla poco o non lo si fa nel modo corretto, ad essere raccontati sono solo gli eventi straordinari e ci si dimentica che è la più grande prigione a cielo aperto del mondo.

Valentina è una giovane cooperante italiana e lavora nella Striscia di Gaza da circa cinque anni: “La situazione di assedio che si vive a Gaza ha di per sé delle ripercussioni sul benessere della popolazione e dei bambini in particolare – spiega Valentina. L’errore che non vorrei fare è quello di parlare di quest’ultima operazione militare staccandola dal contesto che Gaza vive giornalmente: ogni giorno ci sono spari da parte della Marina militare Israeliana contro i pescatori, esplosioni e bombardamenti e non si è nuovi al rumore dei droni sul territorio della Striscia“. Quella che è avvenuta a Gaza è una vera e propria “punizione collettiva” vietata dall’art. 33 della convenzione di Ginevra.

Sono diversi gli operatori sociali che ogni giorno mettono a disposizione le proprie competenze e con il loro prezioso lavoro supportano il popolo Palestinese. Attraverso l’intervista che Valentina Venditti ci ha rilasciato vorremmo parlarvi dei progetti del Ciss a Gaza, di come è stata vissuta dai gazawi l’operazione militare denominata “Margine protettivo” e di come, nonostante i bombardamenti, gli operatori sociali hanno portato avanti i loro interventi psico-sociali tra i bambini.

Il bilancio dei morti e dei feriti durante quest’ultimo attacco militare che ha colpito Gaza è  impressionante.

Questo attacco militare è stato il più forte e distruttivo rispetto ai precedenti degli ultimi anni, “Piombo Fuso” e “Pilastro di difesa” per esempio. C’è spesso la tendenza, soprattutto a Gaza, a far diventare i numeri dei morti statistiche e ci si dimentica che dietro le oltre 2200 persone uccise c’è una storia. Sembra quasi che ci si anestetizzi quando si sentono questi numeri, dopo un po’ si perde anche il conto. Per me è molto importante che si dia un minimo di umanità a quelli che non sono solo numeri, questo è uno dei motivi per il quale noi del Ciss abbiamo iniziato a raccogliere le storie personali dei ragazzi di Gaza: stiamo raccontando come hanno vissuto, quello che hanno provato e dei familiari che hanno perso.

Oltre ai tantissimi morti, c’è stato anche un numero elevatissimo di feriti, solo i bambini sono più di 3000, 1000 sono quelli che si stima resteranno disabili a vita, 1500 quelli che invece rimarranno completamente orfani.

Sono state sterminate 89 famiglie intere, di loro non rimarrà più alcun membro, dal più anziano al giovane. Quando si parla di famiglie, qui a Gaza, si intendono le famiglie allargate, una concezione un po’ diversa dalla nostra: non ci si riferisce alle famiglie ristrette formate da mamma, papà e figli, ma proprio alla stirpe familiare.

Quali sono stati i danni materiali?

Sono state danneggiate 244 scuole, 24 completamente distrutte: questo ha aggravato quella che é la necessità di garantire il diritto allo studio dei bambini palestinesi, in un contesto di per sé problematico: c’è sempre stato un sovraffollamento nelle scuole. Inoltre, nelle scuole governative dell’Acnur (Unrwa) l’anno scolastico sarebbe dovuto iniziare il 24 agosto, ma non è stato possibile perché c’erano ancora circa cinquecentomila sfollati temporanei che si sono dovuti rifugiare in quegli edifici. Si è riusciti ad iniziare l’anno scolastico il 14 settembre, ma non in tutte le zone. Per esempio a Beit Hanun, una delle zone più colpite, i bambini non vanno ancora a scuola, lì la devastazione è totale.

Sono state colpite moltissime moschee, quasi tutte danneggiate o distrutte completamente, e 58 tra ospedali e cliniche mediche . Il Wafa Ospital per esempio, che si trovava a Shejaiya nella parte orientale di Gaza, è stato completamente raso al suolo. Era l’unico ospedale con un centro di riabilitazione in tutta la Strisciae all’interno. Il direttore di quest’ospedale ha fatto di tutto per impedire che venisse bombardato, anche degli attivisti internazionali hanno fatto da scudi umani ma alla fine nulla è servito e si è dovuti procedere all’evacuazione.

Quest’ultimo è stato un attacco deliberato alle industrie, che siano di mattonelle, di costruzioni o di biscotti: alcune sono state completamente distrutte, altre bruciate e questo ha fatto sì che aumentasse ancora di più il problema della disoccupazione. Tutto ciò è terrificante se si pensa che a Gaza c’è una situazione di desviluppo e non esiste una reale economia. A Betanun non esiste più nemmeno l’enorme industria di biscotti.

