07/12/2019
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Dal capostipite al titolo
Una ipotesi di ricostruzione filologica di alcune voci della lingua italiana: titolo e tutolo


L’intenzione di questa ricerca consiste nell’accreditare l’ipotesi che tutolo e titolo abbiano lo stesso etimo tylos (caratteri italiani), e che siano fra le tante metafore del membro virile.
A) Dobbiamo considerare una porta di casa o di bottega dell’antica Roma;
B) dobbiamo tener presente una società fallocentrica e le relative pratiche apotropaiche;
C) cercheremo conferme nei dizionari etimologici.
Della porta ci interessano gli stipiti e l’architrave, che non è difficile immaginare disegnati o incisi con simboli fallici a scopo scaramantico. All’ interno di questi graffiti è scritto o scolpito il “cognomen” ovvero il nome della  “gens” o del progenitore.
Qui,  se il "cognomen” è verticale, abbiamo una prima conferma: si tratta del capostipite. I vocabolari concordano sul significato, ma tacciono sul legame semantico tra lo stipite e l’antenato eponimo. Qui, ipotizziamo noi, se è scritto in orizzontale sull’architrave, abbiamo il titolo. Perché, anche se il Cortellazzo si limita a dirci nel Dizionario etimologico della lingua italiana: “dal latino titulus-i”; nella stessa opera alla voce tutolo recita: “Dal lat. tutulu(m)  ‘ornamento della testa di forma conica’, che è da tulus (gr. ty´los ‘rigonfiamento’), incr. con titulus” (Devoto Avv.).
 Molti secoli dopo, il tutolo diverrà anche il nome botanico del torsolo della pannocchia di granoturco.
Dobbiamo, a questo punto, giustificare due passaggi fonici.

A) Le sillabe iniziali dei due vocaboli hanno suoni diversi: ti e tu, ma questo si spiega con l’ambiguità fonica della u greca, che si presume avesse il suono della u francese (appunto fra la i e la u).
B) Titolo e tutolo hanno una sillaba in più rispetto a tylos. Ebbene, non sono rari nelle lingue indoeuropee i raddoppiamenti della prima sillaba, o potrebbe trattarsi di un’epentesi, cioè dell’inserimento di una sillaba eufonica all’interno di una parola.
C) Abbiamo notato una scritta etrusca su un masso: “me-tula”, che tradotta suona “io [sono il] confine”, cioè il segno, il cippo, il palo… e sappiamo anche che in Umbria e Toscana il palo che sostiene il pagliaio si chiama “metule”.
Anche se dobbiamo premettere che l’etrusco non è una lingua indoeuropea, non possiamo escludere, fra popoli mediterranei, un prestito. Se così fosse, avremmo una prova in più per risalire al τυλοσ , alla sua funzione apotropaica e alla sua sagoma falliforme.
Abbiamo avanzato un’ipotesi. Ci piacerebbe che antropologi, archeologi e linguisti ci dessero una mano.

Perugia, 06/10/2014
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Leonardo Angelici


Inserito lunedì 9 febbraio 2015


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