12/12/2018
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La marcia della pace e il camminar cantando
Riflessioni su Capitini e la nonviolenza attraverso i canti popolari e di tradizione

 

di Daniele Crotti

Quando per  il cinquantenario della morte di Aldo Capitini hanno chiesto al gruppo musicale Nuova Brigata Pretolana di ipotizzare un concerto con letture a tema di Anna Maria Farabbi, poeta perugina capitiniana, il primo pensiero è andato alla prima marcia della pace. Ci siamo chiesti cosa avessero in comune Capitini e la vecchia Brigata Pretolana. Entrambi erano figli della campagna umbra - quella di Brufa il primo, del Tevere sotto Perugia la seconda - e inoltre tutti e due rifiutavano la guerra. Certamente cosciente e meditato il pensiero nonviolento di Capitini; più spontaneo, legato alle privazioni e paure vissute da bambini o da giovani, quello dei componenti della Brigata Pretolana, che negli anni cinquanta e sessanta del secolo passato narravano cantando la vita di paese nel dopoguerra, esprimendo in alcuni canti anche il rifiuto della guerra, appunto, da poco finita. Un modo di agire ed un rifiuto oggi fatto proprio dalla Nuova Brigata Pretolana.


 


E una riflessione su Capitini, la nonviolenza e i canti popolari e di tradizione non può che partire dalla “Canzone della marcia della pace”,  nel ricco ed importante repertorio di Cantacronache, che è stata scritta da Franco Fortini, amico e giovane frequentatore durante il fascismo della stanza di Aldo Capitini, e musicata da Fausto Amodei. Era il 1961, e in quel camminare da Perugia ad Assisi (la prima vera “Marcia per la pace e la fratellanza dei popoli”), parlando dei temi della pace, si sentivano anche  tanti canti. Scrive  Capitini: «… un cantautore barbuto, il musicista Fausto Amodei, insieme con altri cantava canzoni della serie di “Cantacronache”, tra cui il canto di pace di Italo Calvino “Dove vola l’avvoltoio”,  ma anche “Oltre il ponte” (sempre di Calvino ed anche questa musicata da Sergio Liberovici), e strofette suggerite lì per lì da Franco Fortini». Quelle strofette, estemporaneamente improvvisate durante quel “pellegrinaggio”,  sfociarono nella “Canzone della marcia della pace”; proprio da un camminar cantando:


E se Berlino chiama
ditele che s’impicchi:
crepare per i ricchi
no! Non ci garba più.

E se la Nato chiama
ditele che ripassi:
lo sanno pure i sassi:
non ci si crede più.

Se la ragazza chiama
non fatela aspettare:
servizio militare
solo con lei farò.

E se la patria chiama
lasciatela chiamare:
oltre le Alpi e il mare
un’altra patria c’è.

E se la patria chiede
di offrirgli la tua vita
rispondi che la vita
per ora serve a te.

Erano, appunto, gli anni ’60, e mentre il filosofo inglese Bertarnd Russel il 29 ottobre 1961 riempiva di giovani Trafalgar Square a Londra, Aldo Capitini il 24 settembre faceva partire la prima Marcia della Pace. Intanto a Reggio Emilia, a seguito delle proteste nate contro il governo Tambroni appoggiato dai missini, la polizia sparò uccidendo cinque manifestanti. Morti che entrarono nel cuore di tanti e per i quali Amodei scrisse e musicò il celebre “Per i morti di Reggio Emilia”. Una canzone nella quale l’insistenza con la quale vengono ripetuti i nomi dei morti, sembra quasi volerli riportare nelle piazze, compresenti alla gente che protestava per la loro morte. Un sentimento espresso cantando che non può non far pensare al tema tanto caro a Capitini della “compresenza dei morti e dei viventi” detto da lui in forma altissima in un altro tipo di canto, quello poetico, il “Colloquio corale”.