Gaza, famosa per le coltivazioni di fragole non ne produce più: è stata colpita pesantemente anche l’agricoltura. A tutto questo si aggiunge la mancanza di elettricità a causa del danneggiamento della centrale elettrica: durante l’attacco ci sono stati giorni in cui l’elettricità è mancata completamente, anche se normalmente la gente si ritrova con 6/8 ore di elettricità e dodici ore senza, questo rende le condizioni di vita davvero difficili.

La stessa cosa è successa alle pompe dell’acqua che hanno maggiormente aggravato il problema dell’inquinamento, con ripercussioni terribili sulla salute: in questo periodo c’è una grande diffusione di malattie della pelle dovute proprio all’inquinamento dell’acqua.

Sono stati distrutti completamente interi quartieri e ciò che ci si trova davanti è uno scenario di completa devastazione. Tutti quanti cercano una sistemazione ma il problema ha raggiunto dimensioni enormi dato che già prima dell’attacco c’era una crisi abitativa: mancavano circa 71.000 abitazioni. Ci sono persone che hanno perso tutto, coloro che sono riusciti a sopravvivere al bombardamento della casa sono scappati senza portare via niente. Anche le persone che stavano relativamente bene, che avevano una casa grande, con più piani e facevano uno stile di vita medio hanno perso ogni tipo di bene e di avere.

A tutta la situazione veramente terrificante si aggiunge la presenza di ordigni inesplosi.

Lavorate principalmente con i bambini affetti da Ptsd, di che cosa si tratta esattamente?

Nel nostro lavoro seguiamo 500 bambini, molti di loro, di un’età compresa tra i di 6 e 17 anni, hanno già vissuto 3 offensive militari. Abbiamo iniziato a lavorare con questi bambini già dall’operazione “Piombo Fuso”, avvenuta tra dicembre 2008 e gennaio 2009.

La situazione dei bambini di Gaza è particolarmente complessa perché nella maggior parte dei casi soffrono di disturbi post-traumatici da tensione (Ptsd). Nella concezione classica quando si parla di trauma ci si riferisce ad un unico episodio che si esaurisce nello spazio e nel tempo. A Gaza questo non avviene, i bambini sono continuamente soggetti a traumi; il trauma successivo riaccende il precedente, se non si portano avanti percorsi di rafforzamento dei meccanismi di protezione o di superamento del trauma.

L’ultimo attacco militare ha avuto delle conseguenze devastanti, si contano più di 400 mila minori che necessitano di supporto psicologico immediato ed è stato riscontrato un aumento del 91% dei disturbi nel sonno, nervosismo, aggressività e depressione. Tutti questi problemi psicologici hanno ripercussioni anche sugli adulti: uno dei primi effetti che si è notato è stato un aumento notevole degli aborti spontanei tra le donne incinta.

Quello che noi facciamo giornalmente è cercare di contribuire a rafforzare quelli che sono i meccanismi di protezione per aiutare i bambini a reagire e superare il trauma.

Come si articola il lavoro del Ciss a Gaza?

Lavoriamo con laboratori psicosocialiall’interno di ludoteche sostenibili che i bambini stessi costruiscono con l’aiuto di psicologi e animatori. Nei laboratori si utilizzano differenti tecniche: l’arte terapia, la drama terapia, la cromo terapia, ma soprattutto la ludoterapia. A causa della distruzione delle abitazioni, i bambini perdono quelli che loro considerano i luoghi di massima protezione. Nella maggior parte dei casi il senso di insicurezza predominante nei più piccoli li porta ad avere problemi relazionali con i genitori perché iniziano a pensare che essi non sono in grado di proteggerli. Il lavoro che si cerca di fare è la ricreazione di un luogo protetto dove il bambino può sentirsi al sicuro. Proviamo a ricostruire il rapporto di fiducia tra i bambini e le loro le famiglie e all’interno delle ludoteche svolgiamo non solo attività con i bambini, ma anche con i genitori, ed in particolare con le madri che partecipano e molte volte propongono esse stesse idee e laboratori. Avere un luogo protetto, un luogo dove il bambino si senta sereno e al sicuro è anche uno dei punti fondamentali per portare avanti quello che è l’intervento psicologico vero e proprio.

L’altra componente del nostro progetto è una clinica mobile, formata da psicologi e animatori che oltre a seguire i bambini all’interno delle ludoteche fanno delle visite a domicilio: questo serve soprattutto per raggiungere tutte le famiglie più vulnerabili che non hanno accesso ai servizi centrali offerti nella Striscia di Gaza, ma anche per superare un po’ la reticenza che c’è verso il supporto psicologico tra la popolazione. La clinica mobile lavora su una base tecnica molto precisa, ossia attraverso la somministrazione di test per la verifica del livello del Ptsd, disturbo post-traumatico da stress, e vengono fatte delle sedute con i bambini sempre utilizzando tecniche alternative e la tecnica del gioco. I bambini vengono seguiti durante tutto il percorso e gli psicologi, a loro volta,  vengono seguiti da alcuni esperti con i quali discutono ogni seduta e ogni caso. Per capire se ci sono stati dei miglioramenti nel bambino, si valuta il cambiamento sia attraverso i test post intervento, sia attraverso la discussione con gli insegnanti e le famiglie.

