19/05/2019
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La nostalgia per la città nobiliare, immobile e passiva
Riflessioni di Attilio Bartoli Langeli, medievista di fama internazionale, sulla manifestazione “1416 il risveglio di una città”

 
«Sabato 11 e domenica 12 Giugno 2016, Perugia si calerà, di colpo, nell’A.D. 1416. Con la sua prima edizione della rivisitazione storica, la città celebrerà, dal centro al contado, la suggestione di quel momento storico che ha segnato il passaggio di Perugia dal Medioevo al Rinascimento». «Una delle epoche più luminose nella plurimillenaria storia di Perugia si colloca fra Medioevo e Rinascimento, quando l’immagine di una nuova società diviene nota in tutta Europa come modello di ordinato sviluppo sociale, fervore economico e straordinario impulso artistico e culturale». «A seguito dell’avvento di Braccio, le violente lotte tra fazioni, che avevano caratterizzato un lungo periodo del Libero Comune, furono finalmente sedate ed ebbe inizio una signoria capace di portare ordine (nella città) attraverso riforme moderate e rispettose degli statuti comunali. Fermo restando che “l’Invincibile” fu il più famoso condottiero e stratega del suo tempo, Braccio era inoltre ispirato da un sogno politico, che vedeva Perugia capitale di un Regnum Italicum, di un dominio tutto italiano, affrancato dalle “peregrine spade” e dal potere temporale di Roma».
Parole che si leggono nel sito ufficiale dell’associazione Perugia 1416, per giustificare e sostenere l’iniziativa del Comune di Perugia ? del quale quell’associazione è il braccio operativo ? di festeggiare, con sfilate in costume e forzute gare tra le Porte e sbandieramenti e tammurriate, quel fausto anniversario. Titolo della manifestazione, Il risveglio di una città. In due giorni scelti a caso, l’11 e 12 giugno. Un caso strano: una settimana prima del 20 giugno, la festa della città.

Sia inteso: questa cosa si farà. Troppo avanti si è spinto il Comune nel pompare l’evento, troppo ha speso (quanto?) e troppo spenderà (quanto?) per poter tornare indietro.

Non solo: questa cosa si farà con grande affluenza di pubblico, non c’è da dubitarne. Dubitare semmai si può del numero dei tanto evocati turisti che saranno calamitati dall’evento, oppure del recupero dei mestieri tradizionali atteso da quella duegiorni. Perugia si accoderà, buona ultima, alle tante città che offrono il piatto forte di un ritorno fantasy al passato. Tanto doveva per onorare la nomina a Capitale italiana della cultura nel 2015, contentino (si fa per dire: un milione di euro) alla mancata nomina a Capitale europea 2019.

Sono molti i motivi che fanno giudicare negativamente questo progetto. Tanto più che l’intenzione è di farne un appuntamento fisso: «con la sua prima edizione della rivisitazione storica», si legge nel documento riportato sopra.

Braccio da Montone (o come si debba chiamare), di nascita perugina, era tra i nobili espulsi dalla città da Biordo Michelotti, signore di parte popolare, nel 1393. Se la legò al dito e non ebbe pace fino alla vittoria sulla città. Ci provò nel 1398, nel 1406, nel 1410, infine nel 1416: una prima volta nell’aprile, e fu respinto ancora una volta; poi nel luglio, e ce la fece. La battaglia dell’aprile merita da Luigi Bonazzi toni epici: «Braccio si presenta sotto le mura di Perugia dal lato di Porta Sole, assalendo la porta di Fontenovo. La porta è atterrata, le prime alture, dopo accanite lotte, sono superate, ma nel salire il più ripido pendio una grandine di pietre e di tegole scagliate dalle finestre e dai tetti lo sforza a dare indietro». Qualche giorno dopo, Braccio ci riprova: «la pugna, che fu la più fiera che mai si combattesse nei borghi di Perugia, si ridusse infine alla salita di S. Ercolano presso l’ospedale, nel luogo medesimo ove il popolo eroicamente combatteva un’altra volta e come questa volta con sovrumani sforzi vinceva. Anche un terzo assalto dato da alcuni militi a Porta Sole ritornò vano, e fin dalla chiesa della Trinità fuori delle mura l’oppressore della patria fu costretto a ritirarsi». Morale: «I venturieri aveano disfatto la milizia cittadina, ma nella patria del gran venturiero essa non era ancor morta».

Reso più saggio dalla disfatta, il prode Braccio cambiò strategia: non più l’assalto alla città ma una battaglia campale, nella quale lui e le sue truppe non avevano uguali. Infatti la vinse, il 12 luglio, nella piana di Sant’Egidio (suggeriamo all’associazione Perugia 1416 la posa di un cippo commemorativo). Il 16 luglio la città firma la resa. Il 19 luglio Braccio entra trionfalmente in città.