 


Contemporaneamente un gruppo di pretolani girava i borghi, le periferie perugine ed umbre, in cantine, piazze, locali pubblici e privati, cantando per divertire e divertirsi, ma anche per cacciare la paura, la tristezza e la miseria che la guerra da poco terminata aveva creato e di cui ancora sentivano gli strascichi. Tra i tanti loro canti, in parte tramandati oralmente, almeno un paio erano decisamente contro l’orrore della guerra patita. E così, accanto a canzoni che simpaticamente narravano la vita di paese, nelle sue varie sfaccettature, cantavano “O dio del cielo” e “Lamento per la guerra”, che esprimevano un genuino e popolare desiderio di pace e una ferrea condanna contro qualsiasi “voglia di combattere”.

 

“O dio del Cielo” è un noto canto popolare, conosciuto soprattutto nella versione trentina all’interno dei canti di Montagna: è infatti un canto degli Alpini, cantato specialmente durante la Prima Guerra Mondiale, lunghissima guerra di trincea che unì individui da ogni parte d’Italia, e che nei lunghi momenti d’attesa invitava i singoli a cantare le proprie canzoni, per cacciare la malinconia, la tristezza, la paura, nella speranza continua che la guerra finisse, arrivasse la pace, si potesse tornare a casa.  Questo fu uno dei tanti motivi che permisero la diffusione dei canti da una parte all’altra della nostra penisola.
Ma i moti di Torino dell’agosto 1917, mossi dalla richiesta di “Pane e pace”, durante i quali si ebbero momenti di solidarietà tra i dimostranti e le truppe, trovano la propria canzone in una trasformazione dell’accorata “Dio del cielo”. “Prendi il fucile/ e vattene alla frontiera./ Là c’è il nemico/ che alla frontiera aspetta.” vengono trasformati in: ” Prendi il fucile/ e gettalo per terra,/ vogliam la pace/ e no non più la guerra./ Prendi lo zaino/ e gettalo per terra./ Siam fratelli/ non vogliam più la guerra”. Questa versione socialista, antimilitarista, pacifista del canto fu ripresa nel corso della Seconda Guerra Mondiale e venne in tal modo cantata proprio dalla Brigata Pretolana,  di cui divenne una sorta di icona referenziale. Così oggi la Nuova Brigata.
Riguardo il secondo canto, “Lamento per la guerra”, in un quaderno di Ugo Pappafava, componente della Brigata, è riportato il testo di questa canzone come “storia della guerra cantata sul motivo di ‘Peppino e il tenente’ con parole di Ugo Pappafava”. Il canto, una lamentazione contro qualsivoglia guerra, è un esempio dello spirito umbro: ogni sofferenza è accettata in virtù del desiderio di pace, con rassegnazione e senza invettiva. Eccone alcuni stralci: “Quando nel 1940/ spunta l’alba di quel giorno fatale/ era di giugno e non ci diè speranza/ che la notizia fu tanto brutale./ E quella sera, ahimé, ci si annunciò/ la guerra dichiarata tra le varie nazion… … Ma quante madri intanto stan piangendo/ pe’ i loro figli là tanto lontano/ mentre mesi ed anni stan passando/ pene e dolori attaccano piano piano… … Infatti a tante madri sventurate/ venivano a mancare i propri figli/ e tal notizie danzi dolorose/ sapendo d’aver perso i loro figli… … La nostre case dovettero subir/ gli sfregi dei tedeschi e dei repubblichin./ Ma finalmente … ci ha liberato/ dal gran martirio de quegli assassin/ dove un inferno tutti abbiam passato/ con gli innocenti dei nostri bambin… “..