Un’altra componente da noi utilizzata è la clown terapia all’interno degli ospedali. Da un anno la pratichiamo, in seguito alla richiesta degli ospedali stessi: nella maggior parte dei casi manca un vero servizio di supporto psicologico per i bambini ospedalizzati e abbiamo formato un gruppo di pagliacci che fanno attività di supporto psicosociale. Abbiamo lavorato in 4 ospedali con un laboratorio strutturato per tutti i pazienti ricoverati per tumori, malattie del cuore o malattie croniche.

Questi sono i tre punti principali del nostro progetto, ma accanto a questo abbiamo anche delle attività dirette con le donne, attività di alfabetizzazione elaboratori psicosociali.

Alcuni degli operatori del vostro staff hanno perso dei familiari, non sarà stato facile portare avanti il vostro progetto.

Abbiamo avuto differenti casi di operatori che hanno perso dei familiari: una nostra animatrice ha perso 14 membri della sua famiglia per un bombardamento; il papà di un’altra nostra operatrice ha perso un braccio e una gamba, rimarrà mutilato e disabile a vita; un altro operatore ha perso la sorella, altri due hanno perso completamente la casa. Non c’è qualcosa che non sia stato colpito, tutto quello che è successo ha avuto ripercussioni in tutta la popolazione, anche sugli operatori sociali che lavorano con i bambini.

Quando è scoppiato questo attacco eravamo nella fase conclusiva del progetto di supporto psicosociale e psicologico con i bambini: quello che abbiamo cercato di fare con molta difficoltà è stato provare a capire cosa stava succedendo ad ogni singolo bambino. Il personale si è organizzato con una specie di albero dei contatti per provare ad intervenire, a volte anche telefonicamente; altre volte, nei casi delle tregue, si è cercato di seguire lo sviluppo dei bambini anche di persona per provare a rassicurare, per quanto possibile, sia i bambini che le loro famiglie.

Durante tutto l’attacco gli animatori hanno continuato a fare attività all’interno delle scuole, soprattutto con la terapia del pagliaccio: sentivano il dovere morale rispetto la propria terra, rispetto la propria gente di fare quello che sanno fare e quindi di arginare la paura dei bambini e cercare in qualche modo di proteggerli da quello che stava accadendo. Parlavamo con loro e ci dicevano che ogni giorno uscivi da casa e non sapevi se saresti rientrato. Ma quando i bambini vedevano gli operatori che gli sono stati vicini durante tutto un percorso precedente, l’effetto era positivo.

Quando è finito l’attacco sono state fatte tante riflessioni, sopratutto per cercare di capire quello che stava accadendo nei bambini e se il lavoro che stiamo facendo è efficace. Abbiamo fatto uno studio e una ricerca molto approfondite tramite degli psicologi esperti dell’Università Al Azhar e Al Aqsa di Gaza e abbiamo visto che queste attività di supporto psicologico e psicosociali hanno rafforzato la resistenza dei bambini.

Purtroppo, noi non possiamo fermare quella che sono le cause del trauma, l’assedio, l’occupazione, i bombardamenti. Bisognerebbe fermare quello. L’unica cosa che possiamo fare è intervenire per cercare di rafforzare i meccanismi di risposta comunitaria per aiutare la popolazione ad andare avanti. E questo è quello che stiamo facendo subito attraverso tutto lo staff di Gaza.

Come sono stati vissuti questi giorni di assedio dai Palestinesi della Cisgiordania?

In Cisgiordania c’è stato un risveglio fortissimo. Nella maggior parte delle città più grandi c’erano manifestazioni di sostegno a favore di Gaza per la fine non solo dell’attacco, ma dell’assedio. Quello che la gente dice a gran voce è: “non vogliamo semplicemente che finisca il bombardamento, vogliamo che questo tipo di operazioni militari non avvengano più. Vogliamo che Gaza venga aperta.” Tutto questo è sfociato in manifestazioni imponenti soprattutto nelle maggiori città della Riva Occidentale (West Bank)e in alcuni campi profughi in cui erano quasi giornaliere le manifestazioni. C’è stato un forte movimento di boicottaggio dei prodotti israeliani da parte di molti negozianti e di organizzazioni giovanili. Ci sono stati movimenti di ragazzi che andavano a supportare ed aiutare i feriti che arrivavano da Gaza per essere curati in Cisgiordania, anche se erano pochissimi quelli che hanno ottenuto i permessi. L’attacco è stato percepito come attacco alla Palestina tutta e non semplicemente alla popolazione di Gaza.
 





Inserito mercoledì 31 dicembre 2014


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