24/06/2024
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Il sindaco in processione
(E la vice-presidente della regione). Qualche riflessione sulla "rievocazione" della processione delle Luminarie

Una piccola folla (non credo fossero più di due o trecento persone) ha seguito i figuranti e i balestrieri della processione di San Costanzo. Scarse anche le confraternite; io ho visto solo quella di Villa Pitignano, per il patrono di una diocesi che si estende per decine di chilometri e per quasi trecentomila abitanti.
Molto più numerosi, ed entusiasti, i mezzi di comunicazione, che potevano illuminarsi di immagini suggestive ed accattivanti con cui abbellire i loro resoconti.
La suggestione e l'emozione, che personalmente non mi coinvolgono più di tanto, non possono impedirci però qualche riflessione su alcuni aspetti della questione.
Innanzitutto, una domanda, con doppio destinatario: perché la chiesa locale ha voluto ristabilire la presenza delle autorità civili ad un suo rito devozionale? e perché le autorità civili hanno acconsentito a rappresentare tutta la città, e tutta la regione, ad un rito devozionale di una parte delle stesse?
Io nutro molti dubbi sulla religiosità di una tale scelta da parte della chiesa; ho molti meno dubbi sul valore politico della partecipazione degli esponenti istituzionali. Non mi riferisco evidentemente alle singole persone: il signor Andrea Romizi e la signora Carla Casciarri possono partecipare, come persone, a quello che vogliono; ma se lo fanno come rappresentanti delle istituzioni, le cose assumono un aspetto diverso.
Un forte dubbio riguarda il fatto che il comune si sia impegnato così tanto (anche economicamente, non lesinando in tempi di vacche magre) su una rievocazione che, pur affondando nella storia cittadina, sembra saltare a pie' pari secoli di storia, di trasformazioni, di maturazione civile e di rispetto delle diverse opinioni religiose e non.
Nel Trecento, il Comune di Perugia era all'apice della sua potenza, e costituiva un organismo popolare in cui l'appartenenza religiosa era il vertice di un pensiero di indipendenza e sovranità, espressa magistralmente dal grande giusrista Bartolo quando affermava "Quod civitas Perusina non subsit Ecclesiae nec Imperio": la città di Perugia non è sottomessa né alla Chiesa né all'Impero. La dimensione religiosa costituiva il cemento dell'appartenenza civica, espressa peraltro nel maggiori monumenti della città, che non sono le chiese ma i monumenti civili, a cominciare dalla Fonte di Piazza.
Eppure la delibera che istituiva la Luminaria di San Costanzo non si perita di minacciare severe pene pecuniare alle autorità che avessero disertato la manifestazione: segno evidente di una scarsa fiducia.
Oggi, un Sindaco eletto dai cittadini indipendentemente dalla loro (e dalla sua) appartenenza religiosa, come può indossare la fascia tricolore per presenziare ufficialmente ad un rito devozionale?
Parteciperà a tutti i riti devozionali delle altre confessioni religiose presenti in città (musulmani, ebrei, protestanti, testimoni di Geova, buddisti, ecc.)?
E come farà per i cittadini (e penso che siano tanti) che non si sentono appartenenti ad alcuna confessione religiosa?
Mi pare davvero straniante doversi porre queste domande oggi. E non trovare altri ache se le ponga (che io sappia).
Infine, qualche riflessione merita pure l'aspetto "suggestivo" dei figuranti, dei rulli di tamburo e degli squilli di tromba.
Da un lato, pare che la politica voglia cavalcare questa voglia di suggestione: e non è mai un buon segno, quando la suggestione prevale sulla riflessione.
Dall'altro, perché tra tutta la grande e lunga storia perugina si sceglie di dare risalto proprio a una processione? dimenticandone peraltro l'aspetto caratterizzante, visto che nel rito medievale il ruolo principale era rappresentato dalle arti, cioè dall'organizzazione civile del popolo.
Il mio sospetto - diciamo così, eufemisticamente - è che si voglia voltar pagina rispetto alla linea di lettura della storia perugina, rappresentata dalla grande tradizione dei nostri scrittori, da Annibale Mariotti a Luigi Bonazzi, e sulla loro scia da Aldo Capitini, e poi Walter Binni, fino a Raffaele Rossi, e così via: la lettura della storia perugina come una storia che ha avuto i suoi momenti più alti nella presenza del popolo alla direzione del governo cittadino. E il medioevo perugino, ce lo dicono e ripetono questi grandi, ha avuto il suo splendore nelle quaranta e passa corporazioni o arti, una articolazione democratica e popolare che non si ritrova nemmeno nelle altre grandi repubbliche medievali come Firenze o Siena.
Invece il Comune celebra Braccio da Montone, affossatore della repubblica perugina, e la processione dei Lumi (distorcendone il significato).
Non mi sembra un buon segno.




Inserito giovedì 29 gennaio 2015


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