Scriveva Aldo Capitini che “La nonviolenza è apertura all’esistenza, alla libertà, allo sviluppo di ogni essere”. Riprendendo un percorso avviato in occasione del centenario della Grande Guerra, nel corso del 2018, cinquantenario della morte di Capitini, la Nuova Brigata Pretolana ha voluto riproporre una riflessione sul tema delle nonviolenza accompagnando i canti con letture di Anna Maria Farabbi di e su Capitini. Non sono pochi i canti popolari (di tradizione orale, o che, pur essendo di autori noti, hanno assunto una valenza popolare nel senso più tradizionale del termine) che trattano in maniera energica di guerre, soprusi, violenze, vessazioni dell’uomo su l’uomo - si pensi, e potrebbe apparire un ossimoro, alla canzone di Ivan Della Mea “Guerra alla Guerra”. Così come il sopra riportato “Lamento per la guerra”, raccolto da G. Vettori come “Il tenente e il soldato”, è stato inserito tra un gruppo di canzoni riguardanti il servizio militare e la guerra.

In un suo importante e preziosissimo testo, Sergio Boldini sottolinea come il canto popolare – in qualità di canto di tradizione a trasmissione orale e/o come canto d’autore che ha assunto valenza popolare - sia uno strumento di comunicazione, di lotta e di cultura, fondamentale veicolo di formazione umana, sociale e politica. Ecco quindi che l’ascolto di queste canzoni ci fa riflettere sulla missione del libero religioso laico Capitini, sul suo rifiuto di qualsiasi forma di violenza, sull’impegno costante a far nascere dal basso ogni cosa nella quale si è impegnato per tendere, come ha scritto Walter Binni nella lapide della tomba di Capitini, “l’apertura ad una realtà liberata e fraterna”.
Nel percorso che con la Nuova Brigata Pretolana (NBP) abbiamo musicalmente intrapreso, a partire dal centenario della Grande Guerra, contro ogni forma di “violenza”, l’accostamento al cinquantenario della morte di Capitini è diventato inevitabile. Così, dietro sollecitazione di alcuni cittadini di Pretola e di altri luoghi, l’Ecomuseo del Tevere, la Società Generale di Mutuo Soccorso di Perugia e quella di Mugnano, hanno deciso di programmare uno spettacolo di canzoni popolari contro la guerra (dal risorgimento sino ad oggi) della Nuova Brigata Pretolana, alternato a letture capitiniane da parte di di Anna Maria Farabbi, “Prima che tu sorridi, ti ho sorriso”, spettacolo pensato e voluto per essere cantato nelle campagne, paesi e tante periferie del territorio umbro e oltre.


Il primo spettacolo, “Prima che tu sorridi, io ho sorriso”, cantato, narrato e altro ancora, si è svolto a Pretola il 24 giugno, in piazza della torre, all’aperto. Il secondo si è tenuto a Mugnano  il 26 ottobre, nella sala teatro della SOMS di questo borgo.
L’Istituto E. de Martino ci ha poi invitato il 4 novembre, sempre del ’18, a Firenze, all’interno del Teatro dell’Affratellamento, per partecipare, e non eravamo soli, con Anpi, Arci, Cgil, ed altre associazioni, all’evento “Canzoni contro la guerra”. Questo in occasione del centenario dalla fine della I Guerra Mondiale. La Nuova Brigata Pretolana, con le letture dalla poesia civile di Capitini da parte di Anna Maria Farabbi, e con la mia presentazione, ha proposto così il suo spettacolo su Aldo Capitini per la pace e la fratellanza tra i popoli, contro la guerra, per la nonviolenza, in un giorno oggi di festa, parola e tema tanto caro al nostro Capitini.

 

Abbiamo camminato, anche cantando, sino sul monte Igno, Appennino umbro-marchigiano, ove la Resistenza al nazifascismo ebbe un ruolo importante, nel vasto territorio tra i Comuni di Foligno, Valtopina. Nocera Umbra, Sefro, Serravalle del Chienti, Muccia, Montecavallo, Visso.
L’abbiamo portata e allegata alla croce per proseguire il percorso sociale e politico, culturale e storico, che ci vede coinvolti nel cinquantenario della scomparsa di Aldo Capitini, educatore prima di tutto, nel centenario della fine della prima guerra mondiale,
e nel settantesimo della nostra costituzione.




Daniele Crotti

Inserito venerdì 23 novembre 2018


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