16/08/2018
direttore Renzo Zuccherini

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La verde Umbria penalizza l’agricoltura biologica
Il Psr ci destina poche risorse e la burocrazia ci strangola. Scatta la protesta davanti alla Regione: Mercoledì distribuzione di prodotti bio



Le imprese agricole aderenti all’Aiab fanno scattare la protesta con una manifestazione mercoledì 9 maggio (dalle 8.30 in poi) davanti all’assessorato all’Agricoltura della Regione Umbria. Sarà una sorta di “manifestazione lampo” (verranno distribuiti gratuitamente prodotti bio) che servirà a ribadire al “Tavolo verde” di concertazione sul Programma di sviluppo rurale 2014 – 2020 le ragioni di un settore che si sente penalizzato dall’applicazione delle sottomisure 10.1 e 11.2.1.

L’agricoltura del futuro, anzi del presente, punta decisamente sulle produzioni biologiche: ha segnato in un quindicennio, in termini di valore monetario, un incremento medio annuo del 19,5% . Risultati resi possibili anche dalle scelte delle regioni nei loro programmi di sviluppo rurale (Psr). L’Umbria si trova in netta controtendenza. I dati Ismea (Istituto di Servizi per il Mercato agricolo alimentare) sulle caratteristiche dei vari Psr rivelano che  l’Umbria  a fronte di una superficie agricola utilizzata (Sau) a biologico dell’8,7% rispetto al totale (37.994 ettari), investe sulla misura 11, quella specifica per il bio, solo il 3,7% del budget (32.406.586 euro nel periodo 2014 – 2020).

Come se ciò non bastasse, questi fondi vengono distribuiti disseminando di ostacoli l’itinerario burocratico: ritardi di 3 anni nei pagamenti dell’Agea (Agenzia nazionale erogazioni in agricoltura); criteri di selezione opinabili: per i 4 milioni del 2017 scelte le aziende di maggiori dimensioni (con l’inevitabile eliminazione delle più piccole);  concentrazione dei premi 2018 – 3 milioni di euro – nelle aree interessate dal terremoto (il cosiddetto “cratere”): una scelta contraddittoria e foriera di contrapposizioni tra territori. Sono questi alcuni dei motivi che fanno dell’Umbria l’unica regione dove non aumenta il numero totale di operatori bio (- 21,3% contro un + 20,4 di media nazionale – 2016 su 2015); le 320 nuove entrate nell’elenco regionale degli ultimi 3 anni a fronte di 370 cancellazioni nello stesso periodo mantengono il saldo in negativo. Le superfici coltivate a bio sono aumentate di 3.526 ettari (2016 su 2015), il 10,2%. Un indice pari alla metà della media nazionale che, incrociato con l’andamento delle iscrizioni, rivela la sostituzione delle piccolissime aziende da parte di realtà di media grandezza (70 – 100 ettari).

Uno scenario che fa dubitare l’Aiab sulla lungimiranza delle politiche agricole praticate in Umbria che destinano nei 7 anni 145 milioni di euro (Misura 10 del Psr) per le aziende ad agricoltura integrata*, in competizione (perdente) con i grandi sistemi agricoli (Usa, Cina, Brasile, regioni della Pianura Padana). L’agricoltura biologica nei dieci anni caratterizzati da una crisi economica senza precedenti – spiega ancora l’associazione – ha svolto in questo modo una funzione anti-ciclica tanto che le aziende in cui sono presenti giovani imprenditori scelgono per l’80% questa forma sostenibile di agricoltura: non si tratta solo di sensibilità culturale ma di prospettive strategiche di mercato.

Agricoltura integrata L’Aiab dedica anche un ragionamento all’agricoltura integrata, che dal 2014 è la linea-guida scelta dall’Unione europea, quindi non premiabile dai Psr perché obbligatoria. «Infatti con la Misura 10 i Psr incoraggiano il livello di integrato volontario che aderisce a disciplinari di produzione stabiliti dalla Regione e dovrebbe essere controllato e verificato, proprio perché soggetto a premio. Ad oggi in Umbria le aziende che aderiscono alla misura 10 ed alle relative sottomisure sono premiate ma non controllate, in quanto non è ancora stato stabilito chi e come lo deve fare, creando l’ennesima sperequazione con l’agricoltura biologica. I sostegni regionali all’agricoltura non-bio sembrano produrre risultati contrari a quelli attesi per l’impatto ambientale. Dai 127 principi attivi (componenti chimici inquinanti) nelle acque superficiali e profonde registrati in Italia nel 2007 si è passati a 176 nel 2012, superando i 200 nel 2014. Dei 20 punti di rilevamento esistenti in Umbria 18 risultano contaminati da principi attivi utilizzati in agricoltura proprio da quelle aziende non-bio che avevano ricevuto i premi per diminuire l’impatto ambientale.




Aiab Umbria

Inserito martedì 8 maggio 2018


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