19/07/2018
direttore Renzo Zuccherini

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La comunità internazionale non può stare a guardare mentre Israele trucida i Palestinesi
Quanto sta accadendo in Palestina non è un ‘conflitto’: questo termine è fuorviante, perché mette sullo stesso piano la Palestina oppressa e Israele, una potenza militare che agisce in palese violazione di numerose Risoluzioni Onu


È proprio questa terminologia ambigua che consente all’Ambasciatrice Usa alle Nazioni Unite, Nikki Haley, di caldeggiare il ‘diritto all’autodifesa di Israele’, come se fossero i Palestinesi, colonizzati e sotto occupazione militare, a rappresentare una minaccia per l’occupante, per il carnefice.

In effetti, è stata esattamente questa la strategia della Haley per contrastare una bozza di Risoluzione al consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, presentata dal Kuwait, tesa a garantire un minimo di protezione per i Palestinesi.

Haley ha deciso di porre il veto, proseguendo nel solco della difesa a oltranza di Israele da parte degli Stati Uniti, nonostante le recenti, terribili violenze ai danni dei Palestinesi.

Gli Stati Uniti hanno esercitato il diritto di veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU 80 volte, e non sorprende che  nella maggior parte dei casi, sia avvenuto per proteggere Israele. Il primo veto in favore di Israele fu imposto nel settembre del 1972; l’ultimo, dalla Haley, il 1 giugno scorso.

Prima di essere messa ai voti, la bozza del Kuwait era stata già emendata tre volte, per ‘alleggerirne il contenuto’. Nella prima versione, si invocava la protezione del popolo Palestinese dalla violenza israeliana.

Nell’ultima, si chiedeva “ di considerare misure atte a garantire la sicurezza e la protezione della popolazione civile palestinese nei Territori Palestinesi Occupati, ivi compresa la Striscia di Gaza”.

Nonostante questo, la Haley ha ritenuto che questo linguaggio fosse “esageratamente parziale”.

L’ampia concordanza sulla bozza avanzata dal Kuwait si è scontrata con un rifiuto totale da parte di Haley, che ha chiesto ai gruppi palestinesi di cessare “tutte le violente provocazioni” messe in atto a Gaza.

Le ‘provocazioni’ a cui si riferisce la proposta di risoluzione della Haley consistono nella mobilitazione di massa di decine di migliaia di palestinesi a Gaza, che protestano pacificamente da settimane, nella speranza che l’Onu possa considerare di porre fine al blocco israeliano di Gaza.

La controproposta della Haley non ha raccolto neanche un voto favorevole, fatta eccezione per il proprio. Ma una simile umiliazione sulla scena internazionale non conta molto per gli Stati Uniti, pronti a compromettere la propria reputazione in politica estera puntando tutto sulla difesa a oltranza di Israele, anche dagli osservatori, il cui compito consiste semplicemente nel riportare ciò che vedono sul campo.

L’ultima ‘missione’, costituita da 60 osservatori, poi diventati 90, è stata quella della Temporary International Presence in Hebron (Tiph).

Costituita nel maggio del 1996, ha stilato molti report sulla situazione nella città palestinese occupata, soprattutto nell’Area H-2, porzione di territorio che è stata posta sotto il controllo dell’esercito israeliano, per proteggere alcuni tra i più violenti abitanti di insediamenti ebraici illegali.

Jan Kristensen, tenente colonnello in pensione dell’esercito norvegese, che è stato a capo della TIPH, ebbe a pronunciare queste parole in seguito al completamento della sua missione annuale a Hebron, nel 2004:

“L’attività dei coloni e dell’esercito nell’area H-2 di Hebron sta producendo una situazione irreversibile. Si può dire che si assiste a un’operazione di pulizia etnica. In altri termini, se questa situazione dovesse permanere, nel giro di pochi anni non ci saranno più Palestinesi su questo territorio.”

Si può solo immaginare cosa sia accaduto a Hebron da allora. L’esercito e i coloni sono diventati così spavaldi che giustiziano i Palestinesi a sangue freddo praticamente senza alcuna conseguenza.

Un episodio è diventato particolarmente famoso, perché fu ripreso da una telecamera Il 24 marzo del 2015, un soldato israeliano ha eseguito un’operazione di routine, sparando alla testa di un disabile palestinese.

L’esecuzione di Abd Al-Fattah Al-Sharif, 21 anni, fu ripresa da Imad Abushamsiya. Il video, diventato virale,fu motivo di grande imbarazzo per Israele, costretto a inscenare un processo farsa, che ha comminato una pena leggerissima al soldato israeliano responsabile dell’uccisione di Al-Sharif; il militare è stato in seguito rilasciato ricevendo gli onori che si riservano a un eroe.

Al contrario, Abushamsiya, che aveva ripreso l’uccisione, è stato preso di mira dalla polizia e dall’esercito israeliani e ha ricevuto numerose minacce di morte.

La prassi tutta israeliana di punire “l’ambasciatore” non è nuova. La madre di Ahed Tamimi, Nariman, che ha ripreso la figlia adolescente nell’atto di affrontare i soldati israeliani armati, è stata arrestata e poi condannata.

In buona sostanza, Israele ha sempre punito i palestinesi che filmavano gli atti di oppressione mentre ha concesso ai suoi soldati un potere illimitato; ora, è venuto il momento di trasformare in legge una realtà quotidiana consolidata.

Un decreto presentato alla fine di maggio al Knesset israeliana fa divieto di “fotografare e documentare i soldati (delle forze di occupazione israeliane)”; “chiunque riprenda, fotografi e/o registri i soldati in servizio” commette pertanto un reato penale.

Il decreto, sostenuto dal ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman, prevede una pena di 5 anni per i trasgressori.

Di fatto, la norma criminalizza qualunque forma di controllo sui soldati israeliani. Si tratta, innegabilmente, di un appello alla reiterazione dei crimini di guerra.

Per essere ancora più certi, esiste un secondo decreto, che propone l’immunità per i soldati sospettati di commettere reati nell’esercizio delle loro funzioni.

In questo caso, la norma è stata presentata dal vice-ministro della Difesa, Eli Ben Dahan, e sta raccogliendo il consenso di diversi membri del Knesset.

“La verità è che il decreto proposto da Ben Dahan è del tutto superfluo”, ha scritto Orly Noy sul sito israeliano +972.

Noy ha citato un report recente redatto dall’associazione per i diritti umani Yesh Din, che dimostra come i “soldati sospettati di aver commesso reati contro la popolazione palestinese nei territori palestinesi occupati godono di una quasi sostanziale immunità”.

In questo momento, i palestinesi sono più vulnerabili che mai, e Israele, con l’aiuto degli alleati americani, è particolarmente sfrontato.

Una simile tragedia non può continuare per sempre. La comunità internazionale e le organizzazioni della società civile, indipendentemente dagli Stati Uniti e dai loro vergognosi veti, devono assumersi la responsabilità legale e morale di controllare le azioni di Israele e fornire una protezione adeguata ai Palestinesi.

Israele non dovrebbe avere campo libero negli abusi ai danni dei Palestinesi, e la comunità internazionale non dovrebbe stare a guardare questo bagno di sangue senza fine.

Traduzione per InfoPal di Romana Rubeo




Inserito venerdì 29 giugno 2018


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