Su che cosa egli abbia fatto negli otto anni in cui signoreggiò Perugia (morì nel 1424) si può discutere. In verità del governo della città non poteva importargli di meno: vi lasciò un luogotenente, lui aveva da combatter battaglie e saccheggiar campagne in giro per l’Italia. Quanto al sogno di un Regnum Italicum, meglio soprassedere. Il già arduo tentativo di rendere simpatico Braccio non può arrivare a farne uno statista pensoso dei destini dell’Italia. Avesse conquistato l’Aquila, l’impresa nella quale morì, probabilmente si sarebbe comportato come s’era comportato con Bologna nel 1413: non mi volete? va bene, vi libero della mia presenza; ma in cambio di centottantamila ducati d’oro. Perugia era un altro discorso: voleva sottometterla e la sottomise.

In città, dicono i valorosi organizzatori, Braccio portò ordine e pace. Ahimé, la storia è piena di “uomini forti” che fanno ordine e spazzano via le incertezze e lentezze della democrazia. Fece, continuano i nostri, riforme moderate e rispettose degli statuti comunali. La riforma principale fu l’ordine dato ai rettori delle Arti di ammettere nei loro collegi qualsiasi persona, di qualsiasi condizione sociale, ne avesse fatto richiesta. Un puro ritocco, un gesto che più democratico non si può. Niente affatto. Prima di Braccio, fin dal 1260, i nobili non potevano entrare nelle Arti perugine, la spina dorsale del regime di Popolo. Con lui, sì; e a poco se ne impadronirono, impadronendosi così della società e delle istituzioni cittadine. Commenta Lello Rossi: «il passaggio dal libero Comune al dominio signorile [...] corrisponde a una lunga fase di involuzione e di offuscamento dei valori di libertà, di autonomia e di alta creatività». Ci vorranno i francesi, alla fine del Settecento, per chiuderla.

Il «libero Comune». Lo si giri in un verso o nell’altro, è questo il perno della storia di Perugia prima dell’Unità. Per molti i centocinquant’anni del Comune di popolo, dalla metà del xiii alla fine del xiv secolo, segnarono il massimo del dinamismo e della democrazia. Simbolo, la Fontana Maggiore; cantore, Bartolo da Sassoferrato, che verso il 1355 scrive che il regimen ad populum gli sembra cosa più di Dio che degli uomini (videtur enim magis regimen Dei quam hominum); e questo lo verifica in civitate Perusina, que isto modo regitur in pace et unitate. Dopo vengono i secoli bui di Perugia, quelli del dominio aristocratico e chiesastico. Perugia si riscatta col Risorgimento. Il simbolo stavolta è una data, non un monumento, il 20 giugno 1859; il cantore è Luigi Bonazzi, la cui Storia di Perugia è un inno al popolo, alla pace, alla libertà, alla laicità.
Questa è la tradizione civica che ha alimentato la cultura democratica di Perugia. L’hanno sentita vivissimamente le amministrazioni comunali di fine 800 e inizio 900, l’antifascismo cittadino, la classe politica del dopoguerra (un’eredità dispersa, a vedere le ultime giunte di centrosinistra). Il filo che lega Bartolo a Bonazzi, senza dimenticare Annibale Mariotti, si è via via irrobustito con Aldo Capitini e Walter Binni, con Roberto Abbondanza e Lello Rossi e Pietro Scarpellini e tanti altri, compresi gli storici che hanno lavorato sul medioevo perugino.

Si rileggano i brani riportati all’inizio: un perfetto rovesciamento. è troppo vedere in Perugia 1416 un tentativo d’inventare per la città una nuova tradizione? Credo di no. Magari (all’inizio) inconsapevolmente, magari in maniera improvvisata e raffazzonata, magari travestendola da sagra paesana, c’è irresistibile la nostalgia per un’altra Perugia. Non la Perugia comunale e popolare, ma la Perugia nobiliare: una città pacificata, ossia ordinata, rispettosa delle gerarchie sociali, immobile, passiva. Però festaiola.

(tratto dal numero di “Micropolis” del 29 marzo 2016)



Attilio Bartoli Langeli

Inserito mercoledì 30 marzo 2016


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Commenti

Nome: Francesca Berioli
Commento: Francesca Berioli Commento: Per questa storia di Braccio si sono inventati i gemellaggi con il "contado" per avere figuranti dalle manifestazioni dei vari paesi, altrimenti si ritrovavano con quattro gatti travestiti

Nome: Alessio Relli
Commento: ORA E SEMPRE VIVA IL XX GIUGNO!

Nome: FRANCESCO GRIGIONI
Commento: Una città che rinasce sta con la testa nel presente, non si trastulla con i giavellotti e le macchine da guerra di un tempo che fu. Povera Perugia!

Nome: Costanza
Commento: E' talmente sfacciatamente antistorica e propagandista che il sottoslogan "la rinascita di una città" è praticamente ripreso da una delle liste del vice sindaco

Nome: Giap
Commento: Vogliono chiaramente rendere marginale il Venti Giugno